Unus epheborum virgo repente fuit.
E per questa ragione nell'Itinerario, che s'attribuisce ad Antonino, il confine della Campania si figge ad Equo Tutico, che secondo l'osservazione di Filippo Cluverio[54], è quella città, che noi oggi volgarmente chiamiamo Ariano, posta più in là di Benevento; come sono le parole dell'Itinerario: A Capua Equo Tutico M. P. LIV. ubi Campania limitem habet. Caudit M. P. XXI. Benevento M. P. XI. Equo Tutico M. P. XXI.
Nè per altra ragione ancora avvenne, che i Beneventani, come s'è detto, posero più marmi cogli elogi de' Consolari della Campania, siccome altresì facevano i Campani, i Napoletani e le altre città, che dal Consolare della Campania eran governate. Da' quali documenti manifestamente apparisce, per qual ragione l'altro Gennaro pur Vescovo di Benevento, essendo anch'egli intervenuto nel Concilio di Sardica celebrato nell'anno 347, e correndo allora il costume di sottoscriversi i Vescovi col nome della propria città e della provincia, ove quella era posta, si fosse ivi sottoscritto in questa forma: Januarius a Campania de Benevento.
Non altrimente fece Varnefrido, quando ci descrisse le diciassette province d'Italia, rappresentandole siccome le ritrovò nella notizia dell'uno e dell'altro Imperio, fatta sotto Teodosio il Giovane intorno l'anno del Signore 440, poichè ne' suoi tempi le province di Italia, ancorchè ritenessero i medesimi nomi presso agli Scrittori, come anche facciamo oggi, che per ostentar erudizione nello scrivere, non pur ricorriamo a' tempi di Teodosio, ma a più alto principio volgendoci, diamo i nomi a ciascuna delle dodici nostre province, che oggi compongono il Regno, secondo erano ne' tempi della libera Repubblica, con nomare i loro Popoli, Sanniti, Lucani, Hirpini, Salentini e simili; nulladimeno era variata in tutto la loro amministrazione, e fu divisa l'Italia in più Ducati, che non furono prima province; onde avvenne, che di quello, che ora è Regno, e che prima non era diviso, che in quattro province, se ne fossero da poi formate dodici, che acquistarono altri nomi ed altri confini, come nel proseguimento di questa Istoria vedremo.
Or ritornando in cammino, l'istituzione di questo Ducato, se si riguardano i suoi bassi principj, fu a caso, non ad arte, in Benevento stabilita, siccome furono non solo tutti gli altri Ducati minori da' Longobardi in diverse città istituiti, ma quel di Friuli ancora, e l'altro di Spoleti; e siccome sogliono essere tutte le altre cose di questo Mondo: che se si riguarda la lor origine, sorte a caso da tenuissimi principj si innalzano al sommo, ove poi giunte, uopo è che retrocedano, ed allo stato di prima ritornino, come portano le leggi delle mondane cose; leggi indispensabili, alle quali l'umana sapienza non vale ad opporsi, nè a darvi riparo. Non è però, che stabilite col correre degli anni le fortune de' Longobardi in Italia, avendo i loro Re scorto, che il perpetuare con lunga serie tanti Ducati, sarebbe tener troppo diviso il loro Regno, non pensassero da poi d'estinguerne moltissimi, e ritener quelli solamente, che potevano più giovare alla conservazione dello Stato. In fatti Varnefrido istesso ne accerta, che a' suoi tempi molti erano estinti, non facendo questo Scrittore ne' seguenti anni della sua istoria menzione d'altri Ducati, se non di quello di Trento, di Turino, di Bergamo, di Brescia e di questi altri tre, che sopra tutti s'estolsero, cioè di Spoleti, di Friuli e questo di Benevento.
Nè egli è fuor di ragione il credere, che questi ultimi tre sopra tutti gli altri si fosse procurato avanzargli, perchè stando così distribuiti, veniva il Regno a conservarsi con più sicurtà, ed a poter estendere assai più oltre i suoi confini: imperocchè essendo situato il Ducato del Friuli all'ingresso dell'Italia, si potesse quindi con maggior prontezza resistere alle incursioni di straniere genti, che tentassero invaderla: dall'altro di Spoleti, collocato in mezzo l'Italia, si potesse con più facilità contrastare a' moti de' Romani e de' Greci, da' quali in Ravenna e in Roma fortificati, venivan sovente con varie scorrerie molestati: ed il terzo di Benevento era posto a reggere l'inferior parte d'Italia, donde si potesse fare argine a' Greci stessi, ed a' Romani, da' quali spesso per questi lati marittimi erano assaliti, ed in continue guerre esercitati. Per la qual cosa Matteo Palmerio[55] accuratamente ci rappresentò la politia e forma del governo de' Re longobardi, quando disse, che avendo costituita la loro Reggia in Pavia, avevano varj Principati per Italia distribuiti, a' quali preponevano i Duchi; fra' quali i più cospicui, e per successione osservati, erano quel di Friuli nell'ingresso dell'Italia, l'altro di Spoleti posto quasi nell'umbilico di quella, ed il terzo di Benevento per regger l'inferior parte della medesima; dappoichè questi tre Ducati furono sempre a' Re sottoposti, e con uno spirito e colle medesime leggi si governavano, formando una sola Repubblica, ed in questa maniera stabiliti si renderon più celebri, e pian piano stendendo i lor confini (nel che sopra tutti gli altri s'avanzò quel di Benevento) poterono lungamente conservare in Italia il dominio de' Longobardi.
Nel registrare i fatti de' Duchi di Benevento noi seguiremo l'ordine de' tempi, e degli anni tenuto dal diligentissimo Pellegrini, come quegli ch'è più accurato di tutti gli altri, eziandio dello stesso Varnefrido; e ponendo noi il principio del Ducato di Zotone nell'anno del Signore 571 non nell'anno 585, come fece Varnefrido, il quale però confessa ancor egli, che il di lui dominio durò anni venti, tempo certamente che è il più sicuro: verremo perciò a mettere il suo fine nell'anno 591 non nel 605 o nel 598 come fa il Sigonio. Laonde quel che questo Scrittore narra del sacco, e della preda di Crotone, che indubitatamente sortì nell'anno 596, non sotto Zotone, ma sotto Arechi suo successore avvenne; donde manifestamente si veggono gli abbagli, che nascono, e de' quali non si avvide l'istesso Sigonio, se si voglia fissare il principio del Ducato di Zotone, com'ei fece, nell'an. 589 poichè il fine del suo Ducato, e la sua morte avrebbe egli dovuto porre nell'anno 609 dopo scorsi li 20 anni, non come fece, nel 598, nel qual anno non ne sarebbon passati più che nove del suo Ducato.
I fatti di Zotone primo Duca di Benevento non meritano commendazione; poichè appena ritornato Autari in Verona, dopo aver sottoposto il Sannio al suo Ducato, e lasciatone a Zotone il governo, ci diede saggi ben chiari della sua rapacità, ed ancora della poca sua religione, per quanto dal seguente fatto si può comprendere. Il monasterio Cassinese, 60 anni prima edificato da S. Benedetto, così per la fama del suo fondatore, come per la santità e dignità de' Monaci, assai celebre al Mondo, aveva tirato a se la munificenza di vari Principi, che con donazioni grandissime avevanlo meravigliosamente arricchito: Zotone uomo avarissimo, co' suoi Longobardi, avido di queste ricchezze, improvvisamente di notte l'assalì, e non contento della preda, e d'averne tolto tutto ciò, che più di pregevole v'era, devasta e getta a terra l'edificio; e mentre i Longobardi sono tutti intenti alla preda, ebbe campo Bonito, che n'era allora Abate, di fuggir con i suoi Monaci in Roma, ove accolti con molta benignità da Pelagio Papa, ed assegnate loro alcune stanze vicino Laterano, quivi si fabbricarono essi un monastero, dove per cento trenta anni si formarono, e rimase intanto quel monastero di Cassino abbandonato per tutto questo tempo, infinochè Petronace ai conforti di Gregorio II, ne prese cura. Costui avendovi ridotti molti Monaci e Nobili, che l'elessero Abate, rifece l'abitazione, e lo restituì alla pristina dignità.
Il sacco di questo monastero non può porsi in dubbio, che da Zotone fu commesso non molto tempo prima della sua morte, verso la fine di quest'anno 589 come quello, che accadde sotto Pelagio Papa, il qual morì nell'anno 590, non molto innanzi che S. Gregorio M. scrivesse i suoi Dialoghi, ne' quali, facendo menzione di questo sacco, lo narra come d'un successo di fresco accaduto[56]; ed è costantissimo, come accuratamente osservò il Baronio, che S. Gregorio scrisse i suoi Dialoghi nell'anno 593, onde si vede apertamente l'errore di Varnefrido, che pone questo fatto nell'anno 605, e l'altro di Sigiberto, che questa devastazione vuol che sia seguita nell'anno 596, non avvertendo il testimonio certissimo di S. Gregorio, e quel che si raccoglie dalla Cronica di Lione Ostiense; ciò che meriterebbe un più lungo discorso, ma supplirà quello dell'Abate della Noce[57], che esaminò con molta diligenza questo punto.