Questi ingrandimenti dello stato monastico portarono non solo a' Monaci grandi ricchezze, ma in conseguenza assai più alla Corte di Roma, ove finalmente vennero quelle a terminare. Si proccurava non solo favorire gli acquisti, e tener sempre aperte le scaturigini, ma con severi anatemi proibir le alienazioni, e scagliargli ancora contro chi ardiva di turbar l'acquistato. Per l'ignoranza e superstizione de' Popoli i pellegrinaggi erano più frequenti: l'orazioni ed i sacrificj a fin di liberar l'anime de' loro defonti dal Purgatorio, erano vie più raccomandati, e molto più praticati. Si vide per ciò in questo secolo una gran cura del canto, de' riti, e di ben ufficiare: le campane cominciarono ad esser comuni in tutte le chiese e monasteri; e le particolari devozioni a' Santi, de' quali eransi composte innumerabili vite e miracoli, tiravano molti a donare alle lor chiese e monasteri. Ma i Monaci non contenti di ciò, favoriti da' Pontefici romani, invasero anche le decime dovute a' Vescovi ed a' Parrochi da' loro Parrocchiani. Pretesero, e l'ottennero da' creduli devoti, che impiegandosi essi assai meglio che i Preti alla cura delle loro anime, come quelli che più esperti sapevan far delle prediche e de' sermoni, ed istruirgli nella dottrina cristiana, le decime non a' Parrochi, ma ad essi dovessero pagarle; ed in effetto per lungo tempo vi diedero un guasto grandissimo non inferiore a quello che v'avea dato in Francia Carlo Martello; tanto che bisognò ne' secoli seguenti penar molto a ritorglierle, e restituirle a' proprj Preti, a' quali s'erano involate.
Niun'altra provincia del Mondo, quanto il nostro Reame, ha fatto conoscere quanto importava a Roma la ricchezza de' Monaci: le maggiori commende, i più grandi benefizj ch'ella oggi dispensa a' suoi Cardinali, e ad altri suoi Prelati per mantener la pompa e lo splendore della sua Corte, non altronde dipendono, ed hanno la di loro origine se non da queste profusioni de' nostri Principi, e de' nostri Fedeli. I monasteri più ricchi perciò si videro dare in commende: quelli che il tempo consumò, sono rimasi fondi di tante rendite che ora ne traggono, e le entrate di que' tanti monasteri, di che ora appena se ne serba vestigio, tutte in Roma vanno a colare. Quindi i Pontefici romani gareggiando co' Principi, siccome quelli investono i loro fedeli de' Feudi, così essi a' suoi conferiscono benefizj: e siccome per la materia feudale ne è surto un nuovo corpo di leggi, così per la benefiziaria se n'è fatta una nuova giurisprudenza, che occupa tanti volumi, quanti ne ha occupati la feudale; ma di ciò a più opportuno luogo.
FINE DEL LIBRO QUINTO.
STORIA CIVILE
DEL
REGNO DI NAPOLI
LIBRO SESTO
Il regno d'Italia trapassato da' Longobardi a' Franzesi sotto la dominazione di Carlo Re di Francia, che da ora avanti si dirà anche Re d'Italia, ovvero dei Longobardi, non fu da questo Principe in niente alterato intorno all'amministrazione e sua politia; egli non ne pretendeva altro, se non che si reggesse con quell'istessa forma, che lo ritrovò: dispose che sotto le medesime leggi romane o longobarde, secondo che a ciascuno piaceva vivere, si vivesse; anzi alle longobarde aggiunse altre sue proprie. Non inquietò i Greci sopra quelle città de' Bruzj e della Calabria, che ancora ubbidivano agl'Imperadori d'Oriente: nè intraprese alcuna cosa sopra il Ducato napoletano, nè sopra l'altro d'Amalfi e di Gaeta, a' Greci appartenenti. Sopra i tre famosi Ducati del Friuli, di Spoleti e di Benevento non ne pretendeva altro, che siccome prima erano a' Re longobardi sottoposti, e da costoro ricevevano le leggi, formando col rimanente d'Italia una Repubblica; così anche riconoscessero lui per Re d'Italia, protestando di voler lasciare ad essi tutto quel potere ed autorità, che avean goduto ne' tempi dei Re longobardi suoi predecessori. L'Esarcato di Ravenna, Pentapoli, e poi il Ducato romano, ritenendosi solo la sovranità, furono alla Chiesa di Roma aggiudicati. Tutte l'altre province, come la Liguria, l'Emilia, Venezia, la Toscana, e le Alpi Cozie si ritenne egli con nome di Regno[348], ch'è quella parte d'Italia, che poi fu detta Lombardia.
Lasciò agli altri minori Duchi il governo libero de' loro Ducati, contento sol del giuramento, che gli prestavano di fedeltà; nè trasferiva da essi ad altri il Ducato, se non per fellonia, ovvero se senza figliuoli mancassero: e questa traslazione quando si faceva in un altro fu detta investitura, onde nacque, che i Feudi non si concedevano se non per investitura, come s'osservò da poi negli altri Feudatarj e Vassalli, ne' Conti Capitani, ed altri che si dissero Valvasori. Le città di quelle province, che componevano il suo Regno, chiamato poi Lombardia, eran governate da' Conti, ai quali ogni giurisdizion concedette. Ne' confini del Regno erano preposti per lor custodia parimente questi Magistrati, da' quali alcuni vogliono, che sorgesse il nome de' Marchesi; poichè chiamando i Franzesi ed i Germani i limiti Marche, i Conti ch'erano preposti al governo de' medesimi si dissero anche da poi Marchesi, quantunque altri altronde dicono esser quella voce derivata, come diremo più innanzi. Questi erano gli ordinari Magistrati preposti al governo delle città, e de' confini del Regno. Vi erano ancora alcuni altri Magistrati estraordinarj, a' quali concedendosi maggior autorità e giurisdizione di quella solita darsi a' Conti, invigilavano da per tutto all'amministrazione del Regno, e chiamaronsi Messi. Divise egli, e distinse i campi di ciascheduna città, che sotto i Longobardi erano pur troppo confusi; ch'era sorgiva di tante liti di confini fra' popoli: egli assegnò a ciascuna i proprj, e per lo più seguitando la natura, per limiti si valse dei monti, delle paludi, de' fiumi, de' rivi, valli, o altri confini perpetui e durabili, acciocchè il tempo non gli variasse, ed a lungo andare non si confondessero.
Volle, che le città ancora gli prestassero giuramento di fedeltà; ed impose alle medesime, a' Feudatarj, alle Chiese ed a' monasteri certa spezie di tributo, che dovessero pagarlo, particolarmente quando di Francia il Re calava in Italia: questi tributi furon detti foderum, paratam, et mansionaticum, i quali da poi, per generosità del medesimo e de' suoi successori, in parte furono tolti, ed altre volte in tutto rimessi. Volle ancora che in Italia si ritenesse qualche simulacro di libertà; e siccome l'istituto praticato in Francia era, che quando il Re aveva da deliberar sopra cose gravissime, e che concernevano gli affari più rilevanti dello Stato, convocava tutti gli Ordini del Regno, l'Ordine ecclesiastico, e quello de' Baroni e Magnati, così egli introdusse anche in Italia; onde sempre che quivi ritornava, soleva egli convocare un general Parlamento di Vescovi, Abati, e di Baroni d'Italia, nel quale delle cose del Regno più gravi si deliberava. I Longobardi non riconoscevano che un sol Ordine di Baroni e Giudici. I Franzesi a tempo di Carlo M. due, Ecclesiastico e Nobiltà, poichè il terzo Ordine fu da' Franzesi aggiunto da poi. La qual consuetudine durò in Italia insino a' tempi di Federico I Imperadore, ond'è che appresso gl'Imperadori d'Occidente, quando calavano in Italia, solevan spesso convocar queste adunanze, e sovente presso Roncaglia, luogo non molto distante da Piacenza[349], ove molte leggi promulgarono, come si vedrà nel progresso di quest'Istoria più partitamente.
Composte in cotal maniera da Carlo le cose d'Italia, lasciando in Pavia un valido presidio, ritornossene nell'anno 774 in Francia, ove parimente fe seco condurre Desiderio con sua moglie per render più maestosi i suoi trionfi. Ciascuno avrebbe creduto che l'Italia sotto la dominazione di un tanto Principe, e quando le armi de' Franzesi eran per tutta Europa cotanto gloriose e formidabili, avesse dovuto durar lungamente in una quieta e tranquilla pace. Ma i tre famosi Duchi, quello del Friuli, l'altro di Spoleto, e sopra tutti il nostro Duca di Benevento, sdegnando di sottoporsi a' Re stranieri, e reputando mal convenire al loro grado, se, estinto il Regno de' Longobardi in Italia, a' Franzesi dovessero ubbidire, si risolsero scuotere, in tutto, il giogo; ed il dominio ch'essi sotto i Re longobardi aveano de' loro Ducati, da dipendente ch'egli era, renderlo assoluto e sovrano. Erano ancora favoriti da Adalgiso figliuolo di Desiderio, il quale ritiratosi in Costantinopoli appresso l'Imperadore greco, da cui era stato onorato col titolo di Patrizio, tenendo secrete intelligenze co' medesimi, avea impegnato l'Imperadore a somministrar loro una flotta per venire in Italia.
Il primo fu Rodgando Duca del Friuli, il quale, mentre Carlo stava implicato nella guerra co' Sassoni, gli tolse ogni ubbidienza, e con titolo di Sovrano le città del suo Ducato si sottopose. Ma il Re sbrigato dalla guerra Sassona, e ritornato in Francia, considerando questo fatto poter essere di pessimo esempio, se non reprimevansi in sul principio queste rivolte; volle egli calar di nuovo in Italia, e sopra Friuli giunto con potente armata, sconfisse l'esercito del rubello, e preso Rodgando, con terribile esempio gli fe troncar il capo. Non concedè ad altri il Ducato, ma per allora l'estinse, ed al suo Regno aggiunse le città del medesimo, dando a ciascuna i Conti, che le amministrassero, siccome aveva fatto a tutte le altre città di Lombardia. Ecco il fine del Ducato del Friuli, il primo che fu a sorgere sotto Alboino: il primo ancora a rimaner estinto per Carlo M. Egli è però vero, se dee prestarsi fede a Paolo Emilio[350], che Carlo da poi restituì questo Ducato, creandone Duca un tal Errico franzese; ma non ebbe lunga durata, nè poi si è inteso tanto di quello parlare, quanto dell'altro di Spoleto, e del nostro di Benevento.