Radalchisio veduto sconvolto il suo Stato, pien di rabbia e di furore mosse tutte le sue forze contra Siconolfo, altamente giurando di non voler più vivere se non lo sterminava dalla terra; ma scorgendo che le proprie forze e de' suoi Beneventani non eran bastanti per reprimere un tanto nemico, che alla giornata acquistava maggior vigore; trasportato dal suo furore, niente curandosi de' mali gravissimi, a' quali esponeva il suo Stato, volle a tanti mali applicar rimedj peggiori. Eran, come si disse, dalla Sicilia calati per nostro danno molti Saraceni, i quali sotto Calfo lor Capo devastavano la Japigia ed i contorni di Bari. Reggeva questa città, per Radalchisio, Pandone: a costui comandò, che avesse in suo ajuto chiamato i Saraceni: e Pandone ubbidendogli fece venir molte truppe, le quali collocò per quartiere fuori le mura di Bari a' lidi del mare; ma i Saraceni accorti seppero ben tosto approfittarsi della congiuntura, poichè riguardando il presidio della città ed i siti che potevan superare, all'improvviso una notte per alcuni luoghi nascosti entrarono dentro Bari, dove fecero stragi inaudite de' Cristiani, ed occuparono la città. Così Bari da' Longobardi passò sotto la Signoria de' Saraceni, ed i Greci ne discacciarono poi i Saraceni e per lungo tempo la dominarono.

Radalchisio, a cui dall'un canto premeva abbattere Siconolfo, e che implicato in questo impegno, mal avrebbe potuto soffrir altra guerra contro i Saraceni per discacciargli da Bari, dissimulò il fatto, e volle con tutto ciò avergli per ausiliarj; l'invita perciò a combattere contro Siconolfo, onde unite alle sue forze quelle de' Saraceni cominciarono così fiera ed ostinata guerra, che miseramente afflissero queste nostre regioni: poichè Siconolfo dall'altra parte, con non disugual rabbia e furore volle opporsi a' sforzi di Radalchisio per qualunque maniera. Resistè a' primi incontri, e perchè niente mancasse ad accelerar la ruina d'amendue, con peggior consiglio chiamò anche in suo ajuto da Spagna i Saraceni. Non si videro in queste nostre contrade stragi più crudeli e spaventose, che quelle che furon fatte a questi tempi da' Saraceni, così dell'una come dell'altra parte: Capua fu da' medesimi ridotta in cenere; molte città arse e distrutte; e que' che residevano in Bari, avendo occupato Taranto, devastarono la Calabria e la Puglia, e giunsero fino a Salerno ed a Benevento. Tutto era pieno di stragi e di morti, e scorrevano i Saraceni come raccolto diluvio, inondando i nostri ameni campi. Continuarono queste calamità per lo spazio di dodici anni: tanto che i Beneventani stessi, conoscendo le loro miserie, tardi avveduti de' loro errori, furono costretti, acciocchè calmasse una sì fiera tempesta, a ricorrere agli ajuti de' Franzesi, perchè fugando i Saraceni, si proccurasse la pace fra questi due Principi.

Reggeva in questi tempi l'Imperio d'Occidente e l'Italia, come si è detto, Lotario Imperadore, il quale aveva eletto Re d'Italia Lodovico II suo figliuolo, che poi nell'Imperio gli succedette. Il Re Lodovico fu umilmente richiesto da Landone Conte di Capua figliuolo di Landulfo, da Adimaro e da Bassacio illustre Abate di Monte Cassino (che in quest'incontri fu da Siconolfo più volte saccheggiato) perchè portatosi nel Principato di Benevento con potente armata discacciasse i Saraceni, e ponesse pace fra que' due Principi: Lodovico ancorchè giovanetto, punto da stimoli di gloria, facilmente assentì alle loro dimande, e tosto in Benevento portossi; ove fugati come potè meglio i Saraceni, e confinatigli in Bari già loro sede, purgò da questa peste l'altre province di Benevento. Indi interponendovi la sua autorità, fu tutto inteso ad accordar que' Principi, che finalmente gli ridusse ad una ferma concordia, dividendo infra di loro tutta la provincia di Benevento in due parti, onde furon d'uno fatti due Principati: quello di Benevento fu ritenuto da Radalchisio, l'altro di Salerno a Siconolfo fu confermato, ambidue questi Principi giurando fedeltà a Lodovico, che finalmente come lor Sovrano riconobbero. Ecco come queste Province, toltone il Ducato napoletano e quelle città che agli Imperadori greci ubbidivano, furono rese soggette agl'Imperadori d'Occidente, i quali come Re d'Italia vi pretesero esercitare quelle ragioni, che i Re longobardi vi possedevano.

Queste furono le perniciose conseguenze, che riportarono i nostri Beneventani per le guerre civili, che infra di loro vollero movere e sostenere. I. Di riconoscere Lodovico per lor Sovrano, e giurargli fedeltà, ciò che l'istesso Carlo M. e Pipino suo figliuolo non poteron conseguire da Arechi e da Grimoaldo. E se bene l'altro Grimoaldo terzo Principe di Benevento, Sicone e Sicardo, che gli succederono, si fossero renduti tributarj a' Franzesi, non però s'avanzarono tanto di rendersi feudatarj. Il che quantunque non avesse tolto, ch'essi non restassero Sovrani de' loro Principati, perchè la fedeltà giurata e l'assistenza in guerra non diminuisce nè la libertà del vassallo in se medesimo, nè parimente la potenza assoluta ch'egli stesso ha sopra i suoi sudditi; non può negarsi però che non abbassi e diminuisca il lustro dello Stato sovrano, il quale senza dubbio non è sì puro, nè sì maestoso, quando è soggetto a queste cariche; tanto che Bodino[498] tenne opinione, che se bene i Principi tributarj, o in protezione, debbano riputarsi Sovrani, non è però che i Feudatarj s'abbiano a riputar tali; del che ci tornerà altrove maggior opportunità di ragionare. II. Di vedersi un Principato partito in due, il che per conseguenza portò la seconda divisione, sorgendo l'altro di Capua, onde bisognò che finalmente ruinasse e fosse preda dell'altre nazioni. III. Di aversi proccurato ancora una molestissima spina dentro le lor viscere, come furono i Saraceni, i quali stabiliti in Bari non passò guari, che di bel nuovo inondarono ambedue i Principati, tanto che non bastando le proprie forze, fu d'uopo spesso ricorrere alle straniere per reprimergli, e con ciò render più potente l'autorità che in essi s'aveano acquistata i Franzesi.

Fu fatta questa divisione nell'anno 851 tra Radelchisio e Siconolfo, nella quale intervennero anche quasi tutti i Conti e Castaldi del Principato di Benevento, e moltissimi di loro, insieme con questi due Principi, vollero firmarla. Si legge ancor oggi presso il Pellegrino il Capitolare fatto da Radelchisio di questa divisione, ove i confini di questi due Principati distintamente vengono descritti.

Sotto il Principato di Salerno furono compresi molti Castaldati e Castelli: Taranto, Latiniano, Cassano, Cosenza, Laino, Lucania, da altri detta Pesto, Consa, Montella, Rota, Salerno, Sarno, Cimiterium, Furculo, Capua, Teano, Sora e la metà del Castaldato di Acerenza per quella parte, ove è congiunto con Latiniano e Consa.

Tra Benevento e Capua fu assignato per confine S. Angelo ad Cerros, che s'estende per la Serra di monte Vergine insino al luogo detto Fenestella. Tra Benevento e Salerno fu designato per limite il luogo detto alli Pellegrini: fra Benevento e Consa fu dato per limite Staffilo.

Partita in questa maniera l'intera provincia di Benevento, venne la parte boreale, che finisce col mare Adriatico, a rimanere a Radelchisio Principe di Benevento. La parte meridionale, che termina col mar Tirreno, a Siconolfo Principe di Salerno. Quindi Salerno, divenuta sede de' Principi, cominciò ad estollere il suo capo sopra le altre città di questa provincia, città in questi tempi molto forte e munita, per averla Arechi, come si disse, fortificata e di validissime torri e muri cinta, onde potè averla per asilo e presidio in tutte l'avversità della fortuna.

Furono ancora in questa divisione accordati molti patti, fra' quali i più importanti e principali furono, di promettere Radelchisio per qualunque occasione di non turbar il Principato di Salerno, e riconoscere per Principi legittimi Siconolfo, e dopo la sua morte quello ch'egli eleggerà per suo successore: di congiungere insieme le forze per discacciar da' loro Stati i Saraceni: che fra' Popoli dell'uno e l'altro Principato non debba praticarsi niuna ostilità, ma permettersi a ciascuno d'abitar ove lor piace, e far ritorno alle proprie città e castelli ove tengono domicilio, e ciascuno con quiete godersi delle proprie sostanze: che non debba darsi niuna molestia a coloro che dal Principato di Salerno vorranno portarsi al Santuario di S. Michele nel Monte Gargano, compreso nel Principato di Benevento, ma lasciargli passare senza contraddizione e senza dannificargli: che tutti i Vescovi, Abati ed ogni altro Cherico d'inferior grado debbano ritornar a' Vescovadi delle loro proprie Diocesi ed alle loro Chiese e monasterj; e se saranno renitenti, nè porteranno legittime scuse, si obbligheranno a ritornar per forza alla loro residenza, così i Vescovi, come tutti gli altri Cherici, eccetto però quelli, che serviranno al Principe in Palazzo, ovvero quelli che per forza fossero stati Chericati: che tutti i Monaci e Monache ritornino a' loro monasterj, ove prima abitarono, eccetto coloro che per volontà d'altri ivi entrarono per forza, e quelli che servissero nel Palazzo: che di tutte le robe delle Chiese, de' Vescovadi e monasterj, che vivono sotto Regola, ovvero degli Spedali, se ne prenda ragione, e secondo il lor valore si tassi il censo solito a contribuirsi al Principe; eccetto però i monasteri di Monte Cassino e di S. Vincenzo a Volturno, li quali stando sotto l'immediata protezione dell'Imperador Lotario e del Re Lodovico suo figliuolo, debbano ritener interi i loro privilegi, prerogative e primato; eccettuatone ancora le robe degli Abati e Canonici, che servono nel Palazzo. Molte altre capitolazioni furono accordate, promettendo ciascuno con solenni giuramenti l'osservanza, interponendovi anche per maggior stabilimento, l'autorità imperiale, e dando anche parola a Lodovico, che fu presente, ed a Lotario suo padre, chiamandolo anche essi nostro Imperadore (per lo giuramento dato di fedeltà) di fedelmente custodirle. Fermata la pace furono restituiti i prigionieri, a Siconolfo fu restituito Pietro figliuolo di Landone, e Poldefrit figliuolo di Pandulfo; ed all'incontro a Radelchisio furono renduti Adelgiso e Ladelgiso suoi figliuoli e Potone suo nipote. E Lodovico, parendogli aver sedate le rivoluzioni di queste province, in Francia tornossene.

Stabilita che fu questa pace, non potè molto goderne il frutto Siconolfo Principe di Salerno, poichè non passò guari, che in quest'istesso anno 851 dalla morte prevenuto, non potè dar maggiore stabilimento al suo novello Imperio. Morì Siconolfo primo Principe di Salerno, dal giorno che fu acclamato Principe, che fu nel 840, dopo dieci anni e pochi mesi d'inquieto e perturbato Regno, che col suo estremo valore seppe stabilire; ma morì al piacere di poter godere del frutto de' suoi tanti sudori. Lasciò Sicone suo unico figliuolo ancor lattante, erede nel Principato, e diedegli per Tutore Pietro[499].