Il Duca Roberto, che non facendo vedere a Bacelardo suo nipote il diritto della paterna successione, non già come Tutore del medesimo, ma come proprj amministrava i Ducati di Puglia e di Calabria, per maggiormente stendere i confini del suo dominio sopra l'altre province, e meglio assicurarsi degli acquisti fatti, proccurava con ogni sommessione, ammaestrato dall'esempio di Lione, tener soddisfatti i Pontefici romani; anzi reputava per questa via, avendogli per amici, di giustificare le sue imprese, e renderle al Mondo commendabili, e senza taccia d'usurpazione. All'incontro i Pontefici rendutisi ora per le scomuniche più tremendi a' Principi, non trascuravano le occasioni di profittare dell'opinione, che s'aveano presso tutti acquistata della loro superiorità e potenza. Perciò nel Ponteficato di Niccolò II si stabilirono fra noi con maggior fermezza le papali investiture; al che conferì molto una sollevazione accaduta in Puglia nel medesimo tempo, che il Duca Roberto trionfava in Calabria.

Bacelardo mal soddisfatto del suo zio Roberto sovente dolevasi essergli stata tolta la successione dei paterni Stati, e movendo perciò la compassione di molti, avea tirato al suo partito molti Pugliesi, i quali apertamente sollevandosi invasero alcune Piazze della Puglia. Ma la vigilanza di Roberto tosto ripresse i mal conceputi disegni, perchè precipitosamente essendovi accorso, ridusse i luoghi sollevati, e spense subito l'incendio; anzi con tal occasione scorrendo nella più remota parte di Capitanata, ove i Greci si mantenevano ancora in alcune Piazze, le sorprese, e conquistò infra l'altre la città di Troja, che i Greci alquanti anni prima aveano edificata, ed aveanla costituita capo di quella provincia.

L'acquisto della città di Troja diede su gli occhi al Pontefice; poichè i Pontefici romani aveano in questi tempi pretensione, che questa città, non altramente, che Benevento, loro si appartenesse per singolar diritto[276]. Ma tutti gli Autori tacciono, onde mai questa particolar ragione sia lor venuta; poichè questa città, secondo quel che per l'autorità di Lione Ostiense[277] fu da noi rapportato, era nel dominio dei Greci, avendola nell'anno 1022 da' fondamenti edificata sotto il Catapano Bagiano, alla quale, per memoria della famosa Troja nella Frigia minore, diedero nome di Troja, e riputaronla come una colonia di quella.

E quantunque quando Errico calò in Italia con quell'esercito formidabile, si fosse accampato sopra questa città, come narra l'istesso Lione[278], ed avesse costretti i Trojani a rendersi a lui; nulladimanco loro perdonò poi[279], ed abbandonando que' luoghi, fece in Germania ritorno; nè si legge, che n'avesse fatto dono alla Chiesa romana, come si legge di Benevento. Ma comunque ciò siasi, Niccolò II il qual, seguendo il costante tenore de' suoi predecessori, mal sofferiva questi vantaggi di Roberto, col pretesto, che appartenesse quella città alla Sede appostolica, gli fece intendere, che dovesse a lui restituirla. Molto eran lontani i Normanni di restituire vilmente ciò, ch'essi aveano acquistato sopra i Greci colle loro armi, e con tante fatiche e travagli; onde Roberto, poco curandosi delle dimande del Papa, ripigliò il suo cammino verso la Calabria.

Non era in istato il Pontefice Niccolò II seguitando l'esempio di Lione, di movergli contro un esercito; eran lontani gli ajuti che poteva sperare dagl'Imperadori d'Occidente; anzi questi cominciavano ad alienarsi da' Pontefici romani, ed avergli in avversione per cagione, che contrastavan loro l'elezione del Papa e l'investiture degli altri beneficj, delle quali erano insin allora stati in possesso. Nè era da sperar soccorso dagli altri Principi longobardi vicini, poich'essendo il Principato di Capua passato sotto la dominazione de' medesimi Normanni, eran molto deboli le forze di coloro di Salerno, e molto più degli altri di Benevento. Molto meno era da sperare da' Greci, inimici implacabili de' Pontefici romani, per lo scisma famoso, ch'avea fra queste due Chiese poste già profonde radici, e che avea alienati i Greci da' Latini.

Dunque non restava altro a Niccolò II che di ricorrere alle armi spirituali ed alle scomuniche. I Pontefici romani aveano già cominciate ad adoperarle contro i Principi, come s'è veduto ne' precedenti libri; nulladimanco s'erano mossi allora per cagioni ch'essi almeno credevano più oneste, e sovente per occasione di religione, e per le loro detestabili eresie; se ne valsero anche per rompere le confederazioni, che i Principi cristiani spesso facevano con i Saraceni infedeli, come fece Giovanni VIII co' Napoletani ed Amalfitani, ciò che riteneva uno spezioso pretesto di pietà e di religione. Ma da poi, come suole avvenire, che il buon uso degenera in abuso, cominciarono a valersene indifferentemente per mondani rispetti, o per gratificare qualche Principe, o sopra tutto per conservare i beni temporali della Chiesa, ovvero per ingrandirgli con nuovi acquisti. Così abbiam veduto, che perchè i Beneventani non vollero aprire le porte della loro città all'Imperador Errico, questi gli fece scomunicare da Clemente II, che come un suo corteggiano lo menava seco in Germania.

Le scomuniche nella primitiva Chiesa, siccome allora tutta la cura de' Prelati era sopra le cose spirituali, così non eran adoperate, se non contro gli Eretici, ovvero per la correzione de' pubblici peccatori: il principal uso era contro coloro, che non ben sentivano della nostra religione, i quali se dopo le tante ammonizioni non si ravvedevan de' loro errori, eran separati dalla Chiesa; ed in secondo luogo, per evitar gli scandali, eran adoperate contro i pubblici peccatori. Nè era altro il loro effetto, che di privargli di tutto ciò, che la Chiesa dava a' suoi Fedeli di Sacramenti, e d'altre cose spirituali. Ma da poi, e spezialmente a questi tempi, essendo diminuita ne' Prelati la cura spirituale, ed all'incontro cresciuta nell'Ordine ecclesiastico l'avidità de' beni temporali, siccome prima s'usavan solamente per la correzione dei pubblici peccatori, e per gli Eretici, così da poi eran più frequentate per li beni temporali, così per difesa di quelli, come per ricuperargli, se per caso la poco cura de' predecessori gli avesse lasciati perdere.

Ma inutilmente si sarebbero adoperate quest'armi, se insieme non si fosse fatto credere a' Popoli, che in qualunque maniera lanciate, se non si restituivano le robe, erano i possessori irremissibilmente dannati, imputando ciò ad effetto della censura, più che del peccato. E per renderle più formidabili aveano ancora proccurato introdurre una nuova dottrina, che i scomunicati non pur fossero indegni di ciò, che la Chiesa dava a' suoi Fedeli, qual era l'effetto della scomunica, ma ancora che la scomunica disumanava, infamava, gli rendeva abbominevoli, esosi, vitandi, quasi appestati ed orribili, togliendo loro anche l'uso della vita civile e del commercio, stabilendo perciò molte decretali, che non potessero far testamenti, contratti, istituire azione alcuna in giudizio, adottare e far altri atti legittimi, non potessero esercitar uffici nella Repubblica e mille altre cose, di che forse ci sarà data occasione altrove di più diffusamente ragionare.

Per queste cagioni non si può credere quanto fosse in questi tempi il terrore e spavento delle censure non pur nella plebe, ma ne' personaggi di conto e nei Principi stessi; ed era veramente cosa da stupire, che i Capitani ed i soldati, uomini per altro scelleratissimi e senz'alcun timor di Dio, e che senz'alcun riguardo d'offenderlo s'usurpano quello del prossimo, per timore poi delle scomuniche guardavano con gran rispetto le cose della Chiesa, nè vi era in questi tempi da poter usare maggiore difesa per conservar i beni temporali, se non di porgli sotto la custodia e protezione della Sede appostolica.

Da ciò ne nacque (come altrove fu avvertito) un'altra utilità grandissima per l'aumento de' beni temporali della Chiesa, poichè mossi da ciò molti di poco potere e di deboli forze, che per se stessi non erano bastanti di conservar il loro dall'altrui violenza, che per la corruttela del secolo eran cresciute, desiderosi d'assicurar le loro sostanze, ne facevano donazioni alla Chiesa con condizioni, che rimanendo appresso di loro la roba, ella glie le dasse in Feudo con una leggiera ricognizione; poich'erasi in questi tempi introdotto il costume, che i privati gli Alodj mutavano in Feudo, con farne donazioni a' Principi da chi ne erano investiti. E di questa sorte di Feudi chiamati Oblati pur ne abbiamo memoria ne' nostri libri feudali, e Cujacio ne tratta ben a lungo. Questo assicurava li beni, che da' Potenti non erano toccati, come quelli, la di cui protezione e diretto dominio era della Chiesa, la quale entrava perciò volentieri, nel caso d'invasione, alle censure per difendergli: e dall'altra parte il vantaggio della Chiesa era grandissimo, non tanto per la ricognizione che ne ricavava, ma perchè se ben vivente il possessore non ne ricavava altro, nulladimanco mancando poi la successione masculina de' Feudatari, come spesso accadeva in questi tempi per le frequenti guerre e sedizioni popolari, i beni cadevano alla Chiesa.