Non valuere hujus subdere colla sibi.

CAPITOLO V. Carlo M. da Patrizio diviene Imperador romano: sua elezione, e qual parte v'ebbe Lione III romano Pontefice.

Mentre che i Franzesi sotto Pipino con tanta ferocia ed ardire guerreggiavan co' Beneventani sotto Grimoaldo, Carlo M., dopo aver debellati i Sassoni, e scorsi molti luoghi del vasto Imperio, fermossi finalmente nell'anno 795 in Aquisgrana, della qual città per l'amenità del sito e de' suoi luoghi cotanto si compiacque, che di un nobilissimo tempio adornolla: quivi trovandosi, gli fu recata novella della morte di Adriano accaduta in Roma l'anno 796. Fu da Carlo inconsolabilmente pianto, e fu tanto il dolore che n'ebbe, che volle anche manifestarlo per un elogio da lui medesimo composto, che fece porre al suo sepolcro. Intese ancora poco da poi, che il Popolo e Clero romano aveva in suo luogo eletto Lione Prete Cardinale, che Lione III, fu detto: da costui gli fu data parte della sua elezione per suoi Ambasciadori, dimostrandogli ancora la sua mente, ch'era, seguitando i vestigi de' suoi predecessori, di non voler riconoscere altro che lui per protettor suo e della Chiesa; di vantaggio come Patrizio, ch'egli era di Roma, gli mandò lo stendardo della città con molti altri doni, pregandolo nel medesimo tempo di mandare un dei Signori della sua Corte per ricevere da parte sua il giuramento di fedeltà, che gli presterebbe il Popolo romano[405], il quale da lungo tempo aveva cominciato a scuotere il giogo de' Greci, e voleva già assolutamente liberarsene. Carlo accettò li donativi e l'omaggio che gli rendeva la prima città del Mondo, e scelse il suo genero Anghilberto, per ricevere il giuramento de' Romani, che lo riconobbero per loro Signore: ed in fatti, per questi trattati avuti da Lione con Carlo, il Patriziato mutossi in dominio, e da questo tempo fu, ch'egli esercitò in Roma il diritto di Sovrano, rendendovi giustizia per suoi Commissari e per se stesso, come fu avvertito saviamente da Pietro di Marca[406]: ed oltre a ciò, usando della sua regal munificenza e generosità, mandò al Papa per Anghilberto una gran parte di que' tesori immensi, ch'egli avea guadagnati nella guerra contra gli Unni, da lui poco prima felicemente terminata per la conquista della Pannonia: ed in tutti i rincontri che gli s'offerirono, emulo di Pipino suo padre, pose tutto il suo studio ad ajutarlo nelle persecuzioni che sofferse, e di proteggere ed innalzar quanto più potè la Chiesa romana, come aveva fatto con Adriano suo predecessore, poichè avendosi Lione inimicati Pascale e Compolo nipoti d'Adriano e molti principali Signori di quel partito, che mal sofferivano, che il nuovo Pontefice innovasse molte cose fatte da Adriano, costoro oltre d'averlo accusato e fatto reo di molti e scellerati delitti, non potendone mostrar poi documenti per provargli; un giorno mentr'era in una pubblica e sacra funzione tutto inteso, gli corsero sopra, e presolo gli diedero più colpi mortalissimi, lo strascinarono per le strade, e si sforzarono di cavargli gli occhi e di troncargli la lingua; ma riparatosi come potè meglio, fu dopo molte ferite, tutto bruttato di sangue, chiuso nel monastero di S. Gerasimo in una stretta prigione; ma liberato da poi da' suoi parteggiani, ed accorso in suo ajuto Guinigiso Duca di Spoleto, questi dopo averlo condotto in Spoleto, lo mandò in Francia a Carlo insieme con molti Vescovi ed altri Nobili, che vollero seguirlo nel viaggio. Fu ricevuto da Carlo in Paterbona con uguale stima, che fu da Pipino suo padre ricevuto Stefano, trattandolo con infinito onore e somma magnificenza, ove Lione ebbe campo di mostrare la sua innocenza, ciò che a torto aveva sofferto, ed in che falsamente era stato da' suoi nemici accusato.

Ma nell'istesso tempo i suoi congiurati in Roma, per l'assenza del Pontefice fatti più altieri, non mancarono di opporsi a' sforzi di Lione: essi mandarono a Carlo molte accuse, per le quali mostravano Lione reo di molti e gravi delitti. Parve al Re rimandarlo in Roma accompagnato magnificamente, per doversi ivi conoscere giuridicamente i meriti di questa causa, e lo fece accompagnare da dieci Commissari, due Arcivescovi, cinque Vescovi e tre Conti e molti Franzesi, per conoscere di questo negozio. Fu ricevuto il Papa in Roma con solenne applauso e molta pompa; e venendosi all'esame de' carichi che gli eran dati da Pascale e Campolo e da' loro complici, per iscusar l'esecrando attentato da essi commesso nella sua persona; non provandosi niente de' delitti, de' quali veniva imputato, i Commissari di Carlo mandarono gli accusatori sotto buona guardia al Re. Erasi Carlo, dopo aver gloriosamente trionfato degli Unni, incamminato già verso Italia, invitato da Pipino, il quale mal poteva solo abbattere la alterigia di Grimoaldo, che il Principato di Benevento reggeva già con libero ed assoluto imperio: e giunto in Italia volle essere di persona in Roma per conoscer di questa causa, e render al Papa quella giustizia che egli dimandava.

Fu da Lione a' 24 novembre di questo anno 799, dal Clero e dal Popolo romano ricevuto Carlo con segni di venerazione e di stima, i maggiori che potevan mai praticarsi: e fatto questo Principe, dopo alquanti giorni del suo arrivo, raunare nella chiesa di S. Pietro gli Arcivescovi, Vescovi ed Abati e tutti i Signori romani e franzesi, assiso egli col Pontefice in questa grande Assemblea, fece esaminar questa causa e proccurò che si facesse esatta discussione de' delitti, de' quali era stato Lione accusato; ma non essendovi dall'una parte pruova alcuna, nè alcun testimonio che si presentasse per sostenere queste calunnie, e dall'altra protestandosi tutti i Prelati, non dover la Santa Sede ed il Papa esser giudicato da nessuno, e che toccava a lui stesso di giudicarsi; allora il Pontefice disse, che seguendo le vestigia de' suoi predecessori, egli era tutto pronto di giustificarsi nella medesima maniera, che coloro avevano fatto più d'una volta: perciò il giorno seguente, montando egli sopra la tribuna, tenendo in mano il libro de' santi Vangeli, nel cospetto di tutti, volle con solenne giuramento, come innocente purgarsi, altamente protestando e giurando se essere innocente di tutti i delitti impostigli da' suoi persecutori. Sopra di che tutta la chiesa rimbombò dell'acclamazioni di una sì augusta Assemblea, che ricevè questa protesta e giuramento del Papa come un Oracolo, che l'assicurava pienamente della sua innocenza. Così Lione essendosi giustificato appresso tutti, ciò ch'era la cosa che Carlo M. stimava più importante, fu rimesso ad un'altra Assemblea il giudicio di Pasquale e de' di lui complici.

Ma questo Pontefice riconoscendo da Carlo tanti beneficj, pensò più seriamente come potesse rendergline quella gratitudine che meritavano[407], e come in avvenire potesse la Chiesa romana star più che sicura della sua protezione e del suo aiuto, giacchè dagl'Imperadori d'Oriente non era più che sperarne, anzi molto da temerne. Allora fu, che si pose in opra il più bel ritrovato che mai si potesse uom immaginare, a fin di render questo Principe più tenuto che mai alla Sede appostolica; e che si proccurasse da poi da' Pontefici romani una funzione che non essendo in questi tempi reputata altro, che una pura e semplice cerimonia, d'interpretarla per una delle più potenti ragioni del dominio temporale, ch'essi vantan tenere sopra tutto il Mondo cattolico, e che gli adulatori di quella Corte seppero tanto ben colorire ed inorpellare, che lo persuasero per più secoli a quasi tutta l'Italia ed a molte parti ancora dell'Occidente. Questo fu d'innalzar Carlo da Patrizio ch'egli era, in Imperadore romano, ciò che dissero la traslazione dell'Impero dell'Occidente ne' Franzesi; e che in verità non fu altro nella persona di Carlo, che d'un volersi assumere un nome più spezioso ed augusto, il che gli altri Re d'Italia come Teodorico pure avrebbero potuto farlo, ma non vollero mai porre in effetto.

Alcuni Scrittori francesi[408] vogliono darci a credere, che Carlo fosse stato, ad esempio di Teodorico, anche alieno di curarsi questo spezioso titolo, e che Lione, cotanto a lui obbligato, guidando questa cosa, avesse concertato il tutto co' Romani e con gli altri Popoli, che allora si trovavan in Roma, senza che Carlo niente ne sapesse, di acclamarlo Imperador romano, mentre egli nelle feste del santo Natale dovea condursi in chiesa, e ponergli la clamide e la corona imperiale, come si fece; ma ciò lo credano i più semplici, e coloro che ignorano le circostanze, che precederono a questo fatto; poichè Carlo per altri riscontri che ci restano nell'istorie[409], è manifesto che ambisse questo titolo, dovuto per altro a' suoi meriti ed al suo vasto Imperio, che avevasi, parte per ragion di successione, parte per armi conquistato, come qui a poco diremo.

Certamente il gran Teodorico Re d'Italia avrebbe forse con maggior ragione potuto assumere questo titolo d'Imperador d'Occidente, nel che avrebbe avuto anche il consentimento di Lione Imperador d'Oriente; ma egli, come si è detto nel libro terzo di questa Istoria, deponendo l'abito gotico, non già d'imperial diadema, ma di regie insegne volle coprirsi, e Re dei Goti e de' Romani volle esser proclamato: e narra Procopio, che a questo Principe solamente il nome d'Imperadore, ch'egli non volle assumere, mancava, ma che in realtà era tale, così se si riguardava la sovranità del suo Imperio, come l'estensione de' suoi dominj. Egli non solo, ad esempio degli altri Imperadori d'Occidente, aveva stabilita la sua sede in Ravenna, dominando quindi tutta l'Italia; ma tenne ancora sotto la sua dominazione la Sicilia, la Rezia, il Norico, la Dalmazia colla Liburnia e l'Istria ed una parte dei Svevi, e quella parte della Pannonia ov'era Sigetino e Sirmio. Riteneva ancora parte della Gallia, per la quale co' Franzesi venne sovente alle armi; e per ultimo reggeva, come tutore d'Amalarico suo nipote, la Spagna: onde se a Teodorico fosse venuta voglia di assumer questo titolo, e portarsi in Roma a farsi porre la corona dal Papa, ch'era suo suddito, e farsi ungere, come cominciarono ad usare in appresso i Principi cristiani da' suoi Vescovi, si sarebbe anche detto, che i Pontefici romani trasferiron da' Romani l'Imperio d'Occidente ne' Goti, come si dice ora di questa traslazione da essi fatta ne' Franzesi.

Ma perchè si vegga chiaramente che per questo fatto niente altro s'acquistò a Carlo che il solo nome di Imperador romano, niente più gli diedero o potevano dare i Romani ed il Papa, che tale lo acclamarono, che questo titolo, il quale non portò a lui ragione alcuna sopra gli altri Stati e Regni d'Occidente, i quali per lungo corso d'anni furono sotto la dominazione d'altri Principi; egli sarà bene di ponderare, che molto tempo prima, che questo Principe fosse nomato Augusto, l'Imperador greco aveva già perduto il dominio di quasi tutte le province d'Occidente, le quali jure belli erano passate sotto la dominazione d'altri Principi e di Carlo medesimo per la maggior parte; tanto che per questa acclamazione, siccome egli non si fece più ricco, così niente per lei si tolse all'Imperador d'Oriente, nè agli altri Principi sopra i loro Reami e Stati ch'essi possedevano.

Aveva già Carlo discacciati da Italia i Longobardi, che n'erano Signori, e al suo Imperio aveala soggettata. Roma, che un tempo fu sede dell'Imperio di Occidente, sin dal tempo di Lione Isaurico avea cominciato a scuotere il giogo, e se bene lungo tempo i Greci v'avessero tenuta un'ombra di lor signoria, erasi quella finalmente data a Carlo M., che ne ricevette il giuramento di fedeltà per Anghilberto, come narrano i più gravi Istorici; e prima d'assumer questo titolo aveva esercitato in essa le ragioni di Sovrano, come può esser ben chiaro a chi riflette l'accuse date a Lione; poichè se bene lasciasse i Romani vivere colle proprie leggi e sotto i medesimi Magistrati, però la potestà suprema era come Patrizio a lui riserbata, e la ritenne da poi come Imperadore; e l'Esarcato di Ravenna, sede che prima fu degl'Imperadori d'Occidente e poi degli Esarchi, primo Magistrato in Italia degl'Imperadori d'Oriente, ancorchè tolto a' Longobardi, fosse stato conceduto alla Chiesa romana, si ritennero però in quello così Pipino, come Carlo le ragioni della sovranità e del dominio eminente: in breve quasi che tutta Italia, toltone queste nostre province, era già passata sotto la dominazione di Carlo prima dell'assunzione di questo titolo. Parimente egli è certo, che questo Principe per successione e per conquista possedeva tanto di dominio nell'Occidente, quanto non ebbe mai nessuno Imperadore dal tempo della divisione dell'Imperio; poichè oltre alle Gallie, dove egli regnava per successione come Re di Francia, aveva conquistata parte della Spagna insin'all'Ebro. Per lo medesimo diritto di conquista possedeva l'Istria, la Dalmazia, tutta la Pannonia sino a' confini de' Bulgari e della Tracia, ed ancora tutta la Dacia continente, la Valachia, Moldavia e Transilvania. E se egli non ebbe la Spagna di là dall'Ebro, e quella parte dell'Affrica, ch'era dell'Imperio d'Occidente, prima che i Vandali, e lungo tempo da poi i Saraceni, se ne fossero impossessati, aveva egli dall'altra parte ciò che i Romani non poterono mai conquistare, cioè tutta quella vasta estensione di paese, ch'è tra 'l Reno e la Vistola, l'Oceano settentrionale ed il Danubio, divisa ora tra tanti Principi, città libere e Repubbliche, di cui una sola parte compone ciò che si chiama oggi giorno l'Imperio romano: ed Eginardo[410] scrive, che i Re che dominavano allora nella G. Brettagna, gli erano talmente sommessi, che nelle loro lettere lo chiamavan sempre lor Signore, con sottoscriversi di lui servidori e sudditi.