Oltre di questi, ne furono altri d'incerto nome: fuvvi l'Anonimo, Basilico, che Cujacio crede esser l'Interprete del medesimo contesto de' Basilici, Evantiofanes, cioè il Conservatore delle leggi fra lor discordi, ovvero dell'antinomie, che il Vescovo Vasionense crede esser Fozio, il quale nel suo Nomocanone scrive aver composto un simil libro[549].

Autore di quella diffusa parafrasi, che va sotto nome d'Indice, Cujacio crede esser Doroteo; ma Gotofredo stima esser quella opera di diversi, di Basilico e di Bafio, di cui Costantino si valse, ed appo cui non fu riputato meno, che Triboniano appresso Giustiniano, il quale molte cose a quell'Indice aggiunse.

Fu per tanto appresso i Greci, non meno di quello, che fu da poi presso a' Latini, lo studio delle leggi de' Romani in Oriente coltivato. Perciò infra di loro sorsero molti a commentarle ed a variamente interpretarle, poco curandosi de' divieti di Giustiniano, che non permise altro, che le versioni in lingua greca e' Paratitli, alcuni vi aggiunsero scolj, parafrasi e glose: altri ancora non s'astennero di caricarle di pienissimi commentarj; ma i monumenti di queste loro opere non han per noi veduta mai la luce del giorno, e la maggior parte delle medesime, o dal tempo sono state a noi involate, o pure oggi si serbano tra le Biblioteche de' Principi e d'altri uomini eruditi. Quelle opere, che divolgate vanno ora per le mani degli uomini, sono il Nomocanone di Fozio Patriarca di Costantinopoli, il quale quasi in quest'istessi tempi fu dato fuori alla luce nell'anno 877, e diviso in 14 titoli, a' quali Teodoro Balsamone aggiunse i suoi scolj.

Evvi l'Ecloga de' Basilici, che Sinopsi ancora da alcuni è chiamata: alcuni presso Cujacio[550] suspicano esserne stato autore Romano il giovane figliuolo di Porfirogenito e nipote di Romano Lecapeno, che imperò circa l'anno 962. Fu quest'opera ritrovata da Giovanni Sambuco nel nostro Taranto[551], città ai tempi di Romano a' Greci sottoposta. In Otranto parimente per la medesima cagione, narra Antonio Galateo[552], che Niceta Filosofo Otrantino, poi Monaco di S. Basilio, dalla Grecia raccolse molti Codici, e ne arricchì la Biblioteca di quel monastero, che posto sotto la regola di S. Basilio, non molto lontano da Otranto, si rese in queste nostre parti assai chiaro e cospicuo.

Giovanni Leunclavio fece imprimere questa Ecloga in Basilea l'anno 1575, e tradussela in lingua latina; e Carlo Labbeo v'aggiunse le emendazioni ed osservazioni[553]. Presso a Leunclavio[554] stesso si legge ancora un'altra Sinopsi di Michele Attaliates Proconsole e Giudice, fatta nel 1070 per ordine di Michele Duca Imperadore, che va attorno sotto il nome di Prammatica. Poco da poi nell'anno 1071 Michele Psello illustre per la perizia delle leggi e della filosofia compose un'altra Sinopsi in versi politici, che al medesimo Imperador Michele dedicolla.

Finalmente Costantino Armenopolo Giudice Tessalonicense intorno l'anno 1143, imperando Emanuel Comneno, diede fuori l'Epitome delle leggi civili, che prima in greco si fece stampare in Parigi nell'anno 1540 da Adamo Suallembergo; fu poi tradotto in latino, ed impresso nell'anno 1547 e 1549 da Bernardo Rey, e di nuovo da Giovanni Mercero in Lione nell'anno 1556 serbasi ancora manoscritto nella Biblioteca Vaticana e nella Palatina[555].

Cujacio anche a tutti questi aggiunse il trattato di Eustazio Antecessore de Temporum intervallis, che tra le sue opere vedesi impresso. Antonio Augustino, Freero ed altri ci diedero la notizia di consimili altri scritti di Greci[556]; e Leunclavio ci diede molte leggi militari, rustiche e nautiche, siccome Carlo Labbeo i Paratitli.

Da che si raccoglie, che nell'istesso tempo, che in Italia appo i Latini lo studio delle leggi romane per le incursioni de' Saraceni e d'altre Nazioni, e per le discordie de' nostri medesimi Principi era ito in bando, all'incontro i Greci lo coltivarono con somma diligenza insino agli ultimi tempi, che Costantinopoli passò sotto Nazioni barbare, e che l'Imperio d'Oriente patì l'ultimo eccidio. E se bene le loro fatiche non le impiegarono sopra i libri di Giustiniano, non è però, che non lo facessero sopra le altre compilazioni fatte da poi ad emulazione del medesimo, la cui materia trassero da' libri suoi, ancorchè non poco ne togliessero e molto più vi aggiunsero.

Per queste cagioni avvenne, che se bene il Ducato napoletano e molte altre città marittime di queste Province si mantennero lungamente sotto l'Imperio dei Greci, contuttociò non fossero stati i libri di Giustiniano ricevuti; e se ne' tempi di Lotario II Imperadore si trovarono le Pandette in Amalfi, non fu perchè ivi come città un tempo del Ducato napoletano, e soggetta agl'Imperadori d'Oriente, fossero state riputate come Corpo delle loro leggi, per le quali gli Amalfitani si governassero, ma si trovarono in quella città per l'occasione delle spesse navigazioni, che gli Amalfitani facevano in Costantinopoli, da poi che per l'eccellenza dell'arte nautica e per li continui traffichi si fecero conoscere per tutto Levante; poichè in altro modo, siccome di loro non vi era rimaso vestigio nell'altre città di queste province ai Greci soggette, il medesimo sarebbe avvenuto in Amalfi; e quel che dice il Summonte e con maggior asseveranza Francesco de' Pietri, che ancora in Napoli furono trovate le Pandette, è una bugia così sfacciata, ch'è gran maraviglia, come si possa trovare in un uomo fronte tanto dura, che senza appoggio d'alcuno Scrittore, che lo dicesse, non abbia un poco di rossore di francamente affermarlo. Solamente per le Epistole di Ivone Carnotense e dal Decreto di Graziano possiamo dire, che in Francia nel decimo ed undecimo secolo, se ne vedesse andar attorno qualche altro esemplare, allegando sovente Ivone nelle sue Epistole[557], e Graziano nel suo decreto i Digesti non meno, che le Istituzioni, le Novelle ed il Codice[558]. In queste nostre province, che ora compongono il Regno, prima del loro rinvenimento in Amalfi, furono a questi tempi ignoti; e presso a' nostri Principi longobardi le leggi loro erano le dominanti, nè delle romane s'ebbe altro riscontro, se non quanto per tradizione era rimaso tra i provinciali, e quanto dal Codice di Teodosio, emendato per Carlo M., potevano raccorre.

Egli è però verisimile, che più tosto nell'ultima Calabria s'avesse qualche uso de' Basilici, e dell'opere di que' greci Giureconsulti poc'anzi annoverati; giacchè in Taranto, Giovanni Sambuco ritrovò l'Ecloga de' Basilici, ed il Galateo n'accerta, che in Otranto nel monastero de' Monaci di S. Basilio molti libri greci furono, anche dopo espugnata Costantinopoli, trovati e trasportati da poi in Roma nella Biblioteca Vaticana; ond'è da credere che in Napoli e nell'altre città a' Greci sottoposte, avessero tenuta più forza le Novelle Costituzioni promulgate dopo Giustiniano dagli ultimi Imperadori d'Oriente, e queste loro ultime compilazioni, onde formossi il jus Greco, che i libri di Giustiniano, e che forse le Consuetudini napoletane da queste ultime leggi de' Greci, non già dall'antiche (come suspicò il Summonte) traessero la loro origine, siccome, quando ci tornerà occasione di favellare della compilazione delle medesime, noteremo.