Ma assai più pernizioso, e di più ree conseguenze fu l'altro esempio, che diede Lione di porsi alla testa d'eserciti armati. Altre volte abbiam veduto Giovanni VIII e X romani Pontefici alla testa d'armate, però questi ebbero almeno il pretesto d'impugnar l'armi temporali contro i perfidi ed infedeli Saraceni, e contro coloro che s'erano a' medesimi collegati; ma ora Lione l'impugna contro i più fini Cristiani, come erano i Normanni, che in pietà, e nella religione cattolica non eran inferiori a qualunque altra Nazione: l'impugna senza ragionevole cagione o pretesto di religione, ma per solo fine d'ingrandire le forze temporali della Chiesa, e d'arricchirla di beni mondani; move un'ingiustissima guerra cotanto a Dio spiacente, che coll'evento infelice fece palese la sua ira ed indignazione. Se a quest'impresa si fossero accinti i suoi predecessori, che per i loro abbominevoli costumi eran riputati la peste del Mondo, non avrebbe ne' suoi successori portato questo esempio tanto male; ma essere stata opera di Lione santo Pontefice, fecegli più animosi, nè si ritennero da poi avanzarsi in maggiori stranezze e novità; non avvertendo ciò che Pier Damiani Scrittor contemporaneo, parlando di questo fatto di Lione, dice che l'Appostolo Pietro fu Santo, non perchè negò Cristo, ma per l'altre sue insigni ed incomparabili virtù, siccome Lione non per questi fatti, ma per la sua innocenza e per gl'incorrotti suoi costumi, meritò questo titolo.

Lione IX adunque per la sua pietà e divozione ebbe frequenti occasioni di portarsi in molti luoghi di queste province. Venne nell'istesso anno 1049 che fu assunto al Ponteficato, e nel quale accadde la morte di Pandolfo Principe di Capua, a visitar il santuario del Monte Gargano[232]: indi al ritorno portossi a Monte Cassino, ove conversando assai familiarmente con quei Monaci, di molte prerogative ornò quel monastero, ed indi a Roma ritirossi. Ma non fece passar molto tempo, che nell'anno seguente 1050 vi ritornò di bel nuovo: vi è chi scrive, che in questo medesimo anno tenesse un Concilio a Siponto ove depose due Arcivescovi; ma di questo Concilio sipontino soli Viberto e l'Anonimo di Bari ne fan menzione, poichè nè presso Ostiense, nè in altri ve n'è memoria: indi terminate le visite de' santuari, volle vedere le città più cospicue del paese, si portò prima in Benevento, ove ebbe occasione di ben affezionarsi que' cittadini, e tiratigli alla sua divozione, poichè stando ancora quella città sottoposta all'interdetto di Clemente suo predecessore, egli lo tolse.

Da poi nell'anno seguente volle veder Capua, indi ritornò la seconda volta a Benevento, nè volle tralasciare di portarsi in Salerno in questo medesimo anno 1051. Questa città nel seguente anno 1052 fu veduta ne' maggiori sconvolgimenti per l'orribile assassinamento di Guaimaro oppresso da una congiura orditagli dagli Amalfitani, che avea egli indegnamente trattati, da' suoi congionti e da alcuni Salernitani, i quali presso il lido del mare avendolo crudelmente ucciso, invasero la città. Ma Guido fratello di Guaimaro aiutato da' Normanni, dopo il quinto giorno riebbela, ed a Gisulfo figliuolo di Guaimaro fu resa, che al padre succedè nel Principato[233].

Ma nelle dimore che faceva in queste città il Papa piacevagli sentire le querele, che gli erano portate da' Pugliesi, e dagli stessi Principi longobardi contro i Normanni, i quali ricevendo tutto giorno maggiore incremento per li nuovi acquisti che facevano nella Calabria e nel Principato di Benevento, cominciavano ad insospettire i Principi vicini; e molto più a Lione, il quale, siccome i suoi predecessori s'insospettirono de' Longobardi, così egli mal soffriva che i Normanni s'avanzassero tanto, ed avendo scorto ch'erano uomini non così facili da potergli ridurre a lasciare l'acquistato, e che sovente facevano delle scappate sopra i beni delle Chiese, riputò non ben convenire agli interessi suoi, dell'Imperadore Errico suo cugino, e dell'Italia che questa Nazione più oltre s'avanzasse: deliberò pertanto di passar in Alemagna, come fece in quest'istesso anno 1051, e portatosi dall'Imperadore Errico, l'espose che i Normanni resi oramai insoffribili agli abitanti del paese, estendevano i loro confini oltre i luoghi, de' quali furono da lui investiti, e che tentavano di soggiogar tutte quelle province, e sottrarle dall'Imperio d'Occidente; che insolenti depredavano ancora le robe delle Chiese: che non bisognava più sofferirgli, perchè avrebbero portato maggiore ruina, ma che dovessero di Italia scacciarsi: che gli dava il cuore di farlo, se fornito d'un numeroso esercito, lo rimandasse in Italia, perch'egli ponendosi alla testa di quello avrebbe scacciati questi Tiranni. Furono così efficaci gli ufficj di Lione appresso Errico, che lo persuase a dar mano a quest'impresa, ed avendo comandato, che s'unisse un numeroso esercito d'Alemani, ne diede il comando a Lione istesso, il quale già aveva ordinato che marciasse verso Italia[234]. Ma Gebeardo Vescovo di Eichstat, il quale era in grande familiarità dell'Imperador Errico, e ch'era suo Consigliero, riprovando un fatto sì scandaloso, che i Pontefici romani dovessero porsi alla testa d'eserciti armati contro i Cristiani, non potè non riprenderne acremente l'Imperadore, e tanto adoperossi, che destramente fece tornar indietro le truppe, solamente alcune rimanendone appresso Lione. Nè dee qui tralasciarsi, che quest'istesso Vescovo fatto poi Papa, detto Vittore II mutò tosto sentenza, e si doleva di questo fatto d'aver impedito a Lione sì numeroso soccorso, riputando forse, che con quello meglio avrebbe potuto avanzar Lione gl'interessi della sua sede, di ciò che non gli venne fatto; poichè per la sua prigionia li peggiorò.

Non tralasciò allora Lione in questa occasione di pensare anche agl'interessi della sua Chiesa romana per una commutazione, nella quale così egli, come Errico trovavano i loro vantaggi. Errico I da' Germani appellato II avea in Bamberga a spese del proprio patrimonio edificata una magnifica chiesa in onore di S. Giorgio; e volendola ergere in cattedrale, proccurò da Benedetto Papa, che la consecrasse, ed in sede vescovile la ergesse: così fu fatto; ma bisognò che l'Imperadore offerisse alla Chiesa di Roma un annuo censo, che fu stabilito d'un generoso cavallo bianco con tutti i suoi ornamenti ed arredi, e di cento marche d'argento ogn'anno.

(L'Imperadore Errico il Santo nell'anno 1005 la Chiesa da lui edificata in Bamberga in onore di S. Giorgio, come scrive Ostiense, ma secondo gli Scrittori germani chiamata di S. Pietro, da un Sinodo tenuto in Francfort, precedente il consenso del Vescovo di Erbipoli, dentro i confini della cui diocesi era posta, l'avea fatta ergere in cattedrale, come si legge negli atti di questo Sinodo presso Ditmaro[235], Episcopatum in Bamberga, cum licentia Antistitis mei facere hactenus concupivi, et hodie perficere volo desiderium, dando in iscambio al Vescovo d'Erbipoli alcuni beni. E così l'erezione, come questa commutazione fu da poi nel seguente anno 1006 confermata per una bolla di Giovanni XVII che si legge presso Gretsero nella vita d'Errico c. 40. E nel 1007 in un altro Sinodo di Francfort da tutti i Vescovi, che vi intervennero, fu di nuovo tutto ciò confermato ed ordinato Eberardo per primo Vescovo di Bamberga; onde opportunamente avvertì Struvio Syntag. Hist. dissert. 13. §. 26 pag. 385. che per ciò alcuni Scrittori confondendo la fondazione con questa confermazione, fissarono la fondazione nell'anno 1006 ed altri nell'anno 1007. Fu da poi nell'anno 1011 secondo Mariano Scoto, ovvero nell'anno 1012 secondo gli Annali Einsidelensi, Ditmaro, e Schafnaburgense, questa chiesa con gran celebrità dedicata, e consecrata da Giovanni Patriarca di Aquileia coll'intervento di 35 Vescovi, siccome narra Ditmaro ad d. An. 1012. E da poi Errico di ciò non contento volle avere anche il piacere, che Benedetto VIII venisse egli di persona a consacrarla, ed ergerla in sede vescovile, del qual fatto parla Lione Ostiense lib. 2 c. 46 tralasciando le cose precedenti, poichè questo faceva al suo istituto, ch'era di additarci l'origine e la cagione della commutazione, che poi da Errico il Negro si fece di queste ragioni acquistate per Papa Benedetto alla Chiesa romana sopra quella di Bamberga, colla città di Benevento.)

Voleva ora Errico il Negro liberar questa Chiesa dal censo, e dalla soggezione della Chiesa romana, con renderla esente da tal peso: Lione non ripugnava di farlo: ma non potendo ciò seguire, se vicendevolmente alla Chiesa romana non si assegnasse altra cosa, si pensò a qualch'espediente. Fu tosto ritrovato un modo vantaggioso per ambedue.

Errico per gl'indegnissimi tratti de' Beneventani, che avevano avuto ardimento di chiudergli in faccia le porte, odiava a morte quella città; e pensando che con difficoltà avrebbe potuta ridurla sotto il suo arbitrio per vendicarsene, pensò commutarla col Papa per queste ragioni di Bamberga. Lo stato allora del Principato di Benevento era, come si è detto, che la città si reggeva dal Principe Pandulfo, e Landolfo suo figliuolo, ma gran parte di quello era già passato sotto la dominazione de' Normanni, a' quali l'istesso Errico avea in quella occasione, che si disse, conceduta tutta la terra beneventana; nè i Normanni, che anche senza questo, sapevano approfittarsi sopra le altrui spoglie, aveano tralasciato di farlo sopra il rimanente del Principato. Così Errico, che poco dava del suo, se non le ragioni di sovranità, che pretendeva sopra quella città, posseduta allora da Pandolfo diede in iscambio a Lione la città di Benevento, che egli a' Normanni non avea conceduta, nè s'estese oltre, poichè del territorio beneventano ne avea egli stesso poco prima investito i Normanni. E sarebbe stata cosa pur troppo incredibile, che questa permutazione fessesi fatta coll'intero Principato di Benevento, che se bene in questi tempi si trovasse molto estenuato per li Principati di Salerno e di Capua divelti; nulladimanco abbracciava più città e terre di una ben ampia e grande provincia del Sannio, che comprendeva gli Abruzzi, il Contado di Molise, e molte altre parti ancora dell'altre province; e sarebbe follia il credere, che il Principato di Benevento si fosse cambiato per cento marche d'argento, poichè il Cavallo bianco non fu rimesso; nè veramente può comprendersi, come alcuni moderni Scrittori, chi inconsideratamente, altri però per malizia, abbiano potuto farsi uscir dalla penna stravaganza sì grande senza appoggio alcuno di Scrittore contemporaneo, ed invece della città di Benevento, scrivere del Principato beneventano; poichè noi non abbiamo Scrittore più antico, che parli di questa commutazione, che Lione Ostiense[236], il quale chiaramente rapporta, siccome la cosa istessa lo dimostra, che tal commutazione fu del Vescovado di Bamberga, colla città di Benevento non già del Principato; e Pietro Diacono[237], che poco da poi di Lione aggiunse al suo luogo questo successo, pure della città sola parla, non già del Principato: siccome le cose seguite da poi lo rendono manifesto, poichè la Chiesa romana ha ritenuta la città sola, non già il Principato, sopra il quale non pretese mai avervi particolar ragione, ma corse la fortuna di tutte le altre province, come osserverassi nel corso di quest'Istoria. Anzi nè meno a questi tempi ebbe esecuzione tal permuta; poichè Lione tornato in Italia colle truppe datogli dall'Imperadore, ancorchè pel terrore dell'armi, il Principe Pandolfo col suo figliuolo, all'arrivo di Lione fossero stati esiliati[238] da quella città, e fossesi eletto per Principe di Benevento un tal Rodolfo, nulladimanco ben presto vi ritornarono, e tennero Benevento per molti anni, insino che da Roberto non ne fossero scacciati nell'an. 1076 dal qual tempo per accordo fatto co' Normanni, la città di Benevento cominciò ad esser governata dalla Chiesa romana, ed il Principato da' Normanni; come più innanzi diremo; onde il novello Istorico napoletano[239], che con grande apparato di parole narrando questi trattati avuti per questo cambio, dice essersi fatto col Principato di Benevento, erra d'assai, e si vede non aver letto Ostiense, che parla della città sola di Benevento.

Lione intanto postosi alla testa d'una grossa armata fornita di truppe alemane, e d'un gran numero di truppe italiane, e composta non meno di Laici, che di Cherici[240] diede il comando delle alemane e di quelle di Suevia a Guarnerio Suevo, e dell'altre ad Alberto Tramondo, ad Asto ed a Rodolfo poco innanzi da lui eletto Principe di Benevento, e verso la Puglia fece marciar l'esercito per dare con sì formidabili forze la battaglia a' Normanni, i quali trovandosi allora di forze ineguali, credè potere leggermente vincere, e discacciargli dalla Puglia, e da tutti i luoghi insino allora da essi conquistati.

I Normanni sorpresi dalla novella di questa marcia, ne concepirono grande spavento, non solo perch'essi in quella congiura orditagli da Argiro aveano perduto i principali lor Capi, e la maggior parte de' prodi guerrieri, ma perchè aveano da combattere con un'armata non punto composta di Greci e di Pugliesi, ma d'Alemani, uomini di statura e forza prodigiosa, pieni di coraggio, ed abili nell'arte militare: s'aggiungeva il non potersi fidare de' Pugliesi per l'avversione, in cui erano appresso quelli entrati. Pensarono perciò a' modi come potessero sottrarsi dalla tempesta, che gli soprastava; onde spedirono a tal effetto Ambasciadori al Papa per domandargli la pace; offerirono d'ubbidirgli in tutte le sue cose; ch'essi non pretendevano altro, che di possedere quelle terre, che aveano acquistate co' loro travagli e sudori, e colle armi alle mani: che non avrebbero invase le robe della Chiesa, offerendogli il lor servigio con tanta sommissione e riverenza, che non poteva farsi con più umiltà e rispetto. Ma Lione che credea per le sue forze aver tra le mani la vittoria, stimolato anche dagli Alemani, che dalla statura bassa de' Normanni ne concepirono disprezzo, ne rimandò gli Ambasciadori con risposta pur troppo dura; ch'egli non voleva punto aver pace con essi, se non uscivano d'Italia; ma replicando coloro, ch'era quasi ch'impossibile ridurre una sì gran moltitudine a cercar altrove una ritirata per essi, e per le loro famiglie, furono sparse al vento le loro preghiere, e rimandati senza conchiuder cos'alcuna.