Egli è però anche vero, che non potendo somministrargli i loro Stati forze e denaro sufficiente per mantenere eserciti numerosi, univano sovente alle armi temporali le spirituali, per le quali si rendevano ai Principi superiori ed a' Popoli tremendi. S'aveano appropriata la facoltà di deporgli da' loro Regni e Signorie, d'innalzargli ed abbassargli a lor talento, creare Duchi e Conti, ed infino di credersi facitori anche di Re e di Monarchi; e la cosa si ridusse negli ultimi secoli a tale estremità, che non vi fu Principe d'Europa, che come ligio non prestasse omaggio alla Sede Appostolica. In fine per questi mezzi pervennero a fare credere, che questo Regno fosse Feudo della lor Chiesa, ed a trattare i possessori come loro sudditi e vassalli.

Quindi nacquero le tante rivoluzioni e li tanti inviti di stranieri Principi fatti da' Pontefici al possesso di questo Reame, onde germogliarono tante guerre e disordini; e che in decorso di tempo i Re di Napoli considerando la potenza de' Pontefici essere istromento molto opportuno a turbargli il Regno, il quale per lunghissimo spazio confina col dominio ecclesiastico; alcuni, che non vollero soffrire il giogo, furon loro perpetui nemici, avendo moltissime volte perseguitati con l'arme i Pontefici, ed occupata più volte Roma; altri più placidi, che non vollero con quelli attaccar brighe, ricordandosi delle calamità accadute per ciò nel Regno de' Suevi, e negli ultimi secoli delle controversie, le quali i Re Alfonso I e Ferdinando suo figliuolo aveano molte volte avuto con loro, ed essere sempre pronta la materia di nuove contenzioni per le giurisdizioni de' confini, per conto de' censi, per le collazioni de' benefizi, per lo ricorso de' Baroni, e per molte altre differenze, proccurarono tenersegli amici, ed ebbero sempre per uno de' saldi fondamenti della sicurtà loro, che da se dipendessero o tutti, o parte de' Baroni più potenti del tenitorio romano[228].

Si parlerà adunque ora de' Pontefici romani, come Principi; ed io reputo trattar così meglio la loro causa in questo soggetto dell'Investiture, che d'introdurgli in iscena con quell'altro personaggio. I Principi del secolo se riguarderanno i principj degli acquisti dei loro Reami e Monarchie, pochi potranno giustificargli con titoli legittimi. Essi non troveranno, che quello loro arreca la ragion della guerra, e molti troveranno usurpazioni e rapine; ma il lungo e pacifico possesso di molti secoli, gli fornisce di bastante ragione, e fa ora, che giustamente le posseggano, ed ingiusti saranno gl'Invasori. Così riguardando i Pontefici romani in quest'occasione come Principi, i quali possedendo in Italia molti Stati, eransi attaccati agli interessi di quella, ancorchè non potessero mostrar titolo bastante e legittimo di queste investiture, come qui a poco vedrassi, nulladimanco l'essersi per più secoli mantenuti in questo possesso, fa che oggi non possano reputarsi affatto spogliati di queste ragioni. Ma all'incontro a' Vicari di Cristo, ciò che a' Principi del secolo si reputa bastare, forse ciò non sarà sufficiente: essi dovrebbero entrar in iscrupolo, ed esaminare non tanto il tempo, ed il lungo possesso, ma l'origine, e riguardar le cagioni, i titoli ed i principj de' loro acquisti.

Ma prima, che si faccia passaggio a manifestar queste origini, e come a questi tempi cominciassero i romani Pontefici per queste investiture ad attentare sopra il temporale di queste province, con rendersele finalmente feudatarie, egli sarà a proposito, che in accorcio si faccia vedere lo stato di quelle, nel quale erano a questi tempi, e da qua' Principi eran dominate.

I tre Principati di Benevento, di Salerno e di Capua a' Principi longobardi eran sottoposti; in Benevento regnava Pandolfo III, col figliuolo Landolfo; in Salerno Guaimaro IV ed in Capua Pandolfo. Il Ducato d'Amalfi insieme con quello di Sorrento, che prima a quel di Napoli eran uniti, a Guaimaro ubbidivano. Quello di Gaeta era governato da Giovanni: l'altro di Napoli da Sergio era amministrato. La Puglia in gran parte era passata sotto la dominazione de' Normanni, e la Calabria n'era in pericolo, ma insino ad ora all'Imperio d'Oriente s'apparteneva. I due Imperadori d'Occidente e l'altro d'Oriente ugualmente sopra questi Stati vi pretendevano la sovranità e alto dominio. Quel d'Occidente come Re d'Italia lo pretendeva sopra tutto quel tratto di paese, che era prima compreso nell'antico Ducato di Benevento, ed abbracciava quasi tutto ciò che ora è Regno; quindi è, che sopra i Principi longobardi v'esercitava tutta la sovranità e potenza con deporgli, discacciargli da' loro Stati, e ad altri concedergli. Pretendeva lo stesso sopra la Puglia e la Calabria, che prima al Ducato beneventano furon in gran parte aggiunte; e poichè l'ambizione non ha confini che la possano circoscrivere, non v'era angolo di queste nostre regioni, che non pretendessero esser ad essi sottoposte; quindi s'arrogarono la facoltà d'investire Rainulfo del Contado di Aversa, ancorchè questa città fosse stata edificata nel territorio del Ducato di Napoli, il quale per antiche ragioni agl'Imperadori d'Oriente, non già a quelli di Occidente s'apparteneva.

All'incontro l'Imperadore de' Greci, forse con più ragione, pretendeva al suo Imperio d'Oriente appartenere tutte queste province, donde da' Longobardi furon divelte ed ingiustamente occupate. Le province di Puglia e di Calabria essere indubitatamente a quello sottoposte: e li Ducati di Napoli, d'Amalfi, di Gaeta e di Sorrento dal suo Imperio esser dipendenti.

Fra questi due Principi fu contrastata e combattuta la sovranità di queste nostre province, per la quale nacquero in fra di loro le tante guerre, che abbiamo nel corso di quest'Istoria narrate. Insino ad ora i Pontefici romani non si erano sognati d'entrar per terzi, e pretender anch'essi sopra le medesime qualche ragione di sovranità. Essi se bene sopra le spoglie de' Longobardi, che a' Greci l'aveano tolte, mercè di Carlo Magno e de' suoi successori, si fossero resi Signori del Ducato romano, dell'Esarcato di Ravenna, di Pentapoli e d'alcune altre città d'Italia, come si è veduto ne' precedenti libri di questa Istoria: sopra queste province però che oggi compongono il nostro Regno non estesero mai la loro mano; e se bene si legga presso Ostiense, che sopra Gaeta vi pretendessero dritto, e che alcun tempo la possedessero, nulladimeno ben tosto ritornò sotto il dominio de' Greci, e poi dai particolari Duchi di quella città fu governata: e quest'istesse pretensioni, che si leggono sol ristrette sopra Gaeta, maggiormente convincono, che sopra tutte le regioni dell'altre province non vi era di che dubitare Nè potevano in questi tempi tali pretensioni nascere dalla finta donazione di Costantino, o da quella di Carlo M. o di Lodovico il Buono; poichè è costante opinione presso i più gravi Scrittori, che tutti questi istromenti e diplomi, nella maniera che ora si veggono conceputi, furono supposti ne' tempi d'Ildebrando; e molto meno poteva sorgere questa loro pretensione da ciò che nel privilegio di Lodovico il Buono, e degli altri Imperadori suoi successori si legge di avergli questi Principi confermato il patrimonio beneventano, salernitano, capuano, napoletano e gli altri di Puglia e di Calabria; poichè questi patrimonj, siccome altrove abbiam veduto, non eran altro se non che i beni che la Chiesa romana per la pietà de' Fedeli, che glie le aveano offerti, teneva in queste province, e si dicevano il Patrimonio di S. Pietro; onde mal fece il nostro Chioccarelli[229], che per dar fondamento a queste investiture, si valse della donazione di Costantino e de' privilegi di Lodovico e d'Ottone. Nè si è mai inteso, che i Principi di Benevento, que' di Salerno, o di Capua, e molto meno i Greci, avessero insino ad ora riconosciuti i romani Pontefici per loro Sovrani, o che mai avessero de' loro Stati ricercate investiture, con farsegli uomini ligi, o giurargli fedeltà ed omaggio.

Non è dunque da dubitare che i Pontefici romani sopra queste nostre province non v'aveano alcuna superiorità, nè ragione alcuna, onde mai potessero indursi a pretenderla, ma per le occasioni che loro si manifestarono a questi tempi, e delle quali, ricevute da essi avidamente, con molta accortezza seppero valersi, finalmente se l'acquistarono nella maniera, che diremo.

Dopo la morte di Clemente II, accaduta in Germania, dove nove mesi prima erasi unitamente coll'Imperadore portato; Benedetto, il quale scacciato da Errico erasi ritirato e munito ne' suoi propri castelli, invase ben tosto di nuovo il Ponteficato; ma non potè più ritenerlo, che otto mesi, poichè l'Imperador Errico dalla Germania mandò tosto Popone Vescovo di Brixen in Roma per successore di Clemente, che fu Damaso appellato. E questi morto di veleno dopo 22 giorni della sua esaltazione, i Romani cercando ad Errico, che gli mandasse per successore Bruno Vescovo di Toul, uomo di Nazione tedesco, e nato da regal stirpe, ma molto più illustre per la sua dottrina e santità de' costumi, lo elessero nell'anno 1049 romano Pontefice, e Lione IX fu appellato.

Si credè allora, come rapportano i Scrittori[230] suoi contemporanei, che per l'elezione di sì eminente soggetto, che in tempi sì rei non fu poco rinvenirlo, dovessero aver fine i tanti disordini del Clero, e riposarsi l'Italia in una tranquilla pace; ma quantunque la pietà di Lione e i suoi costumi incorrotti fossero tali, che finalmente l'avessero meritato il titolo di Santo; non è però che non tanto per lo suo naturale, quanto per l'altrui istigazione, non fosse stato riputato per autore di molte novità, che portarono con se disordini gravissimi, e conseguenze assai perniziose. Egli fu che mentre traversava la Francia vestito con abiti pontificali, incontratosi a Clugnì con Ildebrando Monaco Cassinese, uomo di singolar accortezza, si fece da costui persuadere, che deposti gli ornamenti pontificali entrasse in Roma da pellegrino, ed ivi dal Clero e dal Popolo si facesse eleggere Pontefice, togliendo l'abuso da mano laica ricever quel sommo Sacerdozio[231]. Seme, che fu de' tanti disordini e guerre crudeli, che sursero da poi tra i Papi e gl'Imperadori d'Occidente, intorno alle investiture, i quali vedutisi contrastare questa prerogativa, che per più anni si aveano mantenuta, mossero per conservarsela eserciti armati, portando da per tutto incendi e ruine: e che all'incontro i successori di Lione, e sopra gli altri l'istesso Ildebrando, che tenne quella Sede, colle scomuniche, deposizioni e congiure, insino a far rivoltar i figliuoli contro i propri genitori, ponessero in iscompiglio Europa; onde persuasi assai più dall'esempio di Lione, che dalla forza della ragione renderonsi i Pontefici più animosi e ostinati nelle loro intraprese.