Ma altri ponderando, che il fonte, onde deriva il titolo di Re di Gerusalemme a' Re di Napoli, sia alquanto torbido, volendosi tirare da questa cessione di Maria, per ischermirsi ancora più validamente dalle pretensioni de' Re d'Inghilterra, de' Marchesi di Monferrato (donde tirano le loro ragioni i presenti Duchi di Savoja) e della Signoria di Vinegia, i quali per la successione de' Re di Cipro tutti pretendono questo titolo; scrissero, che a' Re austriaci giustamente s'appartenga per le ragioni di Maria primogenita di Isabella sorella di Balduino IV Re di Gerusalemme, le quali non s'estinsero nella persona di Corradino; poichè gli Scrittori oltramontani ed Italiani tutti concordano, che quando fu mozzo il capo a quell'infelice Principe, investì egli col guanto, e coll'anello di tutti i suoi Regni e ragioni il Re Pietro d'Aragona, al quale s'apparteneva la successione di tutti i Regni e Stati di Corradino, com'erede della famiglia di Svevia a cagione di Costanza figliuola del Re Manfredi; ed al Re Pietro essendo per legittima successione succeduto il Re Federico d'Aragona, ed a costui, i Re austriaci di Spagna suoi successori, meritamente questi se ne sono intitolati Re con maggior giustizia e ragione, che tutti gli altri Competitori.
CAPITOLO III. Nuova Nobiltà franzese introdotta da Carlo I in Napoli; e nuovi Ordini di Cavalieri.
Nel Regno de' Normanni, siccome si vide ne' precedenti libri di quest'Istoria, molti Signori franzesi capitarono in queste nostre parti adorni di militari posti, de' quali, come Capitani in guerra espertissimi, si valsero que' Principi, che dalla Normannia, paese della Francia, ci vennero: furono in premio delle loro lunghe e gloriose fatiche lor conceduti molti Feudi, ed aggranditi co' maggiori Ufficj della Corona: essi per ciò introdussero appo noi un nuovo modo di succedere ne' Feudi, detto jus Francorum; e molte altre usanze e riti vi portarono. Ma questi Baroni non in Napoli si fermarono: molti in Sicilia, e particolarmente in Palermo, allora Sede regia, fecero permanenza. Altri ne' loro Stati, de' quali erano investiti, altri seguendo la persona de' loro Principi, decorati di varii Ufficj ivi residevano, dove era la persona regale, ovvero dove ricercava il lor posto, facevano residenza. Ma que' Capitani, e que' guerrieri franzesi e provenzali, che seguirono Re Carlo nell'impresa di questi Regni, residendo, dopo avergli conquistati, per lo più egli in Napoli, in questa città si fermarono, ove dalla munificenza del Re riceverono i premj delle loro sofferte fatiche; poichè Carlo, dopo essere entrato in Napoli, con magnifico apparato, e con allegrezza ricevuto, avendo passati molti dì in festa con la Regina Beatrice sua moglie, e con gli altri Signori franzesi, volle premiar tutti coloro, che l'aveano servito; e fatto scrutinio de' Baroni, che aveano seguitato la parte di Manfredi, confiscati i loro beni, cominciò a compartirgli a costoro, principiando da Guido Monforte, ch'era stato Capitan generale di tutto il suo esercito, e da Guglielmo Belmonte, che oltre averlo fatto Grand'Ammiraglio, l'investì del Contado di Caserta, e donò molte città e castelli a moltissimi altri. Furono premiati Guglielmo Stendardo, Gugliemo di Clinetto, Ridolfo di Colant, Martino di Dordano, Bonifacio di Galiberto, Simone di Belvedere, Pietro di Ugoth, Giovanni Galardo de Pics, Giordano dell'Isola, Pietro di Belmonte, Roberto Infante, Beltrano del Balzo, Giacomo Cantelmo, Guglielmo di Tornay, Rinaldo d'Aquino, ed altri moltissimi rapportati dal Costanzo, e dal Summonte[271], e più diffusamente da Pier Vincenti nel Teatro dei Protonotari del Regno, dove favella di Roberto di Bari, per le cui mani, come Protonotario del Regno passavano allora queste donazioni. Ed oltre aver premiato anche i Romani e gli altri Italiani, che lo seguirono, ebbe particolar cura di que' Cavalieri franzesi, che di Provenza e di Francia condusse seco, a' quali donò città, terre, castelli, dignità ed ufficii eminenti nel Regno; tra' quali furono più chiari quelli di casa Gianvilla, d'Artois, d'Appia, Stendardi, Cantelmi, Merloti della Magna; que' di casa di Burson, di Marsiaco, di Ponsico detti Acclocciamuri, di Chiaramonte, di Cabani, ed altri. Potè Napoli pertanto, oltre l'antica, per la nuova e numerosa Nobiltà franzese quivi stabilita con tanti Feudi, preminenze ed ufficii, rendersi sopra ogni altra città del Regno più illustre e chiara; ond'è, che poi meritamente acquistonne il titolo di nobile, ovvero di gentile.
§. I. Cavalieri armati da Carlo in Napoli.
Ma quello che sopra ogni altro rese illustre questa città, fu averla questo Principe arricchita d'infinito numero di Cavalieri, con avere ornati d'Ordine di cavalleria moltissimi cittadini, oltre molti altri del Regno, nel quale per ciò introdusse in tanta frequenza l'esercizio militare, che quelli, che sotto la disciplina sua e de' suoi Capitani erano esercitati nelle guerre, non cedeano punto a' veterani, ch'egli avea condotti di Provenza e di Francia.
L'ordine de' Cavalieri fu presso i Romani in tanta stima e riputazione ch'era uno de' tre Ordini, dei quali si componeva quella Repubblica: Martia Roma triplex, Equitatu, Plebe, Senatu, dice Ausonio. Cioè di Senato, Cavalieri, e minor Popolo. Il Senato per lo consiglio: li Cavalieri per la forza: il minor Popolo, per somministrare e fornire, ovvero ridurre a perfezione le cariche della Repubblica.
Prima l'Ordine de' Cavalieri era come un Seminario di Senatori: poichè, come dice Livio, da quest'Ordine si pigliavano, e si facevano i Senatori; ma da poi che i grandi Ufficii furono comunicati al minor Popolo, li Senatori erano scelti da que' ch'erano stati Magistrati. Prima i Romani davano il cingolo militare a coloro ch'erano abbondanti di beni di fortuna; onde nacque, che chi avea molti sestertii poteva aspirare ad entrar in quest'Ordine, siccome a quello di Senatori ancora. In tempo poi degli Imperadori era dato con solennità alle persone di merito, e più frequentemente a quelle, che non aveano ufficio o carica pubblica, ma dimoravano per lo più, come semplici gentiluomini nella Corte dell'Imperadore; e perchè erano di più sorte, perciò l'Imperadore in una sua Costituzione, che ancor leggiamo nel Codice di Giustiniano[272], volle stabilire le loro precedenze, e dopo quelli che tengono esercizio per qualche ufficio o carica, mette in secondo luogo que' Cavalieri, a' quali essendo in Corte avea egli dato il cingolo militare: nel terzo luogo, quelli a' quali non essendo in Corte, ma assenti, avea l'Imperadore mandato il cingolo: nel quarto, quelli a' quali questo cingolo non era stato dato in tutto, ma a' quali essendo in Corte, l'Imperadore avea semplicemente concedute le lettere di dignità: e nel quinto ed ultimo luogo, quelli a' quali avea semplicemente mandate queste lettere in loro assenza. Precedevano perciò secondo quest'ordine; da che ne seguiva, che questo cingolo dato a coloro che non aveano ufficio o carica pubblica, attribuiva loro il dritto di portar continuamente la spada, e conseguentemente di godere de' privilegi delle genti d'arme; e ch'era più onore averlo dalle mani dell'Imperadore, che mandato in assenza: e più avere il cingolo, che le lettere di dignità.
Ruinato l'Imperio romano, e dalle sue ruine surti in Europa nuovi Reami e dominii, i Re di Francia, per quanto si sa, furono i primi, che vollero rinovare sì bello istituto[273]; i quali al medesimo modo, coloro, che conoscevano di grande merito, o almeno ch'essi volevano elevare a dignità, allora che non aveano ufficio o carica pubblica da conferir loro, gli facevano Cavalieri, cioè a dire, gli dichiaravano gente d'arme onorarie per godere de' privilegi militari, ancorchè non fossero arrolati tra le genti di guerra. Ed in fatti la maggior parte degli antichi Scrittori franzesi chiamano in Latino il Cavaliere Militem e non Equitem. Ond'è, che quando volevano armarlo Cavaliere di cavallo, spezialmente essi lo dichiaravano per gente d'arme di cavallo, perchè in Francia costoro sono molto più stimati, che quelli a piedi. Ed in segno di ciò, che gli facevano gente d'arme, essi davan loro il cingolo militare ne' dì più segnalati e rimarchevoli, e sotto cerimonie le più illustri e magnifiche che si potessero. Ciò che fu da poi imitato da' nostri Re Normanni, da Ruggiero I e dagli altri seguenti Re, anche Svevi, ma sopra tutti da Carlo d'Angiò e dagli altri Re Franzesi suoi successori.
I giorni destinati per tal cerimonia erano per lo più quelli della loro incoronazione: ne' primi ingressi che facevano nelle città: ne' dì d'alcune festività grandi, ed in particolare della Vergine Maria; ovvero in occasione di qualche pubblica allegrezza[274]. Era ancora antica usanza di fargli Cavalieri, o avanti una battaglia, o quando doveano dar qualche assalto ad una Piazza, affin d'incoraggire i bravi gentiluomini a portarsi valorosamente; ovvero dopo la battaglia, o presa della Piazza, per ricompensar quelli, che s'erano portati con valore, ed ardire[275]. Si facevano ancora in tempo de' maritaggi de' Re, o loro figliuoli, o per la natività del Principe, per onorare i Tornei, che vi si facevano.
I nostri Re prima d'ogni altra cosa, per mezzo di un general editto solevano pubblicar per tutto il Regno il giorno destinato, nel quale doveasi far tal cerimonia, affinchè, chi voleva prendere il cingolo, s'accingesse a portar i requisiti, che secondo le nostre Costituzioni erano ricercati; poichè il nostro Ruggiero I Re di Sicilia avea fatta una costituzione[276], colla quale ordinava, che senza licenza del Re, e senza che discendessero da Cavalieri, niuno potesse aspirare al cingolo militare: ciò che fu confermato da Federico II nella Costituzione[277] che siegue, la quale non a Ruggiero, come con errore leggesi nelle vulgate, ma a Federico deve attribuirsi, così perchè in quella, intendendo di Ruggiero, lo dice Avi nostri; come anche perchè della medesima fece menzione nella sua Cronaca Riccardo da S. Germano, che dice essersi pubblicata da Federico in un Parlamento generale, che tenne in S. Germano nel mese di Febbraio dell'anno 1232.