In tanta varietà di pareri, sembra più verisimile, che a questi tempi d'Ottone III fossesi istituito il Collegio degli Elettori; ma che ne' susseguenti poi si ponesse in uso, e fosse praticato, che nell'elezione intervenissero solamente sette Elettori[98]; poichè gravissimi Autori narrano, che Ottone disperato di prole, perchè non accadessero sedizioni nell'elezione del suo successore, avesse consultato con Gregorio V il modo da tenersi nell'avvenire per l'elezione degl'Imperadori, nel che bisognò anche, che v'intervenisse il consenso de' Principi della Germania, a' quali s'apparteneva tal elezione: ed egli è credibile, che per lo bene della pace alcuni credessero questa loro ragione, con restringere, per evitar le confusioni ed i partiti, il numero degli Elettori a sette: se bene l'Istoria ne accerta che non così tosto si ponesse in pratica tal istituto, poichè molti Principi non volendo cedere questa loro prerogativa, vollero anche intervenire nell'elezioni. Così leggiamo, ch'Errico successore d'Ottone, non da sette Elettori, ma da' Principi della Germania, dice Nauclero, essere stato eletto, e restano ancora altri esempi consimili di essere intervenuti più Principi e Prelati della Germania, tanto che tra le Epistole di Gregorio VII n'abbiamo una di questo Pontefice drizzata a tutti i Vescovi, a' Duchi, e Conti della Germania per l'elezione d'un nuovo Re nel caso, che Errico non s'emendasse. Così facilmente s'accorderanno fra loro quelli, che dicono il Collegio de' sette Elettori sotto Ottone III essere istituito, e quelli che non prima di Gregorio X o d'Innocenzio IV vogliono avesse avuto principio, poichè questi parlano dell'uso e della pratica, quelli del solo istituto.
Dal che si conosce ancora, la vanità del Bellarmino in questo proposito, e de' suoi seguaci non esser inferiore a quell'altra della translazione dell'Imperio ai Franzesi nella persona di Carlo M. o ne' Germani in quella d'Ottone, in volendo all'autorità del Papa attribuire questa istituzione; poichè nè il Papa, nè l'Imperadore istesso, senza il consenso de' Principi della Germania, del cui pregiudizio trattavasi, potevano restringere a' soli sette Principi questa facoltà, con spogliarne gli altri; nè potevan farlo, siccome in fatti non lo fecero; e gli Scrittori testimoniano, che col consenso degli altri Principi si restringesse a sette questa prerogativa. La Cronaca antica, della quale alcuni vogliono, che ne fosse Autore Alberto Stadense nell'anno 1240 porta, che per consenso de' Principi i Vescovi di Treveri e di Magonza eleggono l'Imperadore; ed Agostino Triunfo[99] narra, che nel tempo di Ottone, Gregorio V, avendo convocati e richiesti i Principi d'Alemagna, avesse istituiti i sette Elettori. Leopoldo[100] rapporta ancora, che in tempo d'Ottone III, che non ebbe figliuoli, fu istituito, che per certi Principi della Germania Ufficiali dell'Imperio, ovvero della Corte imperiale s'elegesse l'Imperadore; ma sopra tutti niuno più diligentemente ci descrisse questa istituzione di Nauclero[101], il quale dice, che Ottone III non avendo prole maschile, per consiglio de' Principi della Germania, stabilì, che morto l'Imperadore, in Francofort dovesse farsi l'elezione, costituendo per Elettori tre Arcivescovi, e quattro altri Ufficiali dell'Imperio di sopra rapportati; onde poi fu introdotto, che a soli questi Elettori s'appartenesse eleggere l'Imperadore, il quale non era così chiamato ma solamente Cesare, e Re de' Romani, se non dapoichè in Roma dal Pontefice non fosse stato incoronato. Così l'Imperadore Ottone trascelse tra tanti Principi sette Ufficiali dell'Imperio per Elettori, forse per consiglio del Papa, ma principalmente per consenso dei Principi, che cederono alla lor ragione; ed il Pontefice Gregorio V approvò lo stabilimento fatto per consenso de' Principi. Tanto che tal istituzione non al Papa, ma più tosto all'Imperadore, e sopra tutto ai Principi stessi della Germania deve attribuirsi, siccome osservò ancora il Cardinal Cusano[102]. E se bene, come si è veduto, non così tosto che fu ciò stabilito, si fosse posto in pratica; nulladimeno da poi col correr degli anni, i Principi della Germania anteponendo il ben pubblico a' privati interessi, cedendo a' loro diritti a sette solamente restrinsero gli Elettori; i quali riconoscono tal autorità non dal Papa, nè dall'Imperadore, ma dal consenso comune di tutti coloro, a' quali prima appartenevasi tal elezione; e l'autorità Imperiale tutta dalla loro elezione dipende, non da altri; e se il costume fu di prender la corona d'oro in Roma dal Papa, ciò non fu riputato, che per una solennità e cerimonia, siccome degli altri Principi, che sogliono farsi ungere ed incoronare dai proprj Vescovi, come abbiam veduto de' Re d'Italia, di Francia, di Spagna, ed altri: tanto che Massimiliano Imperadore presso al Guicciardino[103], in una concione, che fece agli Elettori prima di passar in Italia, si protesta, e lor disse, ch'egli avea deliberato di passare in Italia per ricevere la corona dell'Imperio con solennità (come è noto più di cerimonia, che di sostanza) perchè la dignità e l'autorità imperiale dipende in tutto dalla vostra elezione.
L'istituzione adunque di questo Collegio Elettorale, se bene avesse avuto il suo principio sin da' tempi d'Ottone III non fu però messa in esecuzione nell'elezione d'Errico Duca di Baviera, che gli succedè; poichè questo Principe, secondo il solito modo, fu fatto Re di Germania da' Principi e Prelati di essa. Intanto i nostri Italiani, scorgendo che Ottone non avea di se lasciati figliuoli, aspirarono di nuovo a ridurre l'Imperio ed il Regno d'Italia nelle loro mani. Infatti Ardoino in Pavia fu Re d'Italia proclamato, e tenne il Regno, ancorchè combattuto da Errico, poco men di due anni. L'Arcivescovo di Milano reputando a suo disprezzo ciò che s'era fatto in Pavia intorno all'esaltazione d'Ardoino senza sua autorità, mosse Errico a discacciarlo dal Trono. Non solo i Pontefici romani, ma sino gli Arcivescovi di Milano pretendevano, che l'elezione de' Re d'Italia appartenesse a loro; e ciò che prima fu istituito per sola solennità, e cerimonia di farsi i Re da loro ungere ed incoronare, da poi la pretesero di necessità, e che assolutamente ad essi s'appartenesse l'elezione. Documento (siccome infiniti altri se ne scorgeranno nel corso di quest'Istoria) che devono i Popoli ed i Principi guardarsi molto bene ne' proprj affari, in tutto ciò che appartiene ad essi, di non farvi ingerire i Preti, poichè costoro ciò che prima ricevono per cortesia, o riverenza dovuta alla loro dignità, da poi lo pretendono di necessità, anzi con somma ingratitudine niegano poi riconoscerlo da essi, ed alla loro autorità e carattere l'attribuiscono. Così Arnulfo Arcivescovo di Milano (se dee prestarsi fede al Sigonio) tenne un Concilio di suoi Vescovi, e depose Ardoino, conferendo il Regno d'Italia ad Errico. Tanto che per questo fatto ne restarono gravemente offesi i Pontefici romani per le deposizioni, che vantano di poter essi soli fare di Regni ed Imperj, giacchè allora fin gli Arcivescovi di Milano tentarono di farlo per li Re d'Italia. Mandò per tanto Errico, invitato da Arnulfo, in Italia il Duca Ottone per discacciarne Ardoino, e fu guerreggiato con dubbia sorte: ma Arnulfo scorgendo, che non poteva così facilmente discacciar d'Italia Ardoino, il quale devastava tutto il Milanese, s'adoperò in maniera per Legati, che Errico in persona calasse in Italia: vennevi questo Principe con potente armata, prende Verona, ove Ardoino erasi presidiato, e lo confina in Pavia, e cintala di stretto assedio tosto la riduce in sua potestà, e con incendj e saccheggiamenti, la riduce in cenere[104]: da poi portatosi a Milano fu in questa città immantenente incoronato Re d'Italia dall'Arcivescovo; onde molti dei nostri Italiani, abbandonato Ardoino, s'unirono al partito dell'Arcivescovo e d'Errico.
Fu allora, che avendo Errico debellato e distrutto li suo emolo, portossi in questo anno 1013 presso Roncaglia, dove seguitando i vestigi, de' suoi maggiori, tenne una Dieta, e molte leggi da lui furono stabilite, le quali come Re d'Italia le stabilì, non avendo ancora assunto il nome d'Imperadore. Convennero nella Dieta, secondo il solito, molti Principi, Marchesi, Conti, Giudici, ed anche molti dell'Ordine ecclesiastico, come Arcivescovi, e Vescovi. Fu allora, che stabilì questo Principe quelle leggi, che abbiamo nel libro primo e secondo delle leggi longobarde[105], le quali dall'antico Compilatore di que' libri furono all'altre aggiunte, come stabilite da Errico, che se non ancora Imperadore, era stato però Re d'Italia acclamato, dopo fugato Ardoino. Altre leggi accenna il Sigonio[106], e moltissime altre furono raccolte da Goldasto[107].
Portossi indi a poco Errico in Ravenna, donde spedì Legati in Roma al Pontefice Benedetto VIII per li quali gli espose esser apparecchiato venir in Roma a prender l'insegne e la Corona imperiale[108]; tosto si incamminò per quella città, ove accolto benignamente dal Papa e da' Romani, secondo il costume fugli con solita cerimonia e celebrità da quel Pontefice posta la Corona imperiale, ed Augusto dal Popolo fu proclamato: indi avendo confermati i privilegi alla Chiesa romana conceduti da' suoi predecessori non molto da poi tornossene in Germania, ove era richiamato. Così l'Imperio ed il Regno d'Italia dalla stirpe degli Ottoni passò nella Casa de' Duchi di Baviera nella persona d'Errico II ed Ardoino che poco men di due anni tenne il Regno d'Italia, perduta ogni speranza di riacquistarlo, si vestì Monaco in un monastero presso Turino.
Ma mentre Errico imperava nell'Occidente, e Basilio nell'Oriente, accaddero in queste nostre regioni avvenimenti così portentosi e grandi, che finalmente tutti terminarono nella dominazione d'una nuova gente la quale da tenuissimi principj, per mezzo delle loro valorose azioni potè unire queste nostre Province, già in tante parti divise, e a tanti Principi sottoposte, sotto un solo Moderatore, e che finalmente in forma d'un ben fondato e stabil Regno le riducesse. Furono questi i prodi e valorosi Normanni, l'origine de' quali, e le loro famose gesta saranno ben ampio e luminoso soggetto de' seguenti libri di questa Istoria.
CAPITOLO VI. Politia ecclesiastica di queste nostre province per tutto il decimo secolo insin alla venuta de' Normanni.
La politia ecclesiastica, che si vide a questi tempi introdotta presso di noi, comincia ad avere qualche rapporto alla presente, per quanto s'attiene all'innalzamento de' Vescovi in Metropolitani. I Papi, per la concessione del Pallio, trassero a se per nuovo diritto la ragione sopra i Vescovi, obbligandogli ad andare in Roma a riceverlo, innalzandogli a Metropolitani. Trasse quindi origine la pretensione, che le cause delle loro diocesi per appellazione, o per negligenza in trattarle dovessero portarsi a Roma: ed infine di voler soprantendere a tutti i loro affari; ed eressero perciò molti nuovi Metropolitani e Vescovi. Ebbero in ciò tutto il favore degli Ottoni Imperadori d'Occidente, e d'Ottone I sopra ogni altro, li quali contro l'ambizione de' Patriarchi di Costantinopoli gli difesero, facendo valere la loro autorità anche sopra alcuni di quegli Stati, che s'appartenevano all'Imperio greco. Aveva Ottone I forte cagione di sostenergli, poichè niuno Imperadore fu cotanto da' romani Pontefici favorito, quanto lui. Se tra' Scrittori ancor si disputa del Sinodo tenuto da Adriano in Roma, dove narrasi essere stata data a Carlo M. la potestà di eleggere il Papa; non si dubita però che Lione VIII in un general Concilio tenuto nell'anno 964 in Laterano avesse ad Ottone M. ed a tutti gl'Imperadori germani suoi successori conceduto in perpetuo, non pure il Regno d'Italia ed il Patriziato romano, ed avesse con indissolubil nodo unito l'Imperio d'Occidente col Regno germanico, ond'è che Ottone, ed i suoi successori furono poi Sovrani di Roma; ma ancora d'ordinare la Santa Sede, ed eleggere il Papa a suo arbitrio e piacere. Confermogli ancora, ciò che Adriano avea conceduto a Carlo M. il diritto dell'investiture, dandogli potestà coll'anello e col bastone investire gli Arcivescovi ed i Vescovi delle loro Chiese. Di questo Concilio tenuto in Roma ne rendono testimonianza Luitprando[109], Ivone Carnotense[110], donde il prese Graziano[111], che volle pure inserirlo nel suo decreto; e Teodorico di Niem da un antico Codice fiorentino lo inserì anche nel suo Trattato delle Ragioni, e Privilegj dell'Imperio[112].
Così vicendevolmente favorendo l'un l'altro, vennesi molto più a corrompersi l'antica disciplina, ed il mutarsi l'antica disposizione delle Chiese. I Papi perciò più Vescovi ordinarono, e più metropoli cressero; ma l'innalzamento di queste si vide che facevasi, secondando la disposizione delle città dell'Imperio, con adattarsi sempre la politia ecclesiastica alla temporale; siccome appunto accadde in queste nostre province.