Quando a' Normanni furono riportate sì dure risposte, voltatisi alla disperazione, risolvettero infra loro, che più tosto bisognava finir di vivere gloriosamente, che lasciare con tanta indegnità e vergogna ciò ch'essi a costo di tanti sudori e travagli aveansi acquistato; e non curandosi punto, che oltre la disuguaglianza delle forze, mancavan loro ben anche i viveri, si risolvettero di ricever tosto la battaglia, ancorchè con tanto loro disavantaggio, risoluti o di morir tutti o di vincere.

Divisero perciò le loro truppe, che poterono radunare in tre corpi, a' quali per Comandanti preposero i più celebri Capitani ch'essi aveano, fra' quali erano allora sopra tutti gli altri eminenti il Conte Umfredo, Roberto Guiscardo, e Riccardo Conte d'Aversa, figliuolo d'Asclettino, il quale a Rodolfo era succeduto.

Intanto l'esercito di Lione si collocò in atto di battaglia in una gran pianura presso Civitade nella provincia di Capitanata[241], ed avendo sotto i nominati Comandanti disposte le truppe, non v'era altro ostacolo per darla, se non una piccola montagna, che divideva amendue gli eserciti. I Normanni furono i primi a montarla per riconoscere gl'inimici, e ravvisata la situazione di quella infinita moltitudine d'Italiani, che niente aveano di regolare nella maniera di guerreggiare, ed un numero assai inferiore d'Alemani meglio disposti, e molto più da temersi, presero tosto le loro misure, e divisero la loro piccola armata in tre corpi. Diessi l'ala dritta a Riccardo Conte d'Aversa per iscaricar su gl'Italiani: Umfredo si mise nel corpo di battaglia per assaltar gli Alemani con quella cavalleria ch'avea; e Roberto Guiscardo ebbe l'ala sinistra con un buon numero di Calabresi scelti, che avea al suo servigio interessati, da poi ch'era stato nel loro paese. Egli avea ordine di non molto avanzarsi, ma di fare come un picciol corpo di riserba, sempre pronto a sostenere il resto dell'armata, ed a fornirla ne' bisogni di truppe recenti.

Riccardo assaltò da prima gl'Italiani comandati da Rodolfo, e caricogli improvisamente, e con tanto vigore, che non ebbero agio nè pur di far la minima resistenza. La paura gli confuse in maniera, che ritirandosi a poco a poco gli uni opprimevano gli altri, e seguitandogli valorosamente Riccardo, si diedero ad una fuga vergognosa, tanto che questo prode Capitano a colpi di spade e di dardi ne fè strage infinita[242].

Il Conte Umfredo ebbe più che fare dalla sua parte cogli Alemani, e spezialmente con quelli di Suevia. Egli fece sopra di loro una terribile scarica di frecce, ma essi ne fecero una somigliante sopra di lui; onde bisognò metter mano alla spada, e l'uccisione per l'una, e l'altra parte fu terribile. Allora Roberto Guiscardo credette, che fosse tempo di venire al soccorso di suo fratello: vi accorse immantenente con Pandolfo, e Landolfo suo figliuolo esiliati da Benevento[243], seguitato ancora da' suoi Calabresi, i quali sotto la sua disciplina eran divenuti prodi soldati: egli andò con furia a buttarsi in mezzo de' nemici. Si pugnò ferocemente, e furono incredibili le ardite azioni di Roberto in questo combattimento; finalmente sconfisse i nemici[244], e con tanto empito e vigore gli confuse, che dopo aver d'essi fatta strage infinita, scorgendo che non erano in tutto spenti, ricominciando di bel nuovo a battere il resto, gli finì tutti di tagliar a pezzi[245].

Il Papa, che non molto lontano fu spettatore di sì fiera tragedia, vedutosi quando men se l'aspettava in tali angustie, prese il partito di ritirarsi dentro la città di Civitade[246]; ma questa non essendo un asilo per lui sicuro, fu immantenente assediata, e tantosto fu costretta a rendersi. Puossi comprendere qual fosse l'imbarazzo del Papa, e la sua desolazione mentre cadeva in mano de' nemici, cui egli avea trattati con tanta durezza e severità, e di cui egli avea concetto, siccome aveagli dipinti presso l'Imperadore Errico, di gente barbara, inumana e senza religione.

Ma ben tosto s'avvide quanto appresso i Normanni fosse grande la forza della religion cristiana, e quanto il rispetto, che aveano di colui ch'essi adoravano per Capo della Chiesa cristiana, e Vicario di Cristo. Essi avrebbero potuto, giacchè come Principe del secolo li mosse guerra, Jure belli, e secondo le leggi della vittoria, trattarlo siccome esso vi compariva. Ma come grossolani non ben arrivavano a capire quella distinzione di due personaggi in uno, che gl'istessi Ecclesiastici introdussero nella sua persona per non far con tanta mostruosità apparire alcune azioni, che non starebbero troppo bene al Papa, come successore di S. Pietro. Essi lo riputaron sempre per questo eccelso carattere degno d'ogni rispetto e venerazione, che la forza della religione, di cui essi erano riverenti, ve l'impresse sì forte, che per qualunque altro non poterono perderlo; perciò con inudita pietà, e profondo rispetto lo condussero con ogni sorte d'onore e riverenza nel loro Campo. Non pure lo lasciarono in libertà, ma il Conte Umfredo ricevendolo sotto la sua parola, l'accompagnò egli stesso con gran numero di suoi Ufficiali in Benevento[247], promettendogli di vantaggio, che quando gli piacesse ritornar in Roma, l'avrebbe egli accompagnato insino a Capua[248]. Il Papa sorpreso da queste maniere sì oneste e cristiane, cancellò dal suo animo ogni sinistro concetto, che prima di lor avea, e pentitosi di quanto insino a quell'ora avea con poca accortezza, e contro ciò che ricercava il suo carattere, adoperato, pianse amaramente le sue disavventure. Indi entrato in Benevento nella vigilia di S. Giovanni di quest'anno 1053 vi si trattenne insino a' 12 di marzo dell'anno seguente 1054 giorno della festività di S. Gregorio Papa[249]; e quivi per li travagli sofferti, e per passione d'animo caduto infermo, avendo a se chiamato il Conte Umfredo, si fece condurre a Capua, dove avendo dimorato dodici giorni, in Roma fece ritorno. Quivi arrivato per conciliare le discordie, che a questi tempi più che mai eransi rese implacabili tra la Chiesa romana, e la costantinopolitana, spedì all'Imperador Costantino Monomaco tre Legati, Pietro Arcivescovo d'Amalfi, Federico suo Cancelliero, ed Umberto Vescovo di S. Rufina, unita poi questa Chiesa da Calisto II al Vescovado di Porto; ma non ebbe questa Legazione alcun successo; poichè Lione non molto da poi con molti segni di pietà, e di ravvedimento finì santamente i giorni suoi nel mese d'aprile di quest'anno 1054, con lasciar di se, per la sua pietà e candidezza di costumi, titolo di Santo.

In questi rincontri si narra, che Lione dopo aver assoluti i Normanni dalle censure e dall'offese, che ei reputava aver da essi ricevute, avesse conceduto ad Umfredo, ed a' suoi eredi l'investitura della Puglia e della Calabria, ed anche di tutto ciò che potrebbe acquistare sopra la Sicilia, e che all'incontro Umfredo avesse reso l'omaggio di quelle terre alla Santa Sede, come Feudi da lei dipendenti; e che questa fosse la prima Investitura, ch'ebbero i Normanni, come fra gli altri scrisse Inveges.

In fatti Gaufredo Malaterra[250] parlando della sommessione e rispetto che i Normanni in quest'incontro portarono a Lione, dice che questo Papa all'incontro: Omnem terram, quam pervaserant, et quam ulterius versus Calabriam, et Siciliam lucrari possent de Sancto Petro haereditali Feudo sibi, et haeredibus suis possidendam concessit. Ma questo non fu che un assicurare maggiormente i Normanni della sua amicizia perchè senza suo ostacolo proseguissero le loro conquiste, benedicendo le loro arme, e dichiarando perciò le loro future intraprese giuste; ciò che i Normanni come religiosi desideravano, almeno per pretesto di giustificare così i loro acquisti, e per non aver contrari i romani Pontefici, che s'erano allora per le censure e scomuniche resi a' Principi tremendi. Questi furono i principj delle nostre Papali investiture, le quali si ridussero poi a perfezione da Niccolò II per quelle, che diede a Roberto Guiscardo de' Ducati di Puglia e di Calabria e di Sicilia, come diremo.

Intanto i Normanni avendo disfatta l'armata di Lione, ancorchè l'avessero trattato con tanto rispetto, assicurati che furono di lui, non vollero perdere sì opportuna occasione di stendere la loro dominazione, e di portare altrove le loro armi. Niente resero al Papa di ciò, che pretendeva sopra Benevento; poichè se bene Pandolfo, Principe di Benevento, e Landolfo suo figliuolo, alla venuta di Lione fossero stati esiliati da quella città, nulladimanco sconfitto Lione col favore de' Normanni, a' quali aveano dato ajuto in quella battaglia, tornarono di bel nuovo a reggere Benevento[251]; nè se non dopo molti anni cominciò a governarsi dalla Chiesa romana, tanto che la commutazione fatta con Errico non ebbe il suo effetto se non molto da poi, e più per munificenza de' Normanni, che per quella d'Errico. Nel che non bisogna ricercare altro miglior testimonio della antichissima Cronaca de' Duchi e Principi di Benevento, il cui Autore fu un Monaco del monastero di Santa Sofia di Benevento, che si conserva nell'archivio del Vaticano, e fu fatta imprimere dal diligentissimo Pellegrino, a cui fu trasmessa da Roma dall'Abate Costantino Gaetano Monaco Cassinense, che da un antico Codice del Vaticano l'estrasse[252]. In questa Cronaca[253] si legge, che se bene reggendo il Principato di Benevento Pandolfo, e Landolfo suo figliuolo, alla venuta di Lione fossero stati esiliati da Benevento, nulladimanco si soggiunse, che da poi vi tornarono, e Pandolfo dopo aver regnato molti anni in Benevento, finalmente abbandonò il secolo, e si rese Monaco nel monastero istesso di S. Sofia, lasciando Landolfo suo figliuolo per successore, il quale tenne il Principato per tutto il tempo che visse insino all'anno 1077. Onde si convince con molta chiarezza, che la permuta con Errico non ebbe effetto; ma se poi la Chiesa romana acquistò quella città, tutto si dee alla liberalità de' Normanni, che per le ragioni che vi tenea per quella commutazione fatta da Errico, glie la rilasciarono, come qui a poco vedrassi.