§. III. Della Scuola di Salerno famosa a questi tempi per lo studio della filosofia e della medicina introdotte quivi dagli Arabi.
Gli Arabi, non già perch'eran Maomettani, è da dire, che abbiano fatta sempre professione d'ignoranza, come comunemente si crede: fuvvi tra loro un gran numero d'uomini insigni pel loro sapere, gli scritti de' quali riempirebbero grandissime librerie. Prima di questo undecimo secolo, erano più di trecento anni, che studiavano con applicazione; ed i loro studj non furono mai tanto forti, quanto allora, che presso di noi furono più deboli, cioè nel nono e decimo secolo. In qualunque paese dove per tante conquiste si stabilivano, essi coltivavano due sorte di studio: l'una lor propria riguardante la lor religione, ch'è quanto dire l'Alcoirano, e le tradizioni che attribuivano a Maometto, ed a' primi suoi discepoli ed espositori, onde ne uscirono le quattro Sette da noi nel libro sesto rammentate; l'altra riguardava gli studj, ch'essi avean presi dai Greci, e questi eran più nuovi, rispetto a quelli dei Musulmani, i quali erano tanto antichi, quanto era la lor religione.
Questi Popoli, come altrove fu narrato, avendo soggiogate molte regioni del romano Imperio, e depredate molte province dell'Asia, infra le prede ed i bottini fatti in Grecia, avendovi per avventura trovati alcuni libri, si diedero con fervore non ordinario agli studj delle lettere; e se ne invogliarono in guisa, che verso l'anno 820 fecero da Califo Almanon dimandare all'Imperadore di Costantinopoli i migliori libri greci, ed avuti, gli fecero tradurre tutti in Arabico. Ma di questi libri, di quelli della poesia non facevano alcun uso, perchè oltre d'essere dettati in una lingua straniera, e d'un gusto tutto differente dal loro, vi era ancora il rispetto della propria religione, la qual facevagli abborrire l'Idolatria, onde giudicavano non esser loro permesso di leggerli, e contaminarsi per tanti nomi di falsi Dei, e per tante favole, onde erano ripieni. La medesima superstizione gli fece ancora abborrire i libri dell'Istorie, sprezzandosi da loro ciò ch'era più antico del loro Profeta Maometto. Dei libri politici non potevan certamente averne uso, perchè la forma del loro governo era tutta altra delle Repubbliche più libere: essi viveano sotto un Imperio assolutamente dispotico, ove non bisognava aprir bocca se non per adulare il lor Principe; e di non ricercare altri mezzi, che d'ubbidire al volere del lor Sovrano.
Non trovarono adunque altri libri accomodati al loro uso, che quelli de' Matematici e de' Medici e de' Filosofi. Ma come non cercavano nè politica, nè eloquenza: così la lezione di Platone non era lor convenevole; tanto più, che per bene intenderlo era necessaria la cognizione de' Poeti, che trattano la religione e l'Istoria de' Greci. Abbattutisi perciò nell'opere di Aristotele, d'Ippocrate e di Galeno, si diedero con fervore a studiarle. Piacque lor molto più Aristotele colla sua dialettica e colla metafisica, studiandolo con tutto il fervore, e con incredibile assiduità. Si applicarono anche alla sua fisica, principalmente agli otto libri, che non contengono quella se non in generale; imperciocchè la fisica particolare, che ha bisogno d'esperienze e di osservazioni, non la riputavano tanto necessaria.
La medicina fu sopra ogni altro da essi tenuta in pregio, e la studiavano sopra i libri d'Ippocrate e di Galeno; ma la fondavano principalmente sopra generali discorsi delle quattro qualità del temperamento de' quattro umori, e sopra le tradizioni de' rimedi, senza farne alcun esame, ma mischiandoli con infinite superstizioni; e perciò non coltivavano l'anotomia ricevuta da' Greci molto imperfetta. Ma non così fecero della chimica, la quale se non è stata da essi inventata, ricevette al certo da essi molto ingrandimento; ma vi frammischiarono anche tanti vizj che sino ad oggi è sommamente difficile di separarli: tante vanità di promesse, tanta stranezza di discorsi, tanta superstizione di operazioni, e tutto ciò che poscia generò i ciarlatani e gl'impostori. Passavano quindi agevolmente dagli studj della chimica a quelli della magia, e di ogni sorta di divinazione, alli quali gli uomini naturalmente s'arrendono, quando non sanno la fisica, la storia e la religione. Ciò che lor diede molto aiuto in queste illusioni, fu l'astrologia, ch'era il fine principale de' loro studj di matematica. Infatti coltivarono questa pretesa scienza sotto l'Imperio de' Musulmani con tanto fervore, ch'ella era ormai divenuta la delizia de' Principi, regolando su tal fondamento le imprese loro più grandi. Lo stesso Califo Almanon prese a calcolare le tavole astronomiche, che furono tanto celebri; e bisogna confessare, che hanno molto servito per le sue osservazioni, e per le altre utili parti della matematica, come per la geometria e l'aritmetica. Lor deesi l'algebra e lo zero per moltiplicare per dieci; il che poi rendette le operazioni degli Aritmetici tanto facili. Quanto all'astronomia aveano il vantaggio medesimo, che avea stimolato gli antichi Egizj e Caldei a bene applicarvisi, perchè abitavano i medesimi paesi, ed avevano di più tutte le osservazioni degli antichi, e tutte quelle aggiunte da' Greci.
Questi Popoli adunque inondando le province di Europa ne' tempi più barbari ed incolti, e nel colmo dell'ignoranza e stupidezza: ne' paesi ove arrivavano si conciliavano, o col nome de' loro famosi Maestri, sotto i quali aveano studiato, o per li gran viaggi da essi fatti, o per la singolarità delle loro opinioni una stima ed un credito grande. Si sforzavano di rendersi distinti con qualche nuova sottigliezza di logica o di metafisica, e non s'applicavano, che al più maraviglioso, al più raro, al più malagevole a spese del gradimento, del comodo e dell'utile ancora. Furono perciò in Europa ammirati, ed i loro savi tenuti in gran pregio. I libri di Mesue, d'Avicenna, d'Averroe (che il Commento fece, del famoso Rasi) e di tanti altri, furono avuti appo noi in somma stima e riputazione. E Carlo M. fece i loro libri Arabici tradurre in latino insieme con alcuni Autori greci, ch'erano stati da essi in Arabico tradotti, affinchè la loro dottrina si diffondesse per tutte le province del suo Imperio. Quindi avvenne, che i Francesi e gli altri Cristiani latini appresero degli Arabi quello, che gli Arabi stessi aveano appreso da' Greci, cioè la filosofia d'Aristotile, la medicina, e le matematiche, sprezzando la lor lingua, la loro istoria e poesia, siccome gli Arabi sprezzate aveano quelle de' Greci. E siccome gli Arabi aveano contaminate quelle discipline, così da noi furon ricevute tutte imbrattate: la filosofia tutta vana ed inutile, perchè lontana dalla fisica particolare che avea bisogno di sperienze e di osservazioni; l'astrologia piena d'illusioni e di vane divinazioni; ma sopra tutto la medicina piena di spropositi e di superstizioni.
I primi libri adunque, che sopra queste facoltà si cominciarono a studiare, furono quelli degli Arabi, e per la medicina fra gli altri quelli di Mesue, e di Avicenna; ed i primi che gli studiassero furono i Chierici ed i Monaci, perchè la letteratura fra questi era ristretta; perciò a questi tempi essi soli erano i Filosofi, essi soli i Medici. Quindi leggiamo, che in Francia Fulberto Vescovo di Chartres, ed il Maestro delle sentenze, erano Medici: Obize Religioso di San Vittore era Medico di Luigi il Grosso: Riccardo Monaco di S. Dionigi, che scrisse la vita di Filippo Augusto, lo era parimente. Ed in queste nostre Province i migliori Medici erano i maggiori Prelati, ed i più celebri Monaci Cassinensi, come vedremo; ed erasi nell'Ordine ecclesiastico cotanto radicata questa professione, che un Concilio di Laterano tenuto sotto Innocenzo II nell'anno 1139 considera come un abuso di già invecchiato, che i Monaci ed i Canonici Regolari, per procacciarsi ricchezze facessero professione d'Avvocati e di Medici: e perchè il Concilio non parlava che di Religiosi professi, la medicina non lasciò d'esser esercitata da' Chierici per lo spazio ancora di trecento altri anni.
Quante occasioni si fossero date a' nostri provinciali di comunicare con questi Arabi, donde poterono apprendere queste scienze, ben si è veduto ne' precedenti libri di questa Istoria, e dalle varie abitazioni, che ebbero i Saraceni in queste nostre regioni, nel Garigliano, nella Puglia, nel Monte Gargano, in Bari, in Salerno, in Pozzuoli, ed in tanti altri luoghi; in guisa che ancora oggi a noi nella comune favella ci rimangono molti loro vocaboli, come altrove fu notato; ed in Pozzuoli si serbano ancora quattro marmi con iscrizioni in rilievo di caratteri orientali saracineschi. Si aggiunse ancora a questi tempi maggior comunicazione con gli Arabi per la vicinanza della Spagna, di cui aveano essi più d'una metà; ed il continuo commercio per li viaggi in questi tempi frequentissimi in Oriente, per cagion delle Crociate.
Ma come presso di noi nella città di Salerno la loro dottrina, e specialmente la medicina, fossesi così ben radicata, sì che questa città, sopra tutte le altre delle nostre province, n'andasse altiera per la famosa Scuola quivi fondata, non è stato, per quanto io mi sappia, fra tanti nostri Scrittori fin qui investigato. Coloro, che credettero la Scuola salernitana essersi da Carlo M. istituita insieme colla Scuola di Parigi e di Bologna, vanno di gran lunga errati, essendosi altrove in quest'Istoria mostrato, non aver potuto Carlo in questa città fondare Accademie, come quella che non fu mai sotto la sua dominazione; anzi in que' tempi, che si narra la fondazione delle Scuole di Parigi e di Bologna, tra Carlo M. ed il Principe Arechi furono guerre cotanto ostinate, che non fu possibile ridurlo; ed Arechi avea così ben fortificato Salerno, che fu riputato il più sicuro asilo de' Principi longobardi contro gli sforzi di Carlo e de' suoi figliuoli.
In tempi adunque meno lontani bisogna riportar l'origine di questa Scuola, la quale ne' suoi principj non fu istituita per legge di qualche Principe, e perciò non acquistò nome d'Accademia, o di Collegio, ovvero d'Università, ma di semplice Scuola. Cominciò a stabilirsi in Salerno, perchè in questa città, come marittima, vi erano spesse occasioni di sbarco di gente Orientali ed Affricani. I Saraceni in tempo degli ultimi Principi longobardi la visitavano spesso, onde gli Arabi ebbero occasione di farvi lunghe e spesse dimore. Si è veduto nel precedente libro, che i Saraceni ora dall'Affrica, e spesso dalla vicina Sicilia sopra navi giungendo alla spiaggia di quella città mettevano terrore a' Salernitani, i quali per liberarsi da' saccheggiamenti e da' danni, che inferivano ne' loro campi e castelli vicini, non avendo forze bastanti per poterli discacciare, pattuivan con essi tregua, ed accordavano la somma per comperarsi la quiete: per unire il denaro vi voleva tempo, onde i Saraceni calavano dalle navi in terra, e nella città, ed aspettavano, sin che dagli Ufficiali destinati dal Principe a far contribuire da' suoi vassalli le somme richieste, non si fosse unito il riscatto. Queste invasioni erano molto spesse, tanto che i Salernitani vi si ci erano accomodati; nè se non a' tempi di Guaimaro il Maggiore ne furono, come si disse, da' valorosi Normanni liberati. Or con queste occasioni conversando spesso i Salernitani con gli Arabi, appresero da essi la filosofia, ma sopra ogni altro si diedero agli studj della medicina, nella quale riuscirono eminenti.