Vacando dunque per tre secoli l'Imperio d'Occidente, e diviso in tanti Principati e Regni, essendosene molti uniti nella persona di Carlo, parte per ragion di successione, e moltissimi per diritto di conquista, tanto che arrivò a posseder in Occidente molto più che gli altri Imperadori Occidentali, e precisamente que' che vi furono da Onorio insino ad Augustolo, non deve per questa parte riputarsi cosa molto impropria e strana, se i sudditi di Carlo, ciò ch'egli era in realtà, avessero voluto anche proclamarlo Imperadore, e dargli quest'augusto titolo ben proprio e corrispondente al suo vasto Imperio, che teneva in Occidente. In effetto questo nome non dal solo romano Pontefice, che guidò questa azione, gli fu dato, nè solamente da' Romani, ma da tutti i Popoli di varie nazioni, che portò seco Carlo in Italia. Narrano Paolo Emilio[411] e molti altri Scrittori più antichi di lui, che questo Principe fu accompagnato in Italia, non solamente da moltissimi Signori franzesi, ma da infiniti altri di nazioni diverse, che a lui ubbidivano, Sassoni, Borgognoni, Teutonici, Dalmazj, Bulgari, Pannonj, Transilvani ed altri.
Ed è anche presso a' medesimi certissimo, che dopo il terzo dì che fu discussa la causa di Lione, essendo quello in cui celebravasi il giorno Natalizio di Nostro Signore, si portò questo Principe nella chiesa di S. Pietro a solennizzarlo con grande apparecchio, ed entrò in essa accompagnato dal Papa e molti Prelati e Magistrati romani, e seguitato da tutti i Signori franzesi e romani e da tutto il corteggio degli altri, ove ritrovò un'infinita moltitudine di Popolo non sol romano ma mischiato di tante altre Nazioni. Mentre Carlo orava a piè del sepolcro de' Santi Appostoli, il Papa, che per quest'effetto teneva pronto ed apparecchiato il manto imperiale ed una ricca corona d'oro, da poi ch'ebbe Carlo finita la preghiera, diede segno a' Magistrati romani ed a que' Baroni, che erano intorno, e che stavano intesi di ciò che doveasi fare, e postogli la corona sul capo con tutti gli altri cominciò a gridare: A Carlo Augusto da Dio coronato, grande e pacifico Imperador de' Romani, vita e vittoria[412]: e risonando queste voci in ogni cantone, tutti insieme come di concerto, il Papa, il Senato, i Romani, i Franzesi ed il Popolo misto di tante nazioni, in una voce ed in un medesimo spirito, si misero a gridare con tutta la lor forza la medesima cosa, ch'essi ripigliarono sino a tre volte[413]. Sedata che fu l'acclamazione del Popolo, Lione, che aveva apparecchiato ogni cosa per una sì augusta cerimonia, gli diede l'unzion sacra, non mai più per l'innanzi ricevuta da niun Imperadore d'Occidente, e lo vestì d'un lungo ammanto imperiale alla romana: unse ancora Pipino, che si ritrovò presente a questa funzione, come Re d'Italia: e da poi che Carlo ricevè dal Papa, dal Senato e da tutti gli altri che vi furono presenti, tutti gli onori soliti praticarsi verso gli antichi Imperadori romani, riconoscendolo per lor Sovrano, egli all'incontro giurò, che sarebbe stato sempre Protettore e Difensore della Santa Chiesa romana per quanto saprebbe e potrebbe: da indi in poi, deposto il titolo di Patrizio, prese quello d'Augusto e d'Imperadore, ch'egli trasmise alla sua posterità[414].
Ecco ciò che si chiama traslazione dell'Imperio di Occidente a' Franzesi, dal cui fatto niente possono ricavare i Pontefici romani per sostentar le altre loro pretensioni; perchè se bene Lione, come uno de' principali della città di Roma, avesse guidata quest'azione, a cui più d'ogni altro ciò importava, per obbligar maggiormente Carlo a protegger la sua Chiesa, e venisse con ciò intieramente a cedere tutto quello, che i suoi predecessori s'aveano guadagnato sopra Roma, è però, presso coloro che sono intesi dell'Istoria Augusta, noto abbastanza, che non altrimente si solevano acclamare anticamente gl'Imperadori romani. Le acclamazioni si facevano dal Popolo e da' soldati, ma da alcuni privati era a lor proposta la persona, che essi doveano acclamare. Niun però sognò d'attribuire l'elezione a que' pochi, che proponevan la persona e non al Popolo ed a' soldati, che lo gridavano ed acclamavano Imperadore; ed inoltre queste acclamazioni denotavano non solo il presente, ma anche l'antecedente consenso del Popolo. Molto meno potranno sostentar le loro pretensioni per la coronazione ed unzione che Carlo ricevè per Lione; poichè crediamo esser oggi mai a tutti notissimo, queste essere pure cerimonie, che non s'appartengono punto alla sostanza dell'Imperio, in guisa che potesse dirsi, che chi le fa, dia con esse l'Imperio o il Regno. Furono queste cerimonie introdotte da' Principi cristiani, forse seguendo l'esempio degli antichi Re della Giudea, che usavano farsi ungere da' Sacerdoti; ed i primi, che l'introdussero in Occidente, furono i Re di Spagna e quelli di Francia, seguitati da poi dagli altri, il che gli Orientali anche abbracciarono[415]. In Francia il Re Cristianissimo dal Vescovo di Rems riceve questa cerimonia. In Ispagna quel Re dall'Arcivescovo di Toledo. I Re d'Italia solevan farsi ungere ed incoronare dagli Arcivescovi di Milano: quei d'Inghilterra dall'Arcivescovo di Cantorberi: quei d'Ungheria dal Vescovo di Strigonia: e gli altri Re ciascuno da' suoi Vescovi: infino il nostro Arechi, come si è veduto, Principe di Benevento, volle farsi ungere e coronare da' suoi Vescovi beneventani: e sarebbe privo d'ogni buon senso chi dicesse che da questi Vescovi si facessero, o costituissero tanti Principi, Re o Imperadori.
Anche in Oriente nel sesto secolo Giustino Imperadore si fece coronare da Giovanni[416] Patriarca di Costantinopoli: eppure questo Imperadore dopo sei anni volle essere di nuovo incoronato da Giovanni R. P. Molti Principi non una, ma più volte vollero usar queste cerimonie: Pipino padre di Carlo M. si fece ungere la prima volta da Bonifacio Arcivescovo di Magonza; e tre anni da poi da Stefano R. P. Carlo stesso ben due volte fu unto ed incoronato, ed imitando suo padre fece far l'istesso a' suoi figliuoli Pipino Re d'Italia e Lodovico Re dell'Aquitania[417]. Queste cerimonie adunque non danno Imperj o Regni, ma suppongono colui che le vuole già Imperadore o Re; siccome non minor vanità sarebbe, dal giuramento che diede Carlo di voler essere Protettore e Difensore per quanto potrà della Chiesa romana, ricavarne alcun frutto, come se quello fosse stato un giuramento di fedeltà o di ligiomaggio, come alcuni hanno pur sognato.
Ma siccome i Pontefici romani niente possono ricavar da questo fatto; molto meno ne potè ricavar Carlo stesso o gli altri Imperadori suoi successori da sì augusto e spezioso titolo, rispetto agli altri Principi, che a lui non eran sottoposti. Niuna ragione potè di nuovo recarsegli a riguardo degli altri: e perciò quei Principi ritennero i loro Reami liberi ed independenti, onde non ragione vantano esser veri Monarchi, ed i loro Stati vere Monarchie: perciò i Re di Spagna, che liberi ed assoluti Signori furono sempre de' loro Reami, vantano con ragione il Regno loro esser Monarchia, nè per conto alcuno all'Imperio d'Occidente sottoposto. Il Regno d'Inghilterra, dicono i Franzesi e con essi Gujacio[418], che un tempo salutò l'Imperio come Feudatario, ma gl'Inglesi, e per essi Arturo Duck[419] costantemente lo niegano. Carlo istesso, siccome tutti gli altri Imperadori suoi successori, usarono in Italia la loro Sovranità e Signoria, non perchè forse questo titolo d'Imperadore portasse loro questa ragione, ma come Re d'Italia ch'egli era, e siccome furono i suoi successori, i quali si fecero per ciò in Milano acclamar per tali, ed ungere ed incoronare da quello Arcivescovo; ed aggiunsero alle leggi longobarde altre lor proprie, non come Imperadori, ma come Re d'Italia e successori de' Re Longobardi. Venne sì bene in pensiero a Carlo M., come narra Paolo Emilio[420], d'unire all'Imperio la Francia e sottoporla alle leggi di quello, ma i Grandi di Francia abborrirono tal unione: Cur milites tuos, dicevano, Regnum tuum, Franciam tuam, Imperii provinciam facere studes Imperioque subjicere? Ond'è che i Franzesi pretendono, che più tosto l'Imperio fosse membro della Monarchia franzese, che la Francia dell'Imperio.
Che che ne sia, egli per quel che riguarda il nostro instituto, è da notare, che Carlo M., con tutto questo suo augusto titolo d'Imperadore, niente rilevò sopra il nostro Ducato di Benevento, sopra quel di Napoli, e sopra ciò che ritenevano ancora i Greci in queste nostre province; ond'è che questo Regno dall'Imperio novellamente surto d'Occidente fu riputato sempre diviso ed independente, e perciò con ragione vanta i pregi d'una vera Monarchia. Si renda più che mai Augusto e con titoli e con fatti eccelsi Carlo M., che all'incontro Grimoaldo Principe di Benevento non vuol al suo Imperio sottoporsi. Le guerre mosse da lui e dal suo figliuolo Pipino contro Grimoaldo, ora più che mai proseguono ostinate e crudeli; e Grimoaldo altamente si protestava di voler esser sempre libero così come egli era nato, resistendo sempre a tutti i Franzesi ed a Pipino impegnato per abbatterlo, e di ridurre, benchè invano, sotto la sua dominazione Benevento. E non pure i Popoli di quelle città del nostro Regno, ch'erano rimase sotto l'Imperio de' Greci, non riconoscevano Carlo per Imperador romano, reputando questo titolo proprio dell'Imperador di Costantinopoli; ma gli stessi Beneventani erano ancora di ciò persuasi, tanto che l'Anonimo Salernitano non merita que' rimproveri dal Pellegrino, se nella sua istoria, introducendo que' Vescovi che davano questo titolo a Carlo M. dice, che essi glie lo davano, perchè così lo chiamavano tutti i suoi Corteggiani e quella gente che portava seco; poichè, e dice, non può in niun modo chiamarsi Imperadore, se non colui, che presiede nel Regno romano, cioè costantinopolitano: e che i Re di Francia allora s'usurpavano quel nome, che essi prima non avevano mai avuto[421]: nome che per lunga serie d'anni fu sempre contrastato a' successori di Carlo dagl'Imperadori d'Oriente; poichè se bene l'Imperadrice Irene e poi Niceforo avessero proccurato tener alleanza con Carlo, e regolando i termini dei due Imperj, per porvi ben fermi limiti, e per togliere ogni occasion di contesa, avessero riputato avere il Principato di Benevento, come un confine ed una barriera, e col trattato che fu tra di loro conchiuso, avessero confermato il titolo d'Imperadore a Carlo M., nulladimeno gl'Imperadori d'Oriente successori di Niceforo, rompendo tutti i preceduti trattati, mossero ai di lui successori non solamente guerra per le province, che pretendeano essere state tolte al lor Imperio, ma anche per questo nome d'Imperadore, che non vollero a patto veruno accordargli; nè mai Imperadori o Re d'Italia, ma solamente Re di Francia erano da essi nomati. Anzi l'Imperadore Basilio, avendogli i Legati del Pontefice Adriano II recate alcune lettere, nelle quali il Re Lodovico si chiamava Imperadore; ordinò che si radesse in quelle il nome d'Imperadore, e mandò un suo Legato a Lodovico, al quale per sue lettere esortò, che per l'avvenire s'astenesse dal nome d'Imperadore; ma alle querele di Basilio, Lodovico rispose con una ben grave e forte lettera, che vien rapportata dal Baronio[422] ne' suoi Annali e da Federico Morelli[423] nelle note a' Temi di Costantino Porfirogenito, il quale pure, imitando l'esempio di Basilio suo avo, non diede mai nome d'Imperadore a' successori di Carlo, chiamandogli semplicemente Re di Francia. Rimasero adunque queste nostre province, sin dal tempo che risorse il nuovo Imperio d'Occidente, distaccate ed independenti dall'Imperio, quando lo tennero i Franzesi, e molto più quando ristretto in una parte della Germania, pervenne in mano degli Alemanni e d'altre Nazioni, come chiaramente vedrassi nel corso di questa Istoria.
Carlo intanto, mandati che ebbe ad intercession di Lione in esilio i suoi accusatori (poichè egli l'aveva condennati a pena capitale) trattenendosi nel principio di quest'anno 801 in Roma, partì poi da questa città nel mese d'Aprile, e portossi in Pavia, dove volle agli editti de' Re longobardi suoi predecessori aggiungere nuove leggi, che allo stato presente d'Italia fossero più conformi e necessarie. Molte altre leggi stabilì intorno alle cose ecclesiastiche, praticando all'uso di Francia, di convocare prima di promulgare, non pur l'Ordine de' Nobili, de' Magistrati e de' Giudici, come facevano i Longobardi, ma anche l'Ordine ecclesiastico de' Vescovi, Abati ed altri Prelati della Chiesa; poichè in questi tempi l'Ordine del Terzo Stato non era ancora entrato in Francia a parte ne' comuni affari e deliberazioni[424]. Queste sue leggi, ch'egli stabilì in Pavia come Re d'Italia, si leggono ancora nel Codice Cavense dopo gli editti degli altri Re longobardi suoi predecessori: ond'è che ne' tre libri delle leggi longobarde il compilatore de' medesimi v'inserì anche alcune di quelle, fra le quali una[425] ve n'è, dove non meno a' Romani si lasciano intatte le loro leggi, e che secondo quelle dovesser vivere, che a' Longobardi le loro; e testifica Carlo Sigonio[426] conservarsi anche in Modena queste leggi, rapportando il proemio delle medesime consimile a quelli che i Re longobardi solevan preporre a loro editti. Ciò che i Goti ed i Longobardi chiamarono Editti, i Franzesi appellarono Capitolari. Furono così chiamati, perchè, come dice Doujat[427], erano disposti per capitoli, ovvero capi. Al di loro esempio gli altri Principi chiamaron pure le loro leggi Capitolari: anche i nostri Principi longobardi, con tutto che fieri ed ostinati nemici de' Franzesi, non si sdegnarono in ciò imitargli; onde le leggi che nel Principato di Benevento furono stabilite da que' Principi, Capitolari si dissero; e presso Camillo Pellegrino si leggono perciò i Capitolari d'Arechi, di Sicardo, di Radelchisio e d'altri Principi beneventani.
Non pure lasciò Carlo intatte le leggi romane e le longobarde, ma, per quanto la condizione di que' barbari ed oscuri tempi comportava, si sforzò di restituire la giurisprudenza romana in qualche lustro. Si riconosceva questa e si racchiudeva non già, come si è veduto, da' libri di Giustiniano, de' quali in questi tempi in Occidente poca era la notizia e molto minore l'autorità; ma dal Codice di Teodosio e dal suo Breviario compilato per Alarico: e quantunque distratto da varie militari cure, e per la mancanza de' Professori e per l'ignoranza del secolo, non potesse ridurre ad effetto il suo desiderio, emendò però come potè meglio il Breviario d'Alarico, donde la legge romana era nel Foro a' Giudici allegata.
L'esempio del padre imitò Pipino Re d'Italia: ci restano ancora di lui i suoi Capitolari[428], che come Re d'Italia promulgò, i quali parimente dopo gli editti de' Re longobardi leggiamo nel mentovato Codice Cavense: molte sue leggi perciò da quelli estratte, vediamo inserite nel volume delle leggi longobarde[429]: donde si vede chiaro, che le leggi che Carlo e gli altri Imperadori d'Occidente suoi successori stabilirono come Re d'Italia, e che si vedono inserite nel Corpo delle leggi longobarde, ebbero in Italia forza e vigore, non perchè fatte come Imperadori, ma come Re d'Italia ch'essi erano. Così Pipino che non fu mai Imperadore (onde devono emendarsi nel volume delle leggi longobarde quelle iscrizioni, che portano alcune sue leggi d'Imperator Pipinus) perchè vivente l'Imperador Carlo suo padre era stato costituito Re d'Italia, fece perciò come tale le sue leggi, le quali in essa ebbero tutto il vigore, e fra le leggi longobarde de' Re furono annoverate.
Morì Pipino sul fine dell'anno 810 da poi che Carlo suo padre avea conchiusa in Aquisgrana la pace con Niceforo, e morì assai giovane in età di trentatre anni, l'anno 29 del suo Regno, non lasciando che un figliuolo naturale chiamato Bernardo in età di dodici in tredici anni, il quale due anni da poi fu dall'avo creato Re d'Italia.