Dall'altra parte Re Pietro, ancorchè per la morte di Papa Niccolò restasse un poco sbigottito, avendo perduto un personaggio principale ed importante alla Lega; non però volle lasciar l'impresa, anzi mandò Ambasciadore al nuovo Pontefice a rallegrarsi dell'assunzione al trono e a cercargli grazia, che volesse canonizzare Fr. Raimondo di Pegnaforte; ma invero molto più per tentare l'animo del Papa, mostrando destramente volere, non per via di guerra ma per via di lite innanzi al Collegio proponere e proseguire le ragioni, che la Regina Costanza avea ne' Reami di Puglia e di Sicilia. Ma il Papa avendo ringraziato l'Imbasciadore della visita e trattenuto di rispondergli sopra la Canonizzazione, come intese l'ultima richiesta, disse all'Imbasciadore: Dite a Re Pietro, che farebbe assai meglio pagare alla Chiesa romana tante annate, che deve per lo censo, che Re Pietro suo Avo promise di pagare, ed altresì i suoi successori, come veri vassalli e Feudatari di quella; e che non speri, finchè non avrà pagato quel debito, di riportar grazia alcuna dalla Sede Appostolica[366].
Mentre queste cose si trattavano, Giovanni di Procida tornato di Costantinopoli in Sicilia, sotto diversi abiti sconosciuto, andò per le principali terre di Sicilia, sollecitando i congiurati, e tenendo sempre per messi avvisato Re Pietro segretissimamente di quanto si faceva; ed avendo inteso, che la sua armata era già in ordine per far vela, egli eseguì con tant'ordine e tanta diligenza quella ribellione, che nel mese di marzo, il secondo giorno di Pasqua dell'anno 1282 al suon della campana, che chiamava i Cristiani all'ufficio di vespero, in tutte le terre di Sicilia, ove erano i Franzesi, il Popolo pigliò l'arme, e li uccise tutti con tanto sfrenato desiderio di vendetta, che uccisero ancora le donne della medesima isola, ch'erano casate con Franzesi e quelle ch'erano gravide, ed i piccioli figliuoli ch'erano nati da loro; e fu gridato il nome di Re Pietro d'Aragona e della Regina Costanza: e questo è quello che fu chiamato e si chiama il Vespro Siciliano. Non corse in questa crudele uccisione, dove perirono da ottomila persone, spazio di più di due ore; e se alcuni pochi in quel tempo ebbero comodità di nascondersi o di fuggire, non per questo furon salvi; perocchè essendo cercati e perseguitati con mirabile ostinazione, all'ultimo furon pure uccisi.
Questa crudele strage, e così repentina mutazione e rivoluzione fu per lettera dall'Arcivescovo di Monreale scritta al Papa, a tempo, che Carlo si trovava con lui in Montefiascone. Il Re restò sorpreso e molto abbattuto, vedendo in tanto breve spazio aver perduto un Regno, e buona parte de' suoi soldati veterani; pure, raccommandate le sue cose al Papa, trovandosi già l'armata in ordine, ch'era destinata contro l'Imperador greco, ritornò subito nel Regno, e con quella incontinente fece vela verso la Sicilia, e cinse Messina di stretto assedio.
Dall'altra parte Papa Martino, desideroso che l'Isola si ricovrasse, mandò in Sicilia per Legato appostolico il Cardinal Vescovo di Sabina, con lettere ai Prelati ed alle terre dell'isola, confortandole a rimettersi nell'ubbidienza di Carlo, con ingiungere al medesimo, che quando queste lettere non valessero, adoperasse non solo scomuniche ed interdetti, ma ogni altra forza, per favorire le cose del Re.
Giunse il Cardinale in Palermo, nel medesimo tempo che Carlo giunse a Messina; ma siccome gli uffici del Legato niente poterono contro l'ostinazione dei Siciliani, così l'assedio, che Carlo avea posto a Messina fu con tanto vigore proseguito, che finalmente strinse gli abitanti a volersi arrendere a lui colla sola condizione di salve le vite: ma egli era così trasportato dalla rabbia, che negò anche questa condizione. Mandarono Ambasciadori al Papa, perchè intercedesse per loro presso l'adirato Principe: ma non fu data loro udienza, onde posti nell'ultima disperazione si risolvettero di difendersi fino all'ultimo spirito.
Giovanni di Procida, che si trovava a Palermo, impaziente della dimora del Re Pietro, il quale era passato già coll'armata in Affrica all'assedio d'una città che gl'Istorici siciliani chiamano Andacalle, vedendo lo stretto bisogno de' Messinesi, imbarcatosi sopra una Galeotta con tre altri, che andavano con lui con titolo di Sindici di tutta l'isola, andò a trovare Re Pietro, ed informatolo del presto bisogno del suo soccorso, l'indusse a lasciar tosto le coste dell'Affrica, e colla sua armata ad incamminarsi verso Palermo.
Allora fu, che Re Pietro non potendo più nasconder i suoi disegni per l'impresa di Sicilia, volle giustificarsi co' Principi d'Europa suoi parenti; onde prima che lasciasse le coste d'Affrica, scrisse in questo anno 1282 una lettera ad Odoardo Re d'Inghilterra, che si legge negli atti di quel Regno, ultimamente fatti dare alla luce dalla Regina Anna[367], nella quale gli dice, che essendo egli occupato nella guerra contro i Saraceni, i Siciliani gli aveano inviati deputati a pregarlo di venirsi a mettere in possesso della Sicilia, ciò ch'era risoluto di fare, perchè quel Regno apparteneva a Costanza sua moglie. Fece dunque egli vela per Sicilia, e a' dieci d'agosto giunse a Trapani, ove concorsero ad incontrarlo tutti i Baroni e Cavalieri de' luoghi convicini; indi portossi a Palermo, dove fu con grandissima festa e regal pompa incoronato Re dal Vescovo di Cefalu, poichè l'Arcivescovo di Palermo, a cui ciò toccava, era presso Papa Martino.
I Messinesi, per l'arrivo del Re Pietro, ripresero vigore, ed attesero costantemente alla difesa della Patria; e non solo quelli ch'erano abili a portare ed esercitar l'armi, ma le donne ed i vecchi non lasciavano di risarcire di notte tutto ciò che il giorno per gl'istromenti bellici era abbattuto.
Intanto Re Pietro, così consigliato dal Procida, ordinò che il famoso Ruggiero di Loria Capitano della sua armata, andasse ad assaltare l'armata franzese per debellarla, e ponere guardia nel Faro, affinchè non potesse passare vettovaglia alcuna di Calabria al campo franzese; ed egli per animar i Popoli, e tener in isperanza i Messinesi, si partì da Palermo, e venne a Randazzo, terra più vicina a Messina. Di là mandò tre Cavalieri Catalani per Ambasciadori al Re Carlo, con una lettera, nella quale l'informa essere giunto nell'isola di Sicilia, che gli era stata aggiudicata per autorità della Chiesa, del Papa e de' Cardinali, e gli comanda, veduta questa lettera, di partir tosto dall'isola, altrimente ne l'avrebbe costretto per forza. Letta da Carlo questa lettera in pubblico avanti tutto il Consiglio de' suoi Baroni, nacque tra tutti un orgoglio incredibile, ed al Re tanto maggiore, quanto era maggiore, e più superbo di tutti; nè poteva sopportare, che Re Pietro d'Aragona, ch'era in riputazione d'uno de' più poveri Re, che fossero in tutta Cristianità, avesse osato di scrivere a lui con tanta superbia, che si riputava il maggiore Re del Mondo. Fu consultato della risposta. Il Conte Guido di Monforte fu di parere, che non s'avesse a rispondere, ma subito andare a trovarlo, e dargli la penitenza della sua superbia; ma il Conte di Brettagna, ch'era allora col Re, consigliò, che se gli rispondesse molto più superbamente, siccome fu eseguito con un altro biglietto del medesimo tenore, trattandolo da malvagio e da traditore di Dio e della Santa Chiesa romana. Questi due biglietti, oltre esser rapportati da Giovanni Villani e dal Costanzo, si leggono ancora così in Italiano, come furono scritti, negli Atti suddetti d'Inghilterra ultimamente stampati[368].
Esacerbati in cotal maniera gli animi d'ambedue i Re, che non si risparmiavano anche con parole piene di gravi ingiurie d'infamar l'un l'altro: Re Pietro intanto avea soccorsa Messina, e Ruggiero di Loria era passato colla sua armata al Faro per combatter la franzese e per impedirgli le vettovaglie. Errico Mari Ammiraglio di Carlo venne dal Re a protestare, che egli non si confidava di resistere, nè poteva fronteggiare con l'armata catalana, che andava molto ben fornita d'uomini atti a battaglia navale. Carlo, che in tutti gli altri accidenti s'era mostrato animoso ed intrepido, restò sbigottito, e chiamati a consiglio i suoi, dopo molte discussioni, fu conchiuso, che per non esporsi l'armata d'esser affamata dalla flotta del Re d'Aragona, si dovesse levar l'assedio, e ritirarsi in Calabria, e differire l'impresa. Carlo, benchè l'ira e la superbia lo stimolasse a non partire con tanta vergogna, lasciò l'assedio, e subito pieno di scorno e d'orgoglio, passò in Calabria con animo di rinovare la guerra a primavera con tutte le forze sue; ma appena fur messe le sue genti in terra a Reggio, che Ruggiero di Loria sopraggiunse con la sua armata, e quasi nel suo volto pigliò trenta galee delle sue, ed arse più di settanta altri navili di carico; del che restò tanto attonito, e quasi attratto da grandissima doglia, che fu udito pregar Dio in franzese, che poichè l'avea fatto salir in tant'alto stato, ed or gli piaceva farlo discendere, il facesse scendere a più brevi passi. Dopo distribuite le sue genti per quelle terre di Calabria più vicine a Sicilia venne a Napoli, e pochi giorni da poi se n'andò a Roma, a portar querele al Papa contro il suo nemico, lasciando nel Regno per suo Vicario il Principe di Salerno, a cui diede savi Consiglieri, che l'assistessero per ben governarlo.