La notizia di queste Novelle non se non dopo molti secoli pervenne a noi, quando restituite in Francia ed in Italia le discipline e l'erudizione, furono dalle tenebre alla luce del Mondo esposte, non da un solo e insieme, ma poco a poco da più eruditi Scrittori, amatori dell'antichità. Non ebbero esse alcuna forza o autorità in queste nostre contrade nè a' tempi nei quali furono pubblicate, per essere quasi tutte locali e attinenti al governo di Costantinopoli e dell'altre città dell'Oriente, nè da poi che in Italia furono restituiti i libri di Giustiniano; poichè ne' volumi antichi, i quali tratto tratto cominciarono ad esser ricevuti prima nell'Accademie d'Europa, e poi per la forza della ragione, ne' Tribunali, non vi si leggevano. I nostri primi restauratori non ebbero di quelle alcuna notizia, e dopo molti secoli furono da alcuni eruditi rinvenute, i quali le tradussero in latino, e poi proccurarono che s'aggiungessero alle nuove edizioni, che da tempo in tempo occorreva fare de' vulgati Codici. Molte ne fece dare in luce Eimondo Bonafede, moltissime altre Giovanni Leunclavio e Carlo Labbeo, e gran parte d'esse possono leggersi così greche, come latine appresso Leunclavio, e nel Corpo di Dionisio Gotofredo, il quale parte per interpretamento d'Errico Agileo, parte di Bonafede, le unì a' suoi volumi. Per queste cagioni mal farebbe chi di quelle oggi volesse valersi ne' Tribunali nostri per le decisioni delle cause, non avendo esse mai acquistato vigor di legge in queste nostre parti; e lo stesso si dice de' Basilici[538]. Ben sono degni di lode chi dalle tenebre cavandole ove giacean sepolte, hannole date fuori alla luce del Mondo, perchè sovente rischiarano quelle già ricevute, e danno maggior lume a ciò che concerne l'istoria de' tempi e de' fatti di quelle Nazioni; e questo sol uso ed utilità dalle medesime e da' Basilici potrà aversi, nè debbon i nostri Giureconsulti da quelli altro promettersi. Così molte Novelle di questi Imperadori abbiamo intorno a' costumi e greche usanze, e per altre consimili cose a' Greci appartenenti, promulgate per alcuni luoghi e città di certe e determinate province, che altrove non ebbero nè vigore, nè autorità alcuna[539].
Sopra tutti gli altri Imperadori d'Oriente, non vi fu chi tante Costituzioni promulgasse, e molte cose innovasse, quante Lione VI figliuolo di Basilio. Questi fu un Principe amantissimo delle buone lettere, il quale per lo studio e somma perizia delle leggi, dell'istoria e della filosofia, acquistossi, ad imitazione d'Antonino, il cognome di Filosofo. Si contano di questo Imperadore 113 Novelle divolgate intorno l'anno 890, che Agileo trasportò nella latina favella; ma quasi tutte non ebbero altro uso, nè altra autorità che ne' Tribunali di Costantinopoli, e moltissime nei tempi stessi di Lione andarono in disuso[540]. Restano di questo Principe molti monumenti della sua dottrina e del suo amore verso le buone arti, come sono i tanti libri che compose, e che sottratti dall'ingiuria de' tempi, lungo tempo nella Biblioteca Palatina ed in quella di Costantinopoli si sono serbati. Egli scrisse molti libri dell'Apparato e Disciplina militare, che meritarono esser trasportati nella lingua latina ed italiana: un libro della Caccia, vari Oracoli e Vaticini di Roma e di Costantinopoli, ed alcune Operette teologiche ed istoriche; ma soprattutto la maggior sua cura ed applicazione fu intorno allo studio delle leggi, perchè emulo di Giustiniano, ciò che questi fece a Teodosio il Giovane, volle render a lui per le nuove compilazioni e per li suoi Basilici e Promptuari, che insieme con Basilio suo padre, per oscurar in tutto la fama di Giustiniano, ridusse in miglior ordine ed in più nobile forma[541].
Il primo adunque (per venire alla seconda cagione dello scadimento de' libri di Giustiniano) che vie più interruppe il corso alla legge di Giustiniano per mezzo di nuove collezioni, fu Basilio Macedone. Basilio essendo stato con istrano esempio di fortuna nell'anno 866 acclamato Imperadore, fu un Principe d'animo grande, il quale avendo più volte debellati i Saraceni, ristabilì colla sua prudenza l'Imperio, ch'era stato ruinato da Michele suo predecessore; ed avendo associato all'Imperio Costantino, e nominati Cesari Lione ed Alessandro suoi figliuoli, diede poi nell'anno 879 il titolo d'Imperadore a Lione. Avendosi per le sue magnanime imprese acquistata gran fama, entrò nei disegno di emulare la gloria di Giustiniano, e per mezzo di nuove compilazioni oscurare il suo nome ed i suoi libri: ordinò per tanto nell'anno 870 (associando anche a quest'opera Costantino e Lione suoi figliuoli) che si compilasse un Prontuario, ovvero, come i Greci lo chiamarono Prochyron di leggi, nel quale si restringessero in breve da molti volumi, i fonti più principali della legge, onde derivavano i rivoli minori. Secondo ciò che testifica Armenopolo[542], era ristretto in quaranta Titoli, non in sessanta come Cujacio scrisse; e fra i Codici manuscritti leggesi ancor oggi nella Biblioteca Vaticana, dove dalla Palatina fu trasportato. Corre sotto il nome, ora di Basilio, di Lione e di Costantino, ora sotto il nome di Lione e Costantino solamente, ed ancora sotto il solo nome di Lione, con varie e diverse prefazioni; onde è molto probabile, che da Lione il Filosofo fosse quest'opra di Basilio ritrattata ed in miglior forma ridotta.
Non soddisfatto Lione d'aver in miglior forma ridotto il Prochiro di suo padre, e d'aver empiuto l'Oriente di tante sue Novelle, diede fuori anche gli Epitomi della legge, opera assai elegante, la quale componevasi di pure definizioni e di regole; ma maggior fu il suo studio e pensiero nella fabbrica de' Basilici: fu questa grand'opra compilata intorno l'anno 886, distinta in sessanta libri, e per maggior comodità divisa in sei volumi. Narra Cedreno essersi cominciato questo lavoro da Basilio, ma il suo compimento lo ricevè da Lione suo figliuolo, il quale per opra di Sabbaticio Protospataro (forse colui, che come dicemmo, venne in queste nostre parti mandato dall'Imperadore per discacciare i Saraceni) la fece promulgare, come dopo Matteo Blastare, scrisse Antonio Augustino.
Ciò che si fece in questa nuova compilazione non fu altro, se non che serbandosi per lo più l'istesso ordine delle leggi tenuto da Giustiniano, prendendosi anche la materia da' suoi libri, da' suoi tredici editti e dalle Costituzioni Novelle così sue, come de' seguenti Imperadori sino a Basilio; si risecò tutto quello, che fu reputato soverchio, e fu tolto quel che per l'uso de' tempi posteriori era andato in desuetudine; ed all'incontro aggiunto ciò che per le nuove Costituzioni de' seguenti Imperadori era stato stabilito: per la qual opera in sei volumi racchiusa, ed in 60 libri divisa ne sorse un nuovo corpo di leggi, Basilici detto, che in greca lingua distesero: in maniera, che ciò che Giustiniano di ciascuna materia separatamente aveva trattato in più libri, cioè nelle Istituzioni, nelle Pandette, nel Codice e ne' libri delle Novelle, fu collocato sotto un medesimo titolo, serbandosi però quasi l'istesso ordine, che a Triboniano piacque tenere intorno alla disposizione delle materie.
Questi furono i Basilici, e si dissero Priori, perchè la faccenda non finì qui; poichè Costantino VIII figliuolo di Lione cognominato Porfirogenito volle pure intorno a questo soggetto impiegar la sua cura e la sua maggior applicazione: non meno di suo avo e di suo padre fu mosso Costantino da stimoli di gloria, e col medesimo disegno di abolire affatto la memoria de' libri di Giustiniano[543]. Egli nella giurisprudenza e nell'istoria volle di se dar saggio d'uomo, a cui le lettere erano sommamente a cuore. Ritrattò l'opra de' Basilici, l'emendò in molte sue parti, e nell'anno 920 ne fece dar alla luce del Mondo un'altra di repetita prelezione più espurgata e corretta, e volle esserne riputato egli l'autore, e che de' Basilici Priori non più se ne avesse conto, ma che nel Foro e nelle Scuole, questi suoi, che perciò si dissero Posteriori, avessero tutto il vigore, ed andassero per le mani dei studiosi e de' Causidici d'Oriente. In effetto questa nuova compilazione de' Basilici fu nell'Oriente conosciuta, e rimase per fondamento del Jus greco insino alla fine dell'Imperio de' Greci[544], e fu riputato Costantino per primo autore de' medesimi, siccome dopo Luitprando riputollo Erveo. Questi furono sempre riputati i veri libri de' Basilici, a' quali l'istesso Costantino ha fatto precedere un nuovo Prochyron, ovvero introduzione, la quale oggi giorno si vede; e sono quelli, che dopo il corso di tanti secoli per l'industria e diligenza d'alcuni benemeriti della nostra giurisprudenza, prima da Genziano Erveo, ed ultimamente con maggior accuratezza da Annibale Fabrotto furono a noi restituiti[545], e sopra i quali gl'Interpreti greci posero il loro studio in commentargli ed illustrargli per mezzo delle loro insigni fatiche.
Non minor fama acquistossi questo Principe per l'altre famose sue opere, che pur oggi ci restano intorno all'istoria, avendo fatto raccorre in un corpo tutti gl'Istorici, disponendogli per 53 luoghi comuni, ancorchè l'istoria di Porfirogenito, come fu consueto stile de' Greci, in molte parti si reputi favolosa, siccome in più luoghi di questi nostri libri si è potuto vedere.
S'affaticarono intorno a questi Basilici molti Interpreti greci, in maniera che essi ebbero in Oriente non minor turba di Commentatori greci, che i libri di Giustiniano, da poi che furono risorti in Occidente, ebbero di Commentatori ed espositori latini. Cujacio ne annovera moltissimi, Stefano, Niceo, Taleleo, Isidoro, Eustazio, Eudossio, Calociro, Sesto, Callistrato, Lione, Foca, Modestino, Domnino, Gobidas, Cumno, Giovanni, Agioteodoreto, Doxapater, Gregorio, Garidas, Bestes, Bafio e Teofilo: a' quali Freero aggiunge Patzo, Teofilitzen, Fobeno, Teodoro Ermopolita, Demetrio e Carlofilace. In quali precisi tempi questi fiorissero non può dirsi cosa di certo. Contuttociò se voglia numerarsi Taleleo tra i Giureconsulti, che commentarono i Basilici, bisognerà dire, che fosse questi un altro Taleleo, e non quegli che molto prima fiorì a' tempi di Giustiniano, della cui opera, come si è da noi altrove detto, si valse nella fabbrica delle Pandette.
Così ancora un altro Stefano bisogna che fosse questi, e non già quegli, che per comandamento dell'istesso Giustiniano sparse i suoi sudori intorno a' Digesti, i quali anche furono da lui tradotti in greca favella; nè questi Teodoro e Isidoro potevan esser quelli, che molto tempo prima furono da Giustiniano impiegati tra que' diciassette alla fabbrica de' latini Digesti.
Molto meno quel Teofilo, che insieme con Triboniano e Doroteo compose l'Istituzioni: e quel Foca, uno che fu de' dieci preposti alla fabbrica del latino Codice. Di Callistrato e Modestino non accade por dubbio, ciascun sapendo, che questi Giureconsulti fiorirono molto tempo prima di Giustiniano istesso, non che del Porfirogenito. Per la qual cosa se non si dirà, che furono più Giureconsulti in diversi tempi co' medesimi nomi, non possono certamente questi annoverarsi tra gl'Interpreti de' Basilici: ancorchè alcuni di essi si fossero prima affaticati intorno a' volumi di Giustiniano trasportandogli nella greca favella, siccome (se dee prestarsi fede a Matteo Blastares rapportato da Antonio Angustino)[546] fece Stefano delle Pandette, oppure Taleleo, secondo che credono Suarez[547] e Struvio[548], e siccome Taleleo stesso fece del Codice; l'esempio de' quali imitarono poi Cirillo nei Digesti, Teodoro nel Codice, e Teofilo nelle Istituzioni.