§. I. Raccolta de' canoni.

In quest'età bisogna collocare la collezione d'Isidoro Mercatore o sia Peccatore: ella è latina ed è compilata di varj canoni de' Concilj tenuti in Grecia, in Affrica, in Francia ed in Ispagna, e di molte lettere decretali di più Papi, insino a Zaccheria che mori nell'anno 752[330]. Davide Blondello[331] fa vedere l'impostura in molte di queste epistole attribuite a varj Papi di cui non sono, e Pietro di Marca[332], ancorchè condanni il modo troppo aspro tenuto da questo Autore, non è però che non confessi la supposizione e l'impostura. Si disputa ancora dell'autore di questa collezione: Hinemaro[333] Arcivescovo di Rems ne fece autore Isidoro di Siviglia, e narra che Ricolfo Vescovo magontino, il quale tenne quella Chiesa dall'anno 787 insino all'anno 814, dalla Spagna la portasse in Francia, dove sotto il Regno di Carlo M. ne furono fatti molti esemplari e sparsi per tutto. Ma da ciò che si disse nel precedente libro e da quello che ne dice l'istesso Baronio e Marca, non può farsene autore Isidoro Vescovo di Siviglia, il qual morì nell'anno 636, quando questa collezione abbraccia anche l'epistole di Zaccheria morto nel 752. Altri[334] perciò l'ascrivono ad Isidoro, Vescovo di Sepulueda, che morì nell'anno 805, il qual, seguendo il costume di que' tempi, ne' quali i Vescovi per umiltà solevano sottoscriversi ne' Concilj, ed altrove Peccatori, si fosse detto perciò Isidoro Peccatore e che poi per vizio degli Amanuensi in alcuni esemplari di questa collezione in vece di Peccatore, si leggesse Mercatore. Emanuel Gonzalez[335] rapporta, che questa collezione di Isidoro Mercatore fu pubblicata sotto nome d'Isidoro di Siviglia per darle maggior autorità o perchè realmente da costui fosse cominciata un'altra collezione, ridotta poi a compimento da Mercatore, con averci inserite molte altre epistole sino a' tempi di Zaccheria.

Non solo in questi tempi fu veduta sorgere questa nuova collezione di Isidoro; ma anche se ne vide un'altra sotto nome di Capitoli di Papa Adriano, che in Francia fu divulgata da Ingilramno Vescovo di Metz l'anno 785. Ma questa raccolta, secondo che ci testifica Hincmaro[336] di Rems, non fu ricevuta nel rango de' canoni, di che è da vedersi Pietro di Marca[337]. Anche in Roma, in questo medesimo secolo, fu fatta un'altra raccolta di formole antiche, intitolata: Diurnus Romanorum Pontificum, della quale si servivano solamente i Papi nelle loro spedizioni.

§. II. Monaci e beni temporali.

I nostri Principi ed i Signori grandi non cessavano di far delle donazioni considerabili alle Chiese, ed a fondare de' nuovi monasteri, ed arricchire i già costrutti. Fu veramente questo il secolo de' Monaci: l'ignoranza e la superstizione non men de' laici, che de' Preti era nell'ultimo grado: solo ne' Monaci eravi rimasa qualche letteratura, onde con facilità tiravano per le orecchie la gente a ciò ch'essi volevano: i tanti miracoli, le tante nuove divozioni inventate a qualche particolar Santo, l'istruir essi per l'ignoranza e dissolutezza de' Preti il Popolo, operò tanto che tirarono a se la divozione e rispetto di tutti. Il Re Luitprando costrusse non pur da per tutto dove soleva dimorare, molte chiese, ma anche ben ampj monasterj. Costui edificò il monastero di S. Pietro fuori le mura di Pavia, che a' tempi di Paolo Varnefrido[338] per la sua ricchezza si chiamava Cielo d oro. Edificò ancora in cima delle Alpi di Bardone il monastero di Berceto; ed oltre a ciò fabbricò in Holonna un tempio con mirabil lavoro in onore di S. Anastasio Martire, dove fece anche costruire un ampio monastero. Egli con molta magnificenza per tutti i luoghi ordinò chiese, e fu il primo che dentro il suo palazzo edificò un oratorio dedicato al Salvatore, ordinandovi Sacerdoti e Cherici, i quali ogni giorno vi cantassero i divini ufficj. Quindi cominciarono appo noi a rilucere con maggior dignità e splendore le cappelle regie, le quali da' Sommi Pontefici arricchite poi di molte prerogative ed esenzioni per compiacere a' Principi, che gliele richiedevano, non meno esse che i loro Cappellani s'elevarono cotanto, quanto ravviseremo ne' seguenti libri di quest'Istoria.

I nostri Duchi di Benevento, seguitando l'esempio de' loro Re, non meno in Benevento, che in tutto il loro ampio Ducato ne fondarono de' nuovi ed arricchirono i già costrutti, e sopra ogni altro quello di monte Cassino. Arechi ingrandì quello di S. Sofia in Benevento e di profuse donazioni lo cumulò. A questi tempi nel 707, fu costrutto da que' tre famosi Nobili longobardi beneventani Paldo, Taso, e Tato il famoso monastero di S. Vincenzo a Vulturno[339] con tanta magnificenza, che ne' seguenti tempi quasi emulo di quello di monte Cassino, innalzò i suoi Abati a tanta dignità, ch'erano adoperati ne' più importanti affari della sede di Roma, e de' più potenti Signori di Occidente. Non meno in questo Ducato, che nel napoletano, e nelle altre città sottopposte agl'Imperadori d'Oriente, i monasterj si multiplicarono, non pure quelli sotto la Regola di S. Benedetto, che di S. Basilio, non solamente degli uomini, che delle donne. In Napoli, Stefano Duca e Vescovo costrusse molte chiese e più monasterj, dotandogli d'ampj poderi e rendite; così quello di San Festo Martire, ora unito a quello di San Marcellino; come l'altro di S. Pantaleone, di cui oggi non vi è vestigio; e restituì in più magnifica forma quello di S. Gaudioso[340]. Antimio Console e Duca ne fondò altro, quello de' SS. Quirico e Giulitta, la chiesa di S. Paolo, che la congiunse col monastero di S. Andrea; e così anche fecero non meno i Vescovi e Duchi di Napoli, che gli altri Ufficiali e Prelati delle altre città di queste province, onde ora si compone il Regno; i quali possono osservarsi nella laboriosa opera dell'Italia sacra d'Ughello. Crebbero perciò i Monaci, e le loro ricchezze in immenso; e non minore fu l'accrescimento della loro autorità e riputazione a cagion dell'ignoranza negli altri, e delle lettere che nel miglior modo che si potè in tanta barbarie, fra loro si conservavano.

Fondati perciò tanti monasterj, i Monaci cotanto arricchiti, e vedutisi in tanta elevatezza, tentarono ora più che mai di scuotere affatto il giogo de' Vescovi. Cominciarono, egli è vero, nel precedente secolo i monasterj ad esenzionarsi dalla giurisdizione de' Vescovi, ma ciò, secondo narra Alteserra[341], non si usava che di radissimo.

(Ne' precedenti secoli furon rarissime le esenzioni de Monaci, ed Isaaco Alberto Archiet. pag. 595 crede, che il primo Abate esente, fosse stato quello del monastero Lirinense, a cui dal Concilio Arelatense III fosse stata conceduta la prima volta esenzione intorno l'anno 455).

L'esempio che in questo secolo diede Zaccheria col monasterio di monte Cassino fece che gli altri di tempo in tempo si rendessero tutti esenti. Lo splendore nel quale era il medesimo in questi tempi, trasse a se tutto il favore de' romani Pontefici, i quali come se fossero presaghi, che da quello, come dal cavallo trojano, ne doveano uscire tanti Pontefici suoi successori, non mai si stancarono di cumularlo di privilegi e di prerogative. Lo rendevano più augusto essersi ivi resi Monaci, oltre a Rachi, Carlomanno, e tanti altri personaggi regali ed illustri; perciò ristabilito col favore de' due Gregorj II e III da Petronace in quella magnifica forma, Zaccheria, emulando i suoi predecessori, volle di maggiori preminenze arricchirlo. Volle egli di sua man propria consecrarlo, ed ivi portatosi con tredici Arcivescovi, e sessantotto Vescovi, rendè più augusta e magnifica la consecrazione. Furono i Monaci pronti a richiederlo, che sì famoso ed illustre monastero dovesse esentarsi affatto dalla giurisdizione del proprio Vescovo, nella cui diocesi era; Zaccheria volentieri gli concedè ampia esenzione, e ne spedì privilegio, col quale non solo quel monastero, ma tutti gli altri appartenenti a quello ovunque posti, fossero esenti e liberi dalla giurisdizione di Tutti i Vescovi, ita ut nullius juri subjaceat, nisi solius Romani Pontificis, come sono le parole di Lione Ostiense[342]. Oltre a ciò lo decorò ancora d'altre preminenze, che in tutti i Concilj l'Abate Cassinense sopra tutti gli altri Abati sedesse, e prima degli altri desse il suo voto; ch'eletto da' Monaci dovesse consacrarsi dal Pontefice romano; che il Vescovo entrando nella sua dizione, non potesse celebrare, nè far altra pontifical funzione, se non fosse invitato dall'Abate, o dal Proposito; che non gli fosse lecito esiger decime da lui, nè interdire i suoi Sacerdoti, nè chiamarli a' Concilj sinodali; che gli Abati di questo monastero potessero tener ordinazioni, consecrar altari, e ricevere per qualsisia Vescovo il Crisma. Gli confermò ancora con suo precetto la possessione di tutti que' beni, che per munificenza di tanti Principi longobardi, e di varj Signori avea acquistati. Gli altri Pontefici successori, seguitando le medesime pedate, accrebbero questi privilegi, de' quali l'Abate della Noce[343] ne ha tessuto un lungo catalogo.

Gli altri monasteri sotto altre Regole, ed i loro Abati di non inferior fama e valore con facilità impetravano da' romani Pontefici d'esser ricevuti sotto la protezion di S. Pietro, ed immediatamente sotto alla soggezion pontificia, perchè questa esenzione accresceva in gran parte la lor potenza, e portava grande estensione della loro autorità appresso tutte le Nazioni dell'Occidente; poichè costruendosi tuttavia grandi e numerosi monasteri, retti da Abati di gran fama, i quali per la lor dottrina oscuravano i Vescovi, nacque infra di loro qualche gara; onde gli Abati per sottrarsi dalla loro soggezione ricorrevano al Papa, e tosto impetravano esenzioni, con sottoporsi immediatamente sotto alla soggezion pontificia. Ne ricevevano oltre a ciò altri privilegi, di far essi li Lettori per i loro monasteri, d'esser ordinati da' Corevescovi, e tanti altri. Quindi nacque che il Pontificato romano acquistasse molti defensori della sua autorità e potestà; poichè ottenendo i Monaci tanti privilegi e prerogative, per conservarsegli erano obbligati di sostener l'autorità del concedente; il che facendo ottimamente i Monaci, ch'erano i più letterati del secolo, non passarono molti anni, che si videro tutti i monasteri esentati. Ed in decorso di tempo i Capitoli ancora delle Cattedrali, essendo per la maggior parte regolari, co' medesimi pretesti, impetrarono anch'essi esenzione: e finalmente le congregazioni Cluniacense e Cisterciense, tutte intere furono esentate con gran augmento dell'autorità pontificia, la quale veniva ad aver sudditi proprj in ciascun luogo, ancorchè da Roma lontanissimo, li quali nell'istesso tempo ch'erano difesi e protetti dal Papato, scambievolmente erano i difensori e protettori della sua potestà. S. Bernardo, ancorchè Cisterciense, non lodava l'invenzione, e di tal corruttela, ne portava spesso le doglianze non pur ad Arrigo Arcivescovo di Sens[344], ma ammoniva l'istesso Pontefice Eugenio III a considerare, che tutti erano abusi, nè si doveva aver per bene, se un Abate ricusava di sottomettersi al Vescovo, ed il Vescovo al Metropolitano. Riccardo Arcivescovo di Cantorbery[345] pur lo stesso esclamava con Alessandro III. Ma costoro che non ben intendevano questi tratti di Stato, non furono intesi, nè alle loro querele si diede orecchio; anzi ne' tempi posteriori, battendosi la medesima via, si procedè più avanti; poichè da poi gli Ordini mendicanti non solo ottennero ogni esenzione dall'autorità episcopale, e generalmente ovunque fossero; ma anche facoltà di fabbricar chiese in qualunque luogo, ed in quelle eziandio ministrar sacramenti: e negli ultimi secoli s'era tanto innanzi proceduto, che ogni privato Prete con poca spesa s'impetrava un'esenzione dalla superiorità del suo Vescovo, non solo nelle cause di correzione, ma anche per poter esser ordinato da chi gli piaceva, ed in somma di non riconoscere il Vescovo in conto alcuno; e quantunque nel Concilio di Costanza alle calde e ripetute querele del famoso Gersone[346] moltissime esenzioni s'annullassero, ed ultimamente nel Concilio di Trento[347] si proccurasse a tanti eccessi qualche compenso; non sono però da poi mancati modi alla Corte di Roma, di far ricadere la bisogna, salva l'autorità del medesimo, in quello stato, che oggi tutti veggiamo.