Un anno appresso, sul fine del 811, trapassò ancora Carlo primogenito dell'Imperadore, a cui il padre avea destinata la Francia colla Turenna ed una parte del Regno di Borgogna, e morì senza lasciar figliuoli: di maniera che de' tre figliuoli che egli avea destinati per successori ne' suoi Stati, non gli rimase che Lodovico Re dell'Aquitania; perciò associollo all'Imperio, e lo fece coronare in Aquisgrana nel mese di settembre dell'anno seguente 813. Morì pure in fine, dopo aver regnato 47 anni in età di 70 l'invitto Carlo, Principe che riempiè il Mondo della sua fama, e che meritamente acquistossi il soprannome di Grande: morì in Aquisgrana l'anno 814 il dì 28 del mese di gennajo, lasciando per suo successor dell'Imperio e dei Regni di Francia, di Aquitania e di Germania Lodovico suo figliuolo, soprannomato il Pio, ovvero il Buono, e Bernardo suo nipote Re d'Italia.
CAPITOLO VI. Di Grimoaldo II, Sicone e Sicardo Principi di Benevento; della pace che formarono co' Franzesi, e delle guerre che mossero a' Napoletani.
Intanto al Principato di Benevento, per la morte accaduta nel 806 di Grimoaldo senza lasciar di se prole maschile (poichè Gottifredo era a lui premorto), era stato innalzato un altro Grimoaldo, che fu suo Tesoriero, onde con manifesto errore il Sigonio reputò un solo Grimoaldo questi due. Fu questi un Principe di genio tutto diverso dal suo predecessore, di soavi costumi, e molto alla pace inchinato, il quale per liberar il suo Stato dalle continue scorrerie de' Franzesi, si risolse di pattuire con quelli una ben ferma pace, ed essendo morto Pipino, mandò a questo fine suoi Legati all'Imperadore, il quale non ancora avea dichiarato Re d'Italia Bernardo suo nipote. Carlo che si trovava allora distratto contro i ribellanti Bretoni, e contro gli Schiavoni, vi diede orecchio, e contentandosi del tributo offerto da Grimoaldo, fermò con lui la pace[430]. Da questo tempo innanzi il Principato di Benevento rimase tributario agl'Imperadori d'Occidente come Re d'Italia, ed i Beneventani per lungo tempo furono in pace con i Franzesi.
Diede Grimoaldo all'incontro la pace a' Napoletani: questi due Popoli, Beneventani e Napoletani, furono quasi sempre in contese, e non mancavano, come emoli e vicini continue occasioni di guerre. Questo Principe pose fra loro pace: ma il di lui destino portò, che quella non guari durasse, per un'occasione che saremo a raccontare. Governava in questi tempi il Ducato napoletano per l'Imperador Lione soprannomato l'Armeno, Teodoro Duca e Maestro de' soldati, il quale fermata ch'ebbe la pace con Grimoaldo, amministrava il Ducato con somma quiete e tranquillità; ma un nobile beneventano chiamato Dauferio e per difetto di lingua soprannomato il Balbo, di torbido ingegno e di spiriti ambiziosi turbò pace sì tranquilla; poichè questi con somma ingratitudine congiurando contro Grimoaldo, da cui in molta stima era tenuto, eragli venuto in pensiero, dovendo passar questo Principe, mentre approssimavasi a Salerno, per un ponte di sbalzarlo e precipitarlo in mare[431]: ma scopertasi la congiura, passando egli sano e salvo il ponte, fece imprigionar tosto i congiurati: Dauferio che non ritrovossi presente, ciò conosciuto, tosto si pose in fuga, e verso Napoli s'avviò, dove da' Napoletani fu accolto, ed il Duca Teodoro lo ricevè sotto la sua protezione. Se ne offese a dovere il Principe Grimoaldo, onde per vendicar questi torti, ragunato all'istante come potè meglio le sue forze così terrestri, come marittime, verso Napoli incamminossi, e giunto vicino alle mura, vide opporsi a lui molta gente, che tutti erano in arme per ributtarlo. Allora Grimoaldo tutto acceso d'ira e di sdegno tentò ostinatamente di combatterla. Si pugnò ferocemente e per mare e per terra, e fu tanta la strage de' Napoletani, che per sette e più giorni sì videro l'acque del lido del mare bruttate del sangue de' morti, narrando Erchemperto[432], che sino a' suoi dì in terra si vedevano i tumuli de' cadaveri degli uccisi, essendo restati sul campo cinquemila morti in quella battaglia: solamente il Duca Teodoro e l'infame Dauferio scamparono dalla battaglia salvi, e datisi in fuga ed inseguiti, riuscì loro finalmente porsi dentro le mura della città; ma non perciò trovarono quivi riposo, poichè piene d'ira e baccanti colle armi alle mani furono inseguiti dalle donne napoletane, i mariti delle quali eran rimasi uccisi nella precedente battaglia, ad alta voce sopra di essi gridandogli per traditori ed infami, e che rendessero loro i mariti, già che per essi erano stati morti, avendo mossa così ingiusta guerra a' Beneventani. Intanto Grimoaldo inseguendo i fuggitivi giunse insino alla Porta Capuana, che trovatala chiusa, col suo stocco la percosse, nè quivi era chi potesse resistergli. I Napoletani serrate tutte le porte, dentro le mura si chiusero della città, pensando a difendersi come si potea il meglio. Sedati intanto per opra del Duca i tumulti e gli schiamazzi delle donne, cominciò a maneggiarsi la pace, e fu cotanta la destrezza e l'efficacia di Teodoro, che placato Grimoaldo, Principe per altro mitissimo e molto inclinato alla misericordia, gliela concedette: si contentò per ammenda d'ottomila scudi d'oro e che gli fosse restituito Dauferio; e fu tanta la sua clemenza, che non solo gli perdonò tutti i tradimenti e ribaldarie, ma anche l'accolse nella sua grazia e nel pristino favore.
Ma il destino di questo Principe non finì qui per perderlo; poichè non così tosto Grimoaldo fu salvo di questa congiura, che pochi anni dapoi glie ne fu ordita un'altra irreparabile, per la quale finalmente riuscì a' congiurati d'ammazzarlo. Capi di questa congiura furono Radechi Conte di Consa e Sicone Castaldo d'Acerenza. Era Sicone uomo di gran autorità in Spoleto, e per doversi opporre a' disegni di Pipino era entrato in sua disgrazia; onde di lui temendo, ricovrossi come in sicuro asilo a Benevento, ed accolto dal Principe Radechi lo creò Castaldo d'Acerenza, lo nudrì presso di lui con tanta affezione e grazia che lo pose in isperanza di doverlo lasciare suo successore[433]: Grimoaldo suo figliuolo l'amò anche; ma vedutosi egli da poi posposto a questo il Grimoaldo, di mal animo lo sofferiva, aspirando sempre al Principato: unitosi perciò con Radechi, tese insidie a questo infelice Principe, il quale fu ucciso da costoro nell'anno 817, ed in suo luogo, guidando il tutto Radechi, fu da' Beneventani al Principato di Benevento innalzato Sicone ancorchè straniero. Radechi pentitosi poscia d'una tanta scelleratezza si rendè poco da poi Monaco in Monte Cassino[434].
§. I. Di Sicone IV Principe di Benevento.
Sicone quarto Principe di Benevento, per regger con più sicurtà e stender più oltre il suo Principato sopra i Napoletani, nel primo anno del suo regno ristabilì di nuovo la pace già prima fatta da Grimoaldo co' Franzesi, ed in quest'anno 818 confermolla con Lodovico il Buono, il quale, per la morte di Bernardo, era succeduto anche nel Regno d'Italia, promettendogli parimente il tributo. Da poi dal suo genio torbido ed ambizioso fu portato a movere aspra e crudel guerra a' Napoletani, avendo intanto assunto per Collega Sicardo suo figliuolo, a cui diede per moglie la figliuola di Dauferio[435].
Il pretesto si narra che fosse, per aver i Napoletani discacciato Teodoro loro Duca, molto suo stretto e caro amico, e per aver eletto in suo luogo Stefano. Cinse Napoli per mare e per terra di stretto assedio, infinchè buttata a terra una parte della muraglia verso il mare, per quivi già meditava col suo esercito entrar trionfando; e sarebbegli certamente riuscito allora, ciò che i suoi predecessori non poteron mai conseguire, di sottopor Napoli al suo Principato, se l'astuzia e l'inganno del Duca Stefano e de' Napoletani non fossero stati pronti; poichè avendogli il Duca dimandata la pace, con offerirgli la città, che si rendeva già al vincitore, gli chiese che per allora si trattenesse d'entrarvi, potendo ciò fare la mattina del giorno seguente nella quale avrebbe più gloriosamente potuto entrar trionfando[436]: ed acciocchè Sicone prestasse a lui tutta la fede, gli mandò per ostaggi pegni assai cari, la propria madre e due suoi figliuoli. Gli credette Sicone, e mentre s'apprestava la mattina del seguente giorno per entrar nella città tutto fastoso e trionfante, i Napoletani presto presto, la notte che si frappose, rifecero la muraglia e tutti la mattina per tempo si fecero veder pronti alla difesa. Arse di rabbia e di sdegno Sicone con Sicardo suo figliuolo, nè lasciarono di batter la città più ferocemente e con maggior ostinazione per obbligarla a rendersi. Ma ostinati ugualmente i Napoletani, respinsero con ugual ardire e ferocia gli assalti: tanto che per molto tempo appresso durò questa guerra vie più ostinata e crudele. I Napoletani da dura necessità costretti, e vedutisi negli estremi perigli, finalmente pensarono di ricorrere agli aiuti di straniere forze: lontani eran gli aiuti dell'Imperador d'Oriente, il quale implicato in altre imprese a tutto altro avea l'animo rivolto, che di soccorrer Napoli. Risolsero per tanto di ricorrere al presidio de' Franzesi; ed avendo mandato a sollecitar l'Imperador Lodovico, furon loro dal medesimo somministrati, aiuti e ancorchè piccioli, nulladimeno furon tali, che per qualche tempo poterono prolungare la difesa e render vani gli sforzi di Sicone. Ma poichè da questi Principi stranieri, come distratti in cose più premurose, non si continuavano i soccorsi, e dall'altra parte in Sicone non si vedeva per niente scemata la ferocia e l'ostinazione; non potendo i Napoletani sostenere più lungamente l'assedio, proccurarono per mezzo del loro Vescovo Orso di trattar la pace con Sicone, con quelle condizioni meno dure che si potesse. Fu tale l'efficacia ed il modo di questo Prelato, che portatosi da Sicone, tanto lo pregò, che finalmente gliela concedette con questi patti: che da allora avanti dovessero i Napoletani pagar a' Principi di Benevento ogni anno il tributo, che chiamarono Collatam: e che il corpo di S. Gennaro, Vescovo che fu di Benevento, che i Napoletani tenevano nella sua Basilica fuori le mura, e ch'egli si avea già tolto, seco nel potesse portare in Benevento. Furono accordati i patti e dati gli ostaggi; con solenne giuramento promettendo il Duca ed i Napoletani di pagar ogni anno il tributo infra loro accordato. Ecco come rimase il Ducato di Napoli tributario al Principato di Benevento, siccome fu per molti anni appresso nel tempo degli altri Principi suoi successori. Sicone fece ritorno in Benevento, ove seco con gran tripudio condusse il corpo di S. Gennaro, che ivi per molto tempo fu venerato[437]. Altri aggiungono, che il Duca Stefano fosse stato scacciato da Napoli e che per opra di Sicone fosse stato fatto uccidere da' Napoletani stessi, i quali in suo luogo crearono Buono per lor Duca.
§. II. Prima invasione de' Saraceni in queste nostre Contrade.
Intorno a questi medesimi tempi (narra Erchemperto Scrittor contemporaneo) cominciarono le scorrerie de' Saraceni in queste nostre contrade; poichè venuti dall'Affrica, a guisa di sciami d'api ingombrando la Sicilia, dopo aver preso Palermo, e devastate le città e terre di quell'isola, oltrepassando il mare, assalirono queste regioni, e prima in Taranto sbarcati, portarono a' Greci e poi a' Longobardi beneventani tante rivoluzioni e disordini, che miseramente afflissero queste nostre province.