Non minori emolumenti si ritraevano dalle Sepolture, e dall'altre funzioni ecclesiastiche: prima le Decime erano pagate a' Curati per l'amministrazione dei Sacramenti, per le sepolture e per altre loro funzioni, onde per questi ministerj non si pagava cos'alcuna; ma poi qualche persona pia e ricca donava, se gli piaceva, per la sepoltura de' suoi qualche cosa, e passò così innanzi quest'uso, che la cortesia fu convertita in uso, e s'introdusse anche in consuetudine il quanto si dovesse pagare. Si venne poi alle controversie, negando li secolari di voler pagare cos'alcuna, perchè perciò pagavano le Decime, e gli Ecclesiastici negavano di voler far le funzioni, se non si dava loro quello, ch'era in usanza. Innocenzio III poi nell'anno 1200 stabilì, che gli Ecclesiastici facessero le funzioni, ma dopo quelle fossero i Secolari con censure forzati a servare la lodevole consuetudine di pagar quello, ch'era solito.

Fu introdotta ancora un'altra novità contra i Canoni vecchi, la qual giovò molto per l'acquisto di maggiori ricchezze: era proibito per li Canoni di ricever cos'alcuna per donazione o per testamento dai pubblici peccatori, da' sacrileghi, da chi era in discordia col fratello, dalle meretrici, ed altre tali persone: furono levati affatto questi rispetti, e ricevuto indifferentemente da tutti; anzi appunto li maggiori e più frequenti legati e donazioni erano di meretrici, e di persone, che per disgusti co' suoi, lasciavano alle Chiese. In cotal guisa i Pontefici romani usavano ogni diligenza per ajutare gli acquisti, e di conservare l'acquistato; al che per proprio interesse tutto l'ordine ecclesiastico non solo acconsentiva, ma colla penna e con le prediche dava mano ed inculcava.

FINE DEL LIBRO DECIMO

STORIA CIVILE
DEL
REGNO DI NAPOLI

LIBRO UNDECIMO

Ruggiero, che da qui a poco lo diremo I Re di Sicilia e di Puglia, avendo con tanta celerità, e senza richiederne investitura dal Papa, preso il possesso di queste nostre province, alle quali per la morte di Guglielmo senza figliuoli era succeduto, esacerbò in maniera l'animo d'Onorio, che non fu possibile, nè con Legazioni, nè con offerte che gli si fecero della città di Troja, placarlo; nè finalmente il timore di perdere Benevento, potè rimoverlo. Egli scomunicò Ruggiero tre volte[440]; e vedendo che questi fulmini erano infruttuosamente lanciati, si rivolse alle armi temporali; e per maggiormente accalorare la spedizione, che intendeva fare contro questo Principe, portossi immantenente in Benevento, ove incoraggiò molti a prender l'armi per vendicarsi dell'offesa, che riputava aver ricevuta; e quelle già ragunate, l'affretta a tutto potere verso la Puglia, ove Ruggiero col suo esercito erasi accampato. Ma questo accorto Principe scorgendo, che l'armata del Papa era composta di truppe somministrategli da alcuni ribellanti Baroni, e che (siccome l'ira e lo sdegno d'Onorio) non poteva lungamente durare in quell'unione, non gli parve d'usargli ostilità, ma schivando ogn'incontro, lasciò passar quell'està senza combattere. Nel cominciar dell'inverno si dileguò tosto quell'unione, e restò il Papa senza gente; quindi abbandonando l'impresa tosto in Benevento tornossene. Ruggiero che non voleva con lui brighe, gli fece richieder di nuovo la pace, ed abboccatisi insieme presso Benevento sopra un ponte che fecero drizzare nel fiume Calore, fu quella subito conchiusa nel principio di quest'anno 1128[441], ed i patti furono, che Ruggiero, siccome i suoi predecessori aveano fatto, giurasse fedeltà al Papa, con promettergli il solito censo; ed all'incontro Onorio gli desse l'investitura del Ducato di Puglia e di Calabria, secondo il tenore dell'altre precedenti, siccome fu eseguito[442]. Riuscì cotanto profittevole per la Chiesa romana questa pace, che ribellandosi poco da poi i Beneventani, Ruggiero, che con buona armata si trovava nella Puglia, tosto v'accorse, e ridusse quella città nell'ubbidienza della Chiesa.

Ma questo Principe avendo con tanta sua gloria composte le cose di queste province, ed acquistata l'amicizia del Pontefice Onorio, ritirossi in Palermo; e vedendosi per tante prosperità e benedizioni Signore di tante province, reputò mal convenirsi più a lui i titoli di Gran Conte di Sicilia, e di Duca di Puglia; ma un più sublime di Re doversene ricercare. Al che diede maggiori stimoli Adelaida sua madre, la quale essendo stata moglie di Balduino Re di Gerusalemme, ancorchè da poi ripudiata, riteneva il titolo Regio, ed alla conquista di quel Regno istigava il figliuolo Ruggiero, che movesse l'armi; aggiungendosi ancora il riflettere, che coloro, i quali anticamente aveano dominata la Sicilia, con titolo di Re aveanla signoreggiata[443]; stimò dunque prender questo titolo, ed avendo costituita Palermo capo del Regno, Re di Sicilia, del Ducato di Puglia e di Calabria, e del Principato di Capua, volle chiamarsi; ed in cotal guisa da' suoi sudditi per Re salutato, ne' diplomi e nelle pubbliche scritture questi furono i titoli, che assunse: Rex Siciliae, Ducatus Apuliae, Principatus Capuae. Quindi il Fazzello narra, che nel mese di maggio dell'anno 1129, correndo allor il costume che i Re dalle mani de' loro Arcivescovi ricevessero la Corona e l'unzione del sacro olio, si facesse egli in Palermo in presenza de' principali Baroni, di molti Vescovi ed Abati, e di tutta la Nobiltà e Popolo, coronare per Re di Sicilia, e di Puglia da quattro Arcivescovi, da quelli di Palermo, di Benevento, di Capua e di Salerno: il che non poteva essere più legittimamente, e con più avvedutezza, e con maggior celebrità fatto. Altro non si ricercava perchè Ruggiero a tal sublimità s'innalzasse, e legittimamente il titolo di Re ricevesse. Al volere del Principe concorreva ciò che principalmente, anzi unicamente sarebbe bastato, cioè la volontà de' Popoli, che lo acclamarono, la quale prima d'essersi introdotta la cerimonia di farsi ungere e coronare da' Vescovi, era riputata sufficientissima. Così fu da noi altrove osservato, che Teodorico Ostrogoto fu gridato Re d'Italia, e così gli altri Re longobardi. I riti e le cerimonie furon sempre varie, siccome le Nazioni, alcune usavano innalzare l'eletto sopra uno scudo; altre si servivano dell'asta, ed altre d'altro segno[444].

Ma trovandosi ora introdotto il costume, che questa celebrità si faceva per mano de' Vescovi, li quali ponevano all'eletto la Corona sul capo e l'ungevano coll'olio sacro: non fu trascurato in quest'occasione da Ruggiero; poichè essendo stato egli acclamato Re, oltre della Sicilia, anche del Ducato di Puglia e di Calabria, e del Principato di Capua e di Salerno, che abbracciava queste nostre province, furono perciò adoperati que' quattro Arcivescovi, a' quali per antica usanza s'apparteneva d'ungere e coronare i loro Principi; i quali rappresentando per le loro province, delle quali erano Metropolitani, tutta la Sicilia, e tutta questa nostra cistiberina Italia, venivan a coronarlo quasi di quattro Corone in un istesso tempo, cioè l'Arcivescovo di Palermo per la Sicilia, ed i nostri tre Arcivescovi per tutte quelle province, che anticamente eran comprese ne' Principati di Benevento, di Capua e di Salerno: il che non si fece senz'esempio, poichè avevano potuto osservare che gli altri Re solevano di tante Corone coronarsi di quanti Regni essi aveano; nè perciò da un solo Vescovo, ma da più era solito farsi incoronare, siccome Hinemaro Vescovo di Rems narra della coronazione di Carlo il Calvo fatta a Metz nell'anno 869.

Non poteva dunque essere più legittimamente fatta la coronazione di Ruggiero, nè poteva alcun dolersi, che questo Principe senza ricercar altro lo facesse. Ma i Pontefici romani, come si è altrove notato, fra le altre loro magnanime intraprese, onde proccuravan d'ingrandire la loro autorità, erano entrati nella pretensione, che niun Principe cristiano potesse assumere il titolo di Re senza loro concessione e permesso. E tanto più s'erano resi animosi a pretenderlo, quanto che l'istessa autorità s'arrogavano nell'elezione degli Imperadori d'Occidente, pretendendo che senza di essi niun potesse innalzarsi a quella sublimità, e che dalle loro mani dipendesse l'Imperio, nè s'arrossivano di dire che l'Imperio, siccome tutti gli altri Regni, dipendessero da loro, come credettero Clemente V ed Adriano. Nè mancò chi scrivendo all'istesso Imperador Federico I non avesse difficoltà di dirgli in faccia, che l'Imperio fosse un beneficio de' romani Pontefici, di che Federico ne fece quel risentimento che ciascun sa, obbligando quel Papa, per emendare la sua jattanza a ricorrere a guisa di pedante a spiegar la parola beneficio, ed in qual senso egli avessela presa. Essi adunque co' Principi si vantavano di poterlo fare, e d'aver tal potestà come Vicarj di colui, per quem Reges regnant. Ed i Principi all'incontro n'erano ben persuasi, e credevano, che siccome i Re d'Israele erano con molta solennità unti da' Profeti, così essi per esser riputati Re dovean da loro farsi ungere e coronare. Quindi nacque che molti Principi della Cristianità non aveano difficoltà di promettergli perciò tributo, o rendersi Feudatari della Chiesa romana. Così fin dall'anno 846 Etelulfo Re d'Inghilterra portatosi in Roma, e fattosi confermare il titolo di Re da Papa Lione IV, rese i suoi Regni tributarj alla Sede Appostolica d'anno in anno d'uno sterlino per famiglia, e cotesto tributo, che denominossi il denajo di S. Pietro, fu da poi pagato per insino al tempo d'Errico VIII. E vie più ne' tempi posteriori crescendo la loro ignoranza e stupidezza, si videro altri Principi seguitare quest'esempio, e rendergli tributo. Nel 1178 Alfonso Duca di Portogallo, avuto da Alessandro III il titolo regio per gli egregi fatti da lui adoperati contro i Mori di Spagna, gli promise il censo. Lo stesso fece Stefano Duca d'Ungheria, quel di Polonia, d'Aragona, ed altri Principi; tanto che l'istesso Bodino[445] non ebbe difficoltà di dire, i Re di Gerusalemme, d'Inghilterra, d'Ibernia, di Napoli, Sicilia, Aragona, Sardegna, Corsica, Granata, Ungheria, e dell'isole Canarie essere Feudatarj della Chiesa romana. E l'accortezza de' Pontefici romani fu tanta, che per conservarsi con quei Principi questa sovranità, ancorch'essi fossero veri Re, e così da Popoli salutati, e dagli altri Principi d'Europa reputati, nulladimanco vedendo che non si curavano di ricever da essi questi stessi titoli, con facilità perciò loro gli davano, e quelli coll'istessa facilità gli accettavano, non badando all'arcano che si nascondeva sotto quella liberalità: così negli ultimi tempi a Paolo IV nostro Napoletano gli venne fantasia d'ergere l'Ibernia in Regno, e se bene Errico VIII l'avesse prima fatto, e questo titolo fosse continuato da Odoardo, da Maria e dal marito, nulladimanco dissimulando il Papa di saper il fatto d'Errico volle fare apparire ch'egli ergesse quell'isola in Regno, perchè in quella maniera il Mondo credesse, che de' soli Pontefici romani fosse l'edificare, e spiantar Regni, e che il titolo usato dalla Regina fosse come donato dal Papa, non come decretato dal padre. Lo stesso i nostri maggiori videro nella persona del Duca di Toscana, innalzato da' Pontefici con titolo di Gran Duca. E se la cosa si fosse ristretta a' soli Pontefici romani sarebbe stata forse comportabile, ma si giunse, che fino gli Arcivescovi di Milano s'arrogavano l'autorità di far essi i Re d'Italia, come si è veduto ne' precedenti libri di questa Istoria.

Ma dall'altra parte non era meno strana la pretensione, che aveano gl'Imperadori d'Occidente, di poter essi ancora dar titoli di Re, ed ergere gli Stati in Reami: essi lo pretendevano perch'essendo risorto l'Imperio d'Occidente nella persona di Carlo M., ed essendo successori di quell'Augusto Imperadore, credevano ben come tali di poterlo fare in tutto Occidente; e se il Senato romano intraprendeva ben questa potestà nello Stato popolare di fare Re, molto più essi credevano a loro appartenersi. Sopra tutti gl'Imperadori Federico I ebbe questa fantasia: egli mandò la spada e la Corona regale a Pietro Re di Danimarca, attribuendogli il nome di Re per titolo d'onore solamente, con espressa riserva (come rapporta Tritemio[446]) della sovranità del suo paese all'Imperio; il che fu dannoso allo stesso Imperio, poichè perciò li Re di Danimarca presero a poco a poco occasione di sottrarsi dalla soggezione dell'Imperio, e da poi si sono resi affatto Sovrani in conseguenza del titolo di Re.