Fra gli Elettori dell'Imperio occorsero gravi contese per rifar il successore. Aspiravano al soglio Corrado Duca di Suevia suo nepote, ed Errico di Baviera suo genero; ma finalmente escluso Errico fu Corrado innalzato a sì grande dignità, e fu salutato Imperadore da' Duchi, Principi, Marchesi e da tutti i Grandi dell'Imperio, non essendosi ancora ristretta quest'autorità a' soli sette, come si fece da poi[514].

Dall'altra parte Innocenzio, cui non altra cura premeva, che di abbattere il partito di Ruggiero, avendo nell'entrar dell'anno 1139 fatto convocare un Concilio in Roma, scomunicò ivi di nuovo Ruggiero, e tutti coloro, che avean seguite le parti d'Anacleto[515]. Ma fulmine assai più ruinoso sopravvenne ad Innocenzio non guari da poi; poichè nell'ultimo giorno d'aprile il Conte d'Avellino e Duca di Puglia, che con sì fiera e continua guerra avea travagliato il Re suo cognato, ammalandosi d'una grave malattia morì in Troja di Puglia, e fu dal suo Vescovo Guglielmo e da' suoi cittadini, dolorosissimi della sua morte con molte lagrime nel Duomo sepolto.

Pervenuta in Sicilia la novella della sua morte, quanto contento apportasse al Re Ruggiero non è da dimandare: egli allora tenne per finita la guerra; onde uniti prestamente i suoi soldati passò in Salerno[516]; ed ivi congregati tutti i Baroni, che seguivano la sua parte, andò a Benevento, indi avendo soggiogati molti luoghi del Conte d'Ariano, il quale fuggì a Troja, prese parimente in breve tempo tutte le città e castelli di Capitanata. Ebbe il Re, come dicemmo, tra gli altri suoi figliuoli natigli da Alberia sua prima moglie, Ruggiero primogenito, il qual perciò fu da lui creato Duca di Puglia: questi pareggiando il valor del suo padre, ch'era passato all'assedio di Troja, soggiogò da poi tutti gli altri luoghi della Puglia, tanto que' posti infra terra, quanto quegli ch'erano alla riviera del mare[517]: la sola città di Bari, ch'era allor valorosamente difesa dal Principe Giaquinto non potè avere in sua balìa; onde egli disperando della resa, prese consiglio d'andarsene al Re suo padre, che stava campeggiando la città di Troja. Era questa città difesa da Ruggieri Conte d'Ariano, che colà con grosso numero di soldati erasi rifugiato, difendendola egli con molta ostinazione, obbligò il Re a partirsi dall'assedio, il quale unitosi col figliuolo volse i suoi eserciti verso Ariano, facendo preparar molte macchine di legno per espugnarla.

Intanto Papa Innocenzio avendo intesa la rea novella della morte del Duca Rainulfo, ed i felici progressi del Re in Puglia, non volendo lasciar que' luoghi senza difesa, ragunate le sue truppe, e messosi alla testa delle medesime, uscì da Roma, e venne a S. Germano. Ruggiero che per questa spedizione di Innocenzio veniva frastornato nel meglio de' suoi progressi tentò, prima di venir con lui alle armi, se potesse riuscirgli di placarlo con dimandargli pace, inviò a questo fine suoi Messi offrendosi pronto ad ogni suo volere. I Messi furono ricevuti cortesemente da Innocenzio, il quale mandò altresì a Ruggiero due Cardinali ad invitarlo, ch'egli venisse a S. Germano per potere con effetto pacificarsi insieme. Il Re era allora tornato di nuovo all'assedio di Troja, ed avendo ricevuti onorevolmente i Cardinali, levatosi da quell'assedio insieme cui Duca suo figliuolo s'avviò prestamente a S. Germano: fu per otto giorni[518] maneggiato quest'affare; ma essendosi Innocenzio ostinato a pretendere la restituzione del Principato di Capua al Principe Roberto, e non volendo il Re a cotal fatto in modo alcuno consentire, fu disciolto ogni trattato, ed avendo ragunati i suoi soldati partì da S. Germano. Il Papa intesa la sua partita se ne andò colle sue genti al castello di Galluccio, cingendolo di stretto assedio: la qual cosa venuta incontanente a notizia del Re, ritornò velocemente indietro, e giunse improviso a S. Germano; per la cui presta venuta il Pontefice, ed il Principe Roberto ch'era con lui, fur percossi da subito spavento in guisa tale, che senza alcuno indugio si tolsero dall'assedio del castello di Galluccio per ritirarsi in luogo sicuro; ma il Re inviò subito il Duca di Puglia suo figliuolo con ben mille valorosi soldati, acciocchè tendendogli aguati assaltasse per lo cammino il Pontefice. La qual cosa mandata felicemente ad effetto, andò la bisogna in modo, che fur rotte e poste in fuga le genti papali, ed Innocenzio istesso non senza ingiurie e dispregi fu condotto prigioniero al Re insieme col Cancelliere Almerico, e con molti Cardinali, ed altri uomini di conto, ponendosi anche i vittoriosi soldati a rubar i ricchi arnesi del Pontefice, ove fu ritrovata grossa somma di moneta, salvandosi solo colla fuga Roberto Principe di Capua.

Ecco a qual fine infelice han sempre terminate le spedizioni de' Pontefici contro i nostri Principi, ed ecco il frutto che han sempre ritratto, quando deposto il proprio mestiere, han voluto a guisa de' Principi del Mondo alla testa d'eserciti armati coprirsi di elmo in vece di tiara, e vestir di corazza in vece di stola e di dalmatica.

Questo memorando avvenimento succedette li ventuno di luglio di quest'anno 1139[519] come ben pruova l'avvedutissimo Pellegrino[520] contro quello che il Baronio, e D. Francesco Capecelatro scrissero, i quali non intendendo il luogo di Falcone, scrissero la prigionia d'Innocenzio esser succeduta a' dieci di questo mese. Nè lascerò qui di dire, conforme molto a proposito avvertì il medesimo Capecelatro nella sua Istoria de' Re normanni, ch'è tra le moderne la più accurata di quante mai narrano i successi di questi Re, esser manifesto l'errore di coloro, che questa rotta e prigionia d'Innocenzio scrissero esser avvenuta nel principio del suo Pontificato e tutta altrimente di quel, ch'ella avvenne, e che perciò si cagionasse lo scisma d'Anacleto; poichè gli Autori contemporanei, e quei che poco da poi mandarono alla memoria de' posteri questi successi, in quest'anno e nel modo che s'è narrato la rapportano, come la cronaca di Falcone antichissimo Scrittor beneventano, l'Anonimo Cassinense, le Istorie dell'Arcivescovo Romualdo e di Ottone Frisingense, e le molte lettere scritte sopra tal materia da S. Bernardo Abate di Chiaravalle: per l'autorità di sì gravi e vecchi Scrittori il Cardinal Baronio, il riferito Capecelatro, e l'incomparabile critico de' nostri fatti Camillo Pellegrino in tal guisa rapportano questi avvenimenti.

Ma non meno per questa prigionia d'Innocenzio, che per quella di Lione, rilusse la pietà de' Normanni verso la Sede Appostolica; ancorchè Ruggiero, secondo ciò che dettavano le leggi della vittoria, avesse potuto trattar Innocenzio come suo prigioniero, come si sarebbe fatto ad ogni altro Principe del Mondo; nulladimanco non sapendo egli distinguere differenti personaggi nel Pontefice, gli rese tutti quegli onori, che sono dovuti al Vicario di Cristo: gli mandò suoi Ambasciadori a chiedergli perdono, e a pregarlo che si fosse pacificato con lui. Innocenzio vinto più da questa generosità e grandezza d'animo di Ruggiero, che dalla sua forza, consentì volentieri alle sue dimande: e ben presto dopo quattro giorni[521] nel dì che si celebrava la festività di S. Giacomo fu presso Benevento la pace conchiusa. Per parte del Papa si tolsero tutte le scomuniche fulminate contro Ruggiero, e contro i suoi aderenti: onde il Re col suo figliuolo Ruggiero andarono a mettersi a' suoi piedi e a riconoscerlo per vero Pontefice; e gli giurarono perciò ambedue sopra i santi Evangeli fedeltà così a lui, come a tutti i Pontefici suoi successori legittimamente eletti, e gli si resero ligj, con promettergli il solito censo di 600 schifati l'anno e di restituirgli Benevento. All'incontro il Papa consegnandogli di sua mano lo stendardo, come allor si costumava, l'investì del Reame di Sicilia, del Ducato di Puglia e del Principato di Capua, riconoscendolo per Re, e confermandogli tutti quegli onori e dignità che a' Re s'appartengono.

L'investitura spedita dal Pontefice sopra ciò, fu trasportata dai registri della libreria di S. Pietro di Roma dal Cardinal Baronio, e si legge ne' suoi annali[522]; nella quale occorrono più cose degne d'essere osservate. Primieramente dice Innocenzio, ch'egli calcando le medesime pedate de' suoi predecessori, ed avendo avanti gli occhi i meriti di Roberto Guiscardo e di Ruggiero suo padre, i quali con tanti sudori e travagli aveano estirpato dalla Sicilia, e da queste province i Saraceni implacabili nemici del nome Cristiano, s'erano resi degni d'immortal fama; gli confermava perciò il Regno di Sicilia a lui dal suo antecessore Onorio investito, con la preminenza di Re, e con tutti gli onori e dignità Regali; aggiungendo ancora il motivo e la ragione per la quale doveasi Ruggiero possessore di quell'isola innalzare al titolo di Re, e la Sicilia in Regno, che è quell'istessa che rapporta l'Abate Telesino, perchè anticamente quell'isola ebbe le prerogative di Regno, e' propri suoi Re che la dominarono: Regnum Siciliae (sono le sue parole) quod utique, prout in antiquis refertur historiis, Regnum fuisse, non dubium est, tibi ab eodem antecessore nostro concessum cum integritate honoris Regii, et dignitate Regibus pertinente, Excellentiae tuae concedimus, et Apostolica authoritate firmamus; reputando con ciò fra le altre potestà de' sommi Pontefici esser quella d'ergere, o restituire i Reami, e' Regi, e tanto maggiormente in quello di Sicilia, della quale i predecessori di Ruggiero dalla Sede Appostolica ne furono investiti.

Gli conferma l'investitura del Ducato di Puglia, che dal suo predecessore Onorio eragli stata data; e del Principato di Capua, vivente ancora il Principe Roberto, che ne fu spogliato; e quando prima avea usati tanti sforzi per farglielo restituire, ora ne dà l'investitura a Ruggiero, soggiungendo: Et insuper Principatum Capuanum integre nihilominus nostri favoris robore communibus, tibique concedimus: ut ad amorem, atque obsequium B. Petri Apostolorum Principis, et nostrum, ac successorum nostrorum vehementer adstringaris: pretendendo in cotal guisa giustificare per legittimo l'acquisto fatto di questo Principato da Ruggiero Jure belli; e non per altro fine, affinchè siano Ruggiero, e' suoi successori più riverenti ed ossequiosi alla Sede Appostolica, non altrimente di quello, che si dichiarò Gregorio VII nella sua investitura.

§. I. Il Ducato napoletano, Bari, Brindisi, e tutte le altre città del Regno si sottomettono al Re Ruggiero.