Ritolte anche da' Greci a' Saraceni e Longobardi, Bari, Trani ed altre città della Puglia, si videro parimente le Chiese loro sottoposte a quel Patriarca. Teodoro Balsamone nell'esposizione ch'egli, regnando l'Imperador Andronico Paleologo il Vecchio, fece delle Sedi al Patriarcato di Costantinopoli sottoposte, oltre le orientali, novera tra le occidentali la Chiesa di Bari nel numero 31, quella di Trani nel 44, quella d'Otranto al 66 e quella di Reggio in Calabria al 38.
Quindi, secondo che ci testificano il Beatillo[494] e 'l Chioccarelli[495], nell'Archivio del Duomo di Bari si conservano molte greche Bolle originali spedite dai Patriarchi di Costantinopoli agli Arcivescovi di quella città, per le quali agli Arcivescovi eletti si conferma l'elezione: ciò che durò per tutto il tempo che Bari (renduta anche metropoli d'uno non dispregevol Ducato, dove il Magistrato greco fece sua residenza) fu colla Puglia al greco Imperio soggetta, e fin che da questa provincia i Greci non furono scacciati da' nostri valorosi Normanni. Quindi è che ancor oggi serbino tutte queste città molti vestigi di greci riti e costumanze; e ritengano ancora molti nomi greci denotanti dignità ed uffici, come Reggio ancor ritiene il Protopapa, ed altre città i Cimiliarchi ed il Clero non men latino, che greco. E quindi eziandio avvenne, come notò anche Lione Allacci[496], che per lungo tempo nel nostro Regno la dottrina della Chiesa orientale si vide anche sostenuta da' Monaci, particolarmente dell'Ordine di S. Basilio, nel che si rendè celebre appresso noi il famoso Barlaam, di cui a suo luogo farem parola.
Quando gli Ottoni imperavano in Occidente, fu tentato da questi Imperadori togliere nella Puglia e nella Calabria questa servitù dalle nostre Chiese, e ridurle tutte come prima sotto il Patriarca d'Occidente. Fu spedito perciò intorno l'anno 968 all'Imperadore Niceforo Foca Luitprando Vescovo di Cremona, ma con inutile ed infruttuoso successo: poichè questa riduzione di tutte le nostre Chiese al Pontefice romano, stava riserbata a' nostri Principi normanni, i quali avendo dalla Sicilia e da queste nostre province discacciati non meno i Saraceni che i Greci, renderonsi cotanto benemeriti della Chiesa di Roma, che oltre agl'importanti altri servigi a lei prestati, unirono tutte le nostre Chiese, com'erano prima, sotto la cura e disposizione del romano Pontefice, al quale di ragione si appartenevano, come si vedrà ne' seguenti libri di questa Istoria.
FINE DEL LIBRO SESTO.
STORIA CIVILE
DEL
REGNO DI NAPOLI
LIBRO SETTIMO
Lo scadimento de' nostri Principi longobardi e 'l rialzamento de' greci, le scorrerie de' Saraceni ed i tanti mali e calamità che ci portarono in queste nostre province, faranno il soggetto di questo libro. Saremo per narrare avvenimenti pur troppo funesti ed infelici, che le ridussero in una forma assai misera e lagrimevole. I Principi longobardi per discordie interne fra lor divisi, desolarono i loro Stati. Le loro discordie renderono più vigorosa l'autorità degl'Imperadori d'Occidente, i quali da tributari renderongli feudatari. I Saraceni dall'altra parte, chiamati da' nostri Principi stessi, finirono di devastargli. Il Principato di Benevento tutto sconvolto e diviso in pezzi, diede pronta occasione all'altre nazioni, approfittandosi di tante rivoluzioni e disordini, d'esser per ogni lato invaso, e di soffrire la Signoria d'altri Popoli, che finalmente lo soggiogarono. Origine di tanti mali fu la protervia de' Capuani, ma molto più la malvagità di Landulfo lor Castaldo.
I Capuani intesa ch'ebbero l'elezione di Radalchisio in Principe di Benevento, ne furono mal soddisfatti; temevano che questo Principe non dovesse comportare la lor malvagità, e molto più ne temeva Landulfo. Era costui incolpato, che fosse inteso d'una congiura, che Adelchisio figliuolo di Roffrido avea macchinata contra Radalchisio, il quale avendola scoverta, fece buttar da una fenestra Adelchisio, e cercava aver nelle mani Landulfo, di che questi avvisato, tosto scappò via, e fuggissene. Dall'altro canto Siconolfo fratello di Sicardo era sotto duro carcere stato confinato da suo fratello; ma non molto da poi scappato dalla prigione, e tenuto occulto per molto tempo da Urso Conte di Consa suo cognato, finalmente in Taranto ricovratosi, quivi dimorava; e Radalchisio tosto che fu innalzato al Principato di Benevento, avendo mandato in esilio Dauferio, fece, che costui portatosi in Nocera, ch'era città del Ducato di Napoli, cominciasse a sollecitare i Salernitani, perchè si unissero con Landulfo Conte di Capua contro Radalchisio, e portassero al soglio Siconolfo fratello di Sicardo[497].
In fatti i Capuani, avendo tirato anche al lor partito alcuni Beneventani, chiamarono da Taranto Siconolfo, e lo fecero venire in Salerno, dove accorsi non meno i Capuani che i Beneventani, lo acclamarono, e l'elessero Principe in quest'anno 840. Landulfo s'unisce con lui, occupa Sicopoli, e nell'istesso tempo fanno stretta lega co' Napoletani, i quali di null'altro desiderosi abbracciarono volentieri la congiuntura per vendicarsi de' Beneventani loro antichi ed ostinati nemici. Siconolfo rendutosi più animoso per l'accrescimento di tante forze, ed insignoritosi di Salerno, dopo aver rotto l'esercito di Radalchisio, occupa in un tratto tutta la Calabria e gran parte della Puglia, ed al suo Imperio la sottopone; indi voltando le vittoriose sue insegne verso Benevento, molte città e castelli di quel contorno prese, e finalmente ebbe anche ardire, portato dal corso di sì prosperi successi, di assediar Benevento stesso; ma animosamente respinto da' Beneventani tornossene in Salerno.