Merita ancora riflessione di non essersi in questa investitura fatta menzione alcuna del Principato di Salerno; poichè i Pontefici romani, ancorchè non si sapesse per qual particolar ragione, sempre pretesero questo Principato appartenersi alla Sede Appostolica, non altrimente, che Benevento. Non si vede nella medesima nè pur nominato il Ducato napoletano, onde vanno di gran lunga errati coloro, che scrissero Innocenzio avere investito Ruggiero anche di Napoli: nè possiamo non maravigliarci quando nell'Istoria Napoletana ultimamente data fuori dal P. Giannettasio[523] leggiamo, che da questo punto Napoli da libera Repubblica passasse sotto la regia dominazione di Ruggiero; e l'Autore quasi dolendosi di questo fatto pel sentimento che mostra d'aver perduta la sua patria il pregio di essere libera, accagiona Innocenzio, come 'l permetesse, quando quella città apparteneva all'Imperio d'Oriente; quasi che anche se fosse stato vero il fatto, fosse cosa nuova de' Pontefici romani investire de' Stati, che loro non s'appartenevano; e se ciò parvegli novità, come non sorprendersene, quando vide da' Papi investire i Normanni della Puglia e della Calabria, province, che a' Greci s'involavano, e sopra le quali vi aveano non minori ragioni, che sopra il Ducato napoletano. Questo Ducato passò a' Normanni non già per investitura datagli da' romani Pontefici, ma per ragion di conquista, e per sommessione de' Napoletani, come qui a poco diremo. Solo nella Bolla d'Anacleto, dopo l'investitura del Principato di Capua si soggiunse: Honorem quoque Neapolis, ejusque pertinentiarum; che non denotava altro che l'onore d'esserne Duca, con restare la città con l'istessa forma e politia; e solamente Pietro Diacono[524] scrisse, che Anacleto, oltre al Principato di Capua investisse anche Ruggiero del Ducato di Napoli; ma ciò che fece Anacleto, non volle Ruggiero dopo la pace fatta con Innocenzio, che gli giovasse; e del Ducato di Napoli, siccome di quello d'Amalfi, di Gaeta, del Principato di Taranto e di Salerno, non volle altri che ve n'avesse parte se non la ragion della conquista, e la sommessione de' Popoli.

In effetto, ritornando là donde ci dipartimmo, avendo Ruggiero dopo questa pace, liberamente lasciata al Papa la città di Benevento, mentre quivi dimorava, vennero i Napoletani sgomentati anch'essi della felicità di Ruggiero a sottomettere la loro città al suo dominio, come già prima avea fatto Sergio lor Duca. Questo Duca, se dobbiamo prestar fede ad Alessandro Abate Telesino, molti anni prima avea sottomessa la città di Napoli a Ruggiero, ma da poi pentitosi del fatto s'unì col Principe Roberto e col Conte Rainulfo di lui nemici, e lungamente gli fece guerra: tornò poi al partito di Ruggiero, tanto che militando sotto le di lui insegne, nella battaglia che perdè Ruggiero presso Salerno, restò morto con altri Baroni dalle genti di Rainulfo.

In quest'anno adunque 1139 sperimentando i Napoletani il valor di Ruggiero si sottoposero stabilmente al suo dominio: ed essendo rimasi per la morte di Sergio senza Duca, elessero col consentimento del Re in lor Duca Ruggiero suo figliuolo[525]. Inveges, pruova Ruggiero, non Anfuso essere stato eletto Duca. Il Pellegrino vuole, che fosse Anfuso. Che che ne sia, ancorchè questo Ducato passasse sotto la regia dominazione di Ruggiero, non volle però egli che si alterasse la forma del suo governo e la sua politia, furono i medesimi Magistrati, e le medesime leggi ritenute, e confermò alla città tutte quelle prerogative e privilegi che avea, quando sotto gli ultimi Duchi, sottratta all'intutto dall'Imperio d'Oriente, avea presa forma di libera Repubblica; e per questa ragione osserviamo, che anche dopo Ruggiero insino all'anno 1190 come il Capaccio[526], o qual altro si fosse l'Autore della latina istoria napoletana, rapporta, vi siano stati altri Duchi di Napoli, come un altro Sergio, ed un tal Alierno, in tempo del quale fu conceduto a' negozianti d'Amalfi, dimoranti in Napoli, quel privilegio rapportato da Marino Freccia, e di cui fassi anche menzione nella riferita istoria. Non è però, come stimarono alcuni, che Ruggiero gli lasciasse l'intera libertà, a guisa d'uno Stato libero ed indipendente. Credettero così, perchè rapporta Falcone beneventano, che Ruggiero dopo la presa di Troja e di Bari nel seguente anno 1140 fece ritorno in Napoli, dove narra, che fu da' Napoletani lietamente e con molta festa accolto, e con tanta pompa e celebrità, che niuno Re, nè Imperadore fu giammai in essa con tanto onor ricevuto: che il seguente giorno cavalcando per la città, salito in barca passò poscia al castel di S. Salvatore posto sopra una isoletta dentro del mare non guari da Napoli lontana, che diciamo oggi il castel dell'Uovo per la sua figura, ed ivi essendo, avendo a se chiamati li cittadini napoletani, con quelli de libertate Civitatis, et utilitate tractavit, come sono le parole di Falcone, dalle quali ingannati credettero, che i Napoletani quivi trattassero con Ruggiero della libertà della loro città, quando, come ben dimostra l'avvedutissimo Pellegrino[527], di niente altro trattò il Re, se non dell'immunità e franchigia che pretendevano da lui i Napoletani, che fu loro tosto da Ruggiero accordata; ed avrebbe potuto togliersi da quest'errore il Capaccio per quell'istesso privilegio, ch'egli adduce, dove i Napoletani concedendo libertà a' Negozianti del Ducato d'Amalfi commoranti in Napoli, per libertà non intendono altro, che una tal sorte di franchigia ed immunità, come da quelle parole: Ut sicut ista Civitas Neapolis privilegio libertatis praefulget, ita et vos negotiatores, campsores, sive apothecarii in perpetuum gaudeatis; ma di qual libertà parlasi nel privilegio? ut nulla condictio, come siegue, de personis, et rebus vestris, sive haeredum, et successorum vestrorum negotiatorum in Neapoli habitantium requiratur; sicut non requiritur de Civibus Neapolitanis.

Non fu dunque che lasciò Ruggiero il Ducato napoletano all'intutto libero ed indipendente: lo lasciò bensì colle medesime leggi e Magistrati, e con quell'istessa forma di Repubblica; il che non denotava altro, se non la Comunità, non la dignità delle pubbliche cose, come nel primo libro di quest'Istoria fu notato; nell'istessa guisa appunto, che lasciolla Teodorico, quando ordinò, che godesse di quelle stesse prerogative, che avea; onde si ha che Ruggiero lasciasse la giurisdizione intorno all'annona a' Nobili ed al Popolo, che sotto nome d'Ordini di Eletti, o Decurioni, ovvero Consoli venivano designati; e la giurisdizione intorno alle cose della giustizia, il Re la volle per se, come appunto fece Teodorico, che mandava i Comiti ad amministrarla, costituendovi ora Ruggiero il Capitanio col Giudice, siccome nell'altre città e castelli del Regno si praticava.

Egli è però vero, che Ruggiero non usò tanta cortesia e gentilezza in niuna altra città del suo Reame, quanto che in Napoli; poichè oltre di lasciar intatti i suoi privilegi, a ciascun Cavaliere diede in Feudo cinque moggia di terra con cinque coloni a quella ascritti, promettendo ancora di maggiormente gratificargli, se serbando a lui quella fedeltà che gli aveano giurato, mantenessero la città quieta ed in pace sotto il suo dominio[528]. Nel che non possiamo non maravigliarci del Fazzello[529], il quale, non bastandogli d'aver malamente confuso intorno a questi fatti le cose, i tempi e le persone, aggiunge ancora di suo cervello, che dopo essersi conchiusa la pace tra Innocenzio e Ruggiero, fosse questi entrato in Napoli con gran plauso, e che in quel giorno avesse creati cento cinquanta Cavalieri, e che quivi per due mesi in feste e passatempi si fosse trattenuto, contro tutta l'istoria, e contro ciò, che Falcone beneventano rapporta intorno a questi successi.

Mostrò ancora Ruggiero un'altra particolare affezione verso i Napoletani, perchè fece misurar di notte le mura della città per saper la sua grandezza, e quella ritrovò essere di giro 2363 passi; ed essendo nel seguente giorno innanzi a lui ragunato il Popolo napoletano, domandò amorevolmente loro se sapevano quanto era il cerchio delle lor mura, ed essendogli risposto di no, il Re loro il disse: di che ebber maraviglia, e rimasero insiememente lieti dell'affezione di lui[530].

E vedi intanto le vicende delle cose mondane, questa città, che in tempo di Ruggiero a riguardo delle altre, che erano in queste province, era di così brevi recinti, ora emula dell'istesse province, non solo si è resa metropoli e capo di un sì vasto Reame; ma la sua grandezza è tale, che agguaglia le città più insigni e maravigliose del Mondo.

Ma prima che Ruggiero entrasse in Napoli questa seconda volta con tanto plauso e giubilo, avea già restituita tutta la provincia di Capitanata sotto il suo dominio; avea presa Troia capo della medesima, nella qual città non volle mai entrare, ancorchè il Vescovo Guglielmo ed i cittadini per loro messi lo pregassero che v'entrasse; ma rispondendo egli che finchè quel traditor di Rainulfo fra di loro dimorasse non voleva vedergli, temendo i Troiani l'ira del Re, fecero prestamente rompere il sepolcro di Rainulfo, e ne trassero il suo cadavere già corrotto, e messogli una fune al collo lo strascinarono per le pubbliche strade della città, e poscia il gettarono in un pantano di brutture; il qual miserabil caso venuto in notizia del figliuolo Duca di Puglia e di Napoli, andò a ritrovar suo padre, e tanto s'adoperò col medesimo, che fu a Rainulfo data di nuovo sepultura[531].

Avea ancora dopo questa espedizione espugnata Bari e fatto miseramente morire il Principe Giaquinto; e ritornato da poi in Salerno tolse tutti gli Stati a coloro, ch'erano stati suoi nemici, dando loro bando da' suoi Reami; ed inviò prigionieri in Sicilia Ruggiero Conte d'Ariano insieme colla sua moglie. Scacciò anche affatto Tancredi Conte di Conversano, e gli tolse Brindisi ed altre sue terre, tanto che fu costretto d'andarsene oltremare in Gerusalemme. Ed essendosi in cotal guisa, con presta e maravigliosa fortuna, restituite tutte queste province sotto la sua dominazione, passò in Sicilia, donde mandò i Giustizieri e Governadori in ciascheduna provincia, acciocchè i Popoli soggetti godessero una tranquilla pace, stabilendo altresì nuove leggi per lo ben del Reame, delle quali quindi a poco farem parola. Ed entrato poscia l'anno 1140, avendo ragunato un nuovo esercito, inviò quello sotto il comando del Principe Anfuso suo figliuolo, acciocchè avesse soggiogata quella parte di Abruzzi posta di là del fiume Pescara, che aspettava al Principato di Capua; ove tantosto che giunse il Principe prese molti luoghi, distruggendone anche molti altri, che gli avean fatta resistenza: nella qual provincia poco appresso il Re inviò parimente il Duca Ruggiero con grosso numero di soldati, il quale congiuntosi col fratello, soggiogarono interamente quei luoghi sino a' confini dello Stato della Chiesa, assicurando il Pontefice, che ne temeva, che non sarebbero per infestare in conto alcuno i confini del suo Stato. Intanto il Re era colla sua armata tornato di nuovo in Salerno, e di là passato in Capua, ed avendosi richiamati i suoi figliuoli, per assicurar meglio Innocenzio, passò poscia ad Ariano, ove tenne una Assemblea, che fu la prima che questo Re unisse in Puglia, nella quale intervennero due Ordini, quello de' Baroni, e l'altro ecclesiastico de' Vescovi e Prelati per mettere in migliore stato le cose di quella provincia. Indi fece battere una nuova moneta d'argento mescolata con molto rame, che fu chiamata Ducato; ed un'altra più picciola, detta Follare, tutta di rame, la qual volle che valesse la terza parte d'un Romasino, che valeva dodeci grana e mezzo della comunale moneta di rame, che oggi corre; ed otto Romasini facevano il Ducato da lui stampato, proibendo sotto gravi pene, che non si spendesse ne' suoi Reami la moneta antica assai miglior della sua, con grave danno, e de' Popoli soggetti, e di tutta Italia. Andò poi a Napoli, ove trattò co' Napoletani con quella magnanimità e cortesia, che si disse poc'anzi; ed indi tornato in Salerno, imbarcatosi su la sua armata fece di nuovo ritorno in Palermo, lasciando al Governo di Puglia il Duca Ruggiero, ed in Capua il Principe Anfuso, come narra Falcone beneventano, il quale qui pon fine alla sua Istoria, siccome poco prima finì la sua Alessandro Abate Telesino.

Ecco come Ruggiero, dopo avere col valore e virtù sua superati tanti e sì potenti nemici, unì stabilmente tutte queste nostre province sotto il Regno d'un solo. Si videro ora fuori d'ogni altro timore d'esser di nuovo da stranieri nemici assalite, o da interne rivoluzioni sconvolte, avendovi il suo valore introdotta una più sicura e più tranquilla pace; tanto che cedendo i rumori delle battaglie e delle armi, gli fu dato spazio di potere in miglior forma stabilire il suo Regno, e di nuove leggi, e più salutari provedimenti fornirlo, in guisa che sopra tutti gli altri Reami di Occidente n'andasse altiero e superbo.