Ma in questi tempi non era questo studio, che semplice scuola, poichè non fu fondato da' Principi, nè per molto tempo ricevè leggi, o regolamenti da' medesimi, perchè potesse dirsi Collegio ed Accademia, ovvero Università. Da poi che l'ebbe, prese anche questi nomi, ed il primo fu Roggiero I Re di Sicilia, il quale essendo stato anche il primo tra' Normanni a darci molte leggi, infra l'altre che promulgò, fu quella[429], per la quale proibì che niuno potesse esercitar medicina, se prima da' Magistrati e da Giudici non sarà stato esaminato ed approvato. Ma più favore ricevè questa Scuola da Federico II, il quale ordinò che niun s'arrogasse titolo di Medico, o ardisse di professar medicina, se non fosse stato prima approvato da' Medici di Salerno o di Napoli, e non avesse da questi ottenuta la licenza di medicare. E ne' tempi meno a noi lontani, avendo gli altri nostri Re successori di Federico, e particolarmente il Re Roberto, la Regina Giovanna I, il Re Ladislao, Giovanna II ed il Re Ferdinando I conceduto a questa Scuola altri onori e privilegi, fu finalmente eretta in Accademia, ed innalzata a dar gradi di Dottore particolarmente per lo studio della medicina, nel quale fioriva, ancorchè si fosse poi in quella introdotto d'insegnarsi altre facoltà.

CAPITOLO XII. Politia ecclesiastica di queste nostre province per tutto l'undecimo secolo, insino a Ruggiero I Re di Sicilia.

I Pontefici romani si videro in questo secolo in un maggior splendore, e la loro potenza grandemente cresciuta, così sopra il temporale, come sopra lo spirituale delle nostre Chiese; e si renderono molto più a' Popoli tremendi, ed a' Principi sospetti. La deposizione d'Errico Imperadore, le scomuniche che senza riguardo, anche sopra Principi coronati, erano frequentemente fulminate, le spedizioni per Terra Santa, l'introduzione delle Crociate, e 'l contrastare l'investiture a' Principi secolari, fece loro acquistare non minor ricchezza, che potenza sopra i maggiori Re della terra. Ed intorno a distendere la loro autorità spirituale sopra tutte le Chiese d'Occidente, non fu veduta la loro potenza più assoluta e maggiore che in questi tempi, particolarmente sotto il Ponteficato di Gregorio VII. Si mandavano Legati a latere in tutte le province di Europa: si mandavano da Roma i Vicarj: si chiamavano i Vescovi a Roma per render conto di lor condotta: si confermavano, o riprovavano le loro elezioni: si ricevevano le appellazioni delle loro sentenze, ammettevano le querele de' loro diocesani, o decidendole in Roma, ovvero assegnando Giudici a tutti i luoghi. In breve entravano a conoscere nelle particolarità di quanto succedeva nelle loro diocesi. Trassero perciò una infinità di cause in Roma, ovvero destinando Commessarj ne' luoghi da essi nominati, gli facevan operare colla loro autorità.

Si proccurarono introdurre nuove massime ed idee del Ponteficato romano, e stabilire quasi per articolo di fede, che il romano Pontefice abbia autorità di deporre i Re ed i Principi de' loro Regni e Dominj, se non ubbidivano a' suoi comandamenti, e sciorre i loro vassalli dall'ubbidienza: che il Papa non meno dello spirituale, che del temporale fosse Principe e Monarca; e che tutto l'Ordine ecclesiastico sia affatto libero ed immune da ogni potestà e giurisdizione di Principi secolari, anche nelle cose civili e temporali, e ciò per diritto non umano, ma divino. E poichè a questi tempi i soli Ecclesiastici e' Monaci, ma sopra gli altri quelli della Regola di S. Benedetto, possedevano lettere, ed il Popolo era in una profonda ignoranza, perciò tutto quello, che lor veniva da' Monaci e Preti dato ad intendere, come oracolo era ricevuto; quindi come narra Giovan Gersone, riputavasi il Papa esser un Dio, e che teneva ogni potestà sopra il Cielo, e sopra la terra.

La Chiesa greca, che in ciò non conveniva colla latina, e che perciò riputava il Pontefice romano, non Vescovo, ma Imperadore, venne in una più aperta divisione, separandosi affatto dalla latina, e perchè l'erano state tolte da' Normanni tutte le Chiese, che prima erano sottoposte al Trono costantinopolitano, e restituite al romano, non ebbe più che impacciarsi colle nostre Chiese. Quindi non ci sarà data da qui innanzi occasione di favellare più del Patriarca di Costantinopoli, la cui autorità, non meno che il greco Imperio, andava alla giornata scadendo. I nostri valorosi Normanni avendo discacciati affatto dalla Sicilia, e da queste nostre province i Greci, restituirono al Pontefice romano tutte le nostre Chiese; e perchè maggiormente si manifestasse quanto fosse grande il beneficio, che i nostri Principi aveano perciò reso alla Chiesa romana, Nilo Doxopatrio, che si trovava allora Archimandrita in Sicilia, scrisse un trattato delle cinque Sedi patriarcali, che a questo fino dedicò a Ruggiero I Re di Sicilia, nel quale, come fu narrato nel sesto libro di quest'Istoria, noverò le Chiese che erano state restituite al Trono romano da' Normanni, e tolte al costantinopolitano.

Per queste cagioni, e per altri segnalati servigi prestati da' Normanni alla Chiesa romana, oltre alla Monarchia fondata in Sicilia, a' nostri Principi, nel Regno di Puglia, furono serbate intatte le ragioni delle investiture, e che nell'elezione de' Prelati, senza la lor permissione ed assenso, da poichè erano stati dal Clero e dal Popolo eletti, non potesse alcuno ordinarsi. Onde la Glosa Canonica[430] disse, che nel Regno di Puglia ciò costumavasi per facoltà, che n'aveano i Re dalla Sede Appostolica. Sia per questa ragione, sia per le molte altre rapportate da noi altrove ad altro proposito, egli è evidente, che nel Regno de' Normanni, nell'ordinazione di tutti i Vescovi e Prelati di queste nostre province, era riputato necessario l'assenso del Re, senza il quale era inutile ogni elezione. Così abbiam veduto, che il Duca Ruggiero, restituita la Chiesa di Rossano al Trono romano, e tolta al greco, nominò egli il Vescovo in luogo dell'ultimo, ch'era allora morto; ma perchè quegli era del rito latino, i Rossanesi, che erano assuefatti al rito greco, ripugnarono di rendersi al Duca, se prima non concedesse loro un Vescovo del rito greco, siccome gli compiacque. E nell'elezione d'Elia Arcivescovo di Bari seguita nell'anno 1089 questo medesimo Principe vi diede il suo assenso, dopo il quale fu consecrato in Bari da Papa Urbano II[431], siccome ancor fu praticato nell'elezione del Vescovo d'Avellino a tempo del Re Ruggiero, dandovi il suo assenso Roberto Gran Cancelliero di Sicilia in nome del Re[432]. E vi è chi scrisse[433], che il Re Ruggiero fra l'altre cagioni, onde si disgustò con Papa Innocenzio II, ed aderì ad Anacleto, una si fu, che Innocenzio s'era offeso di lui, perchè s'abusasse troppo, ed audacemente di questa parte, che avea nell'elezioni de' Vescovi ed Abati, impedendo la libertà di quelle; ed il Cardinal Baronio[434] rapporta ancora il mal uso, che faceva Ruggiero di questa potestà; e che una fiata a tre persone diverse avea per prezzo, secondo che gli veniva offerto, conceduta la Chiesa d'Avellino, e poi la diede al quarto, che non la pretendeva; ma il Baronio mal fu inteso di questo fatto, perchè non il Re, ma Roberto suo Gran Cancelliero fece escludere i tre come simoniaci, e volendo schernire la loro malvagità, pattuì con tutti e tre separatamente, e poi riscosso il denaro, gli deluse, e fece eleggere per Vescovo un povero Frate di buona e santa vita, e che punto a ciò non badava; come narra Giovanni di Salisburì Vescovo di Sciartres[435]. Non meno i nostri Re normanni, che i Svevi ritennero questa prerogativa; onde avvenne, che stando Federico II sotto il Baliato d'Innocenzio III in tutte l'elezioni, il Papa stesso dava l'assenso, ma vice Regia, come Balio ch'egli era del giovanetto Principe; come diremo ne' seguenti libri.

Ritennero ancora i nostri Principi normanni la Regalia nelle nostre Chiese, non altramente che rimase in Francia; poichè dopo la morte de' Vescovi, fino che fosse creato il successore, essendo tutte le Chiese del Regno, e particolarmente quelle, che sono prive di Pastore, sotto la potestà regia, essi disponevano dell'entrate delle medesime, e perciò erasi introdotto costume che morto il Prelato, i Baglivi del Principe prendevano la cura e l'amministrazione dell'entrate delle medesime, insino che le Chiese fossero previste; siccome lo testifica l'istesso Re Ruggiero I in una sua Costituzione[436].

§. I. Monaci, e beni temporali.

Non meno delle Chiese, che sopra i monasteri, che tuttavia andavansi di nuovo ergendo sotto altre Regole e nuove riforme, stendevano i nostri Principi normanni la loro potestà e protezione. La loro pietà e religione, siccome fu cagione che lo Stato monastico in questo secolo ricevesse grandi accrescimenti e ricchezze, così meritava, che avendone essi molti arricchiti, ed altri da' fondamenti eretti, che si conservassero sotto la loro cura e protezione. Le cotante ricchezze, ed il gran numero de' monasterj dell'Ordine di S. Benedetto, e le grandi facoltà, che furon a quelli date, introdussero nell'Ordine monastico un gran rilasciamento. I Monaci perderono assai della riputazione di santità, e si perdette affatto la disciplina ed osservanza regolare nei monasterj; poichè s'intromisero ne' negozi di Stato e di guerra, frequentavano le Corti, e s'intricavano grandemente nell'imprese de' Pontefici contro i Principi. Tanto rilasciamento spinse molti ad abbracciare una vita più austera, onde si diede principio allo stabilimento di nuovi Ordini, i quali tutti facevano professione di seguire la Regola di S. Benedetto, benchè avessero qualche usanza ed instituto particolare.

In Italia, nel principio di questo secolo, Romualdo ritiratosi nelle solitudini si fermò, menando vita eremitica, nella campagna d'Arezzo, ove abitando in una casa d'un certo uomo chiamato Maldo, istituì una Congregazione di Monaci, che dal luogo ove prima abitarono, furono chiamati Camaldolesi[437]. Si multiplicarono da poi in gran numero i monasteri di questo Ordine in tutta Italia, e penetrarono ancora in queste nostre province. Pier Damiano istituì parimente una Congregazione di Romiti del medesimo genere; e Giovanni Gualberto di Firenze avendo lasciato il suo monastero per abbracciare una vita più austera e regolare, si ritirò in Vallombrosa, e vi gittò i fondamenti di una nuova Congregazione.