Napoli adunque resasi più cospicua sopra l'altre del Regno, anche per cagion di questo Tribunale, il quale tirando a se per via d'appellazione tutte le cause del Regno, e dove trattavansi le più rilevanti de' Baroni e de' Conti, doveva per necessità renderla più frequentata e grande. Ma con tutto che per la residenza de' Re angioini fossesi un tribunale così augusto stabilito in Napoli, non s'estinse perciò l'altro più antico che vi era del Capitano. Il Capitano di Napoli avea la sua Corte composta da suoi particolari Giudici, la quale amministrava giustizia a' cittadini napoletani ed a suoi Borghesi[374]. Si stendeva ancor la sua giurisdizione nella città di Pozzuoli; ond'è, che nei Registri[375] di questi Re franzesi, si leggano alcuni che furono Capitani di Napoli e di Pozzuoli, come Aymericus de Deluco Miles Capitaneus Neapolis, et Puteolis. E ne' tempi del Re Roberto ancor si legge Roberto di Cornai Capitano di Napoli e di Pozzuoli. Era creato a dirittura dal Re, e perciò non poteva il Reggente della Gran Corte impedire, che non esercitasse la sua giurisdizione in questi luoghi. Così leggiamo a' tempi di Carlo II, che Francesco d'Ortona Capitano ottenne dal Re, che il Reggente della Gran Corte non l'impedisse a poter esercitare la sua giurisdizione, anche nella città di Pozzuoli.
Di questa Corte del Capitano di Napoli sin da' tempi di Carlo I d'Angiò, ne' quali come si è altrove rapportato, vi fu Giudice il famoso Marino di Caramanico, abbiamo ne' registri di questi Re franzesi spessa memoria. Nel registro del Re Carlo II dell'anno 1298 si legge una sua carta dirizzata Capitaneo, et universis hominibus Civitatis Neap. ec[376]. E ne' registri dello stesso Re dell'anno 1302 e 1303 si legge essersi scelta la Casa de' Fellapani nella Piazza di Portanova, che era allora quasi in mezzo della città, per reggersi questa Corte; dalla quale fu denominata la Chiesa di San Giovanni a Corte, come narra il Summonte[377]: ancorchè il Tutini[378] creda, che questa Chiesa ritenga tal nome dal Tribunale della G. Corte, che dice essersi in que' tempi in quella contrada eretto. Nel tempo di Carlo III pure della medesima si ha memoria, leggendosi una carta rapportata dal Tutini[379] di questo Re, dove drizza un suo ordine; Magistro Justitiario Regni Siciliae, et Judicibus M. Curiae Consiliariis nec non Capitaneo Civitatis Neap. ec. Fassene anche menzione negli ultimi anni del Regno degli Angioini; poichè la Regina Giovanna II ne' suoi Riti della G. Corte della Vicaria ne favella[380]. Nè sentendosi da poi più di quella parlare, crede il Tutini[381], che questa Corte rimanesse estinta ne' tempi de' Re aragonesi ond'è, che ora il Tribunal della Gran Corte abbia la conoscenza delle sue cause, la quale erasi negli ultimi tempi degli Angioini molto estenuata, perchè non gli era rimasa, se non la conoscenza delle cause criminali, nè poteva procedere nella liquidazione degli stromenti, come si vede da Riti[382] della Regina Giovanna II, donde si convince l'errore di Prospero Caravita[383], il quale credette, che siccome nella Gran Corte presideva il gran Giustiziere, così nella Corte della Vicaria, prima che questi due Tribunali s'unissero, presideva questo Capitano; poichè la Corte del Capitano di Napoli era tutta altra dalla Corte della Vicaria, della quale saremo ora a trattare.
§. II. Della Corte del Vicario.
La Corte del Vicario, detta comunemente Vicaria; bisogna distinguerla e separarla non meno dalla Corte del Capitano di Napoli, che dalla Gran Corte, così se si riguarda l'origine, come le persone, che le componevano, e le loro preminenze. Il Tribunale della Gran Corte è più antico, come quello, che riconosce la sua istituzione da' Normanni. La Corte del Vicario ricevè i suoi principii da Carlo I d'Angiò, ma la sua forma e perfezione l'ebbe da Carlo II suo figliuolo. Errano perciò il Frezza ed il Mazzella, che credettero questo Tribunale essere stato istituito dal Re Roberto figliuolo di Carlo II.
L'origine di questo nuovo Tribunale deve attribuirsi alle moleste cure, ed a' continui travagli, ne' quali fu Carlo I intrigato, da poi che vide la sua fortuna mutar aspetto, e da prospera, che l'era sempre stata, farsi poi avversa: quando voltandogli la faccia, gli fe' vedere ribellanti i Popoli, e perdere in un tratto la Sicilia, ed intrigarsi perciò con nuove guerre col Re Pietro d'Aragona suo fiero nemico e competitore, che glie la involò. Percosso da così gran colpo Carlo, che non fece per ricuperarla? mosse tutte le sue forze con grandi apparati di guerra contro i Siciliani, ma sempre invano: strinse d'assedio Messina; ma costretto ad abbandonarla, va in Roma, ove altamente si querela col Papa del Re Pietro, chiamandolo traditore, e mancator di fede. Rimprovera colà l'Ambasciadore dell'Aragonese, e lo chiama a particolar tenzone. Accettata la disfida da Pietro, si stabilisce il luogo da battersi, e si destina la città di Bordeos in Francia, ch'era allora tenuta dal Re d'Inghilterra.
Dovendo Carlo adunque imprendere sì lungo viaggio, coll'incertezza se mai sopravvivesse a sì pericolosa e grande azione, perchè il Regno di Puglia, che era rimaso sotto la sua ubbidienza, e seguendo forse l'esempio della vicina Sicilia, per la sua assenza, non pericolasse, pensò d'eleggere il Principe di Salerno suo primogenito, e successore per Vicario del Regno, con assoluto ed independente imperio, dandogli tutta la sua autorità regia per governarlo in sua assenza. Gli assegnò ancora i più gravi Ministri, ed i più alti Signori, perchè assistessero al suo lato per Consiglieri nelle deliberazioni più importanti della Corona. Ed il Principe, come savio, seppe così bene valersi di tanta autorità, che riordinò il Regno in miglior forma, stabilendo, mentr'era Vicario, più Capitoli, de' quali a suo luogo farem parola, pieni di somma prudenza, e benignità verso i Popoli di queste nostre province.
Per questa nuova dignità di Vicario, e per gli Ufficiali destinati al lato del Principe per suo consiglio, surse questa nuova Corte, detta perciò Curia Vicarii[384]: maggiore e più maestosa dell'altra, che vi era della Gran Corte; poichè la Gran Corte era rappresentata dal M. Giustiziere uno degli Ufficiali della Corona, che n'era Capo; ma questa rappresentava la persona del Primogenito del Re, come Vicario Generale del Regno, di cui egli era Capo: ciocchè certamente era di maggiore dignità e preminenza. Quindi la preminenza, che oggi ritiene il Tribunale della Gran Corte della Vicaria di dar la tortura a' rei dal processo informativo, la ritiene perchè a quello sta unita la Corte del Vicario, poichè altrimenti la sola gran Corte non potrebbe darla[385].
Ma la Corte del Vicario, in tempo di Carlo I, fu solamente adombrata, e ne' suoi primi delineamenti; siccome furono quasi tutte le cose di Carlo, che dal suo successore furono poi ridotte a perfezione.
Carlo II suo figliuolo le diede forma più nobile, e maggiore stabilimento, per una occasione, che bisogna qui rapportare. Avendo questo Principe promesso nelle Capitolazioni della pace fatta per la sua scarcerazione, di presentarsi di nuovo prigione, nel caso che Carlo di Valois non volesse rinunziare l'investitura del Regno d'Aragona; vedendo differita tal rinunzia, deliberò passare in Francia a stringere quel Re, e suo fratello a farla, con fermo proponimento di ritornare in carcere, quando non avesse potuto ciò ottenere. Dovendo dunque intraprender questo viaggio creò nell'anno 1294 Vicario Generale del Regno Carlo Martello suo primogenito, come si legge nel libro dell'Archivio dell'anno 1294[386]. Ed avendo differita la partenza per Francia, portatosi a Roma per l'elezione del nuovo Pontefice, da questa città nel mese d'aprile dell'anno seguente 1295 mandò a Carlo Martello una più esatta istruzione del reggimento di questa Corte, destinandogli i Consiglieri e tutti gli altri Ufficiali, de' quali dovea comporsi: donde si raccoglie ancora la preminenza di questo Tribunale; poichè anche alcuni Ufficiali supremi della Corona furono destinati per Consiglieri Collaterali del Vicario. Ed in prima fu trascelto Filippo Minutolo Arcivescovo di Napoli, quello stesso, di cui il Boccaccio[387] ragiona in una delle sue Novelle, Giovanni Monforte Conte di Squillaci Camerario, Raimondo del Balzo figliuolo del Conte d'Avellino, Gotifredo di Miliagro Senescallo, Guglielmo Stendardo Marescallo, Rainaldo de Avellis Ammiraglio, e Guido di Alemagna, e Guglielmo de Pontiaco Militi. Tommaso Stellato di Salerno Professore di Legge civile, e Maestro Razionale della Gran Corte, Andrea Acconciajoco di Ravello Professore di legge civile, e Viceprotonotario del Regno; e Fr. Matteo di Roggiero di Salerno, e M. Alberico Cherico, e familiare del Re. Prescrissegli ancora il modo da spedire gli affari appartenenti a' loro Uffici, distribuendo a ciascuno ciò ch'era della sua incumbenza, come si legge nel suo diploma istromentato in Roma per mano di Bartolommeo di Capua, e rapportato non men dal Chioccarelli[388], che dal Tutini[389] nelle loro opere.
Questo medesimo istituto mantennero gli altri Re angioini suoi successori; e Carlo II istesso, partito che fu Carlo Martello per Ungheria a prender la possessione di quel Regno, elesse per Vicario Generale del Regno Roberto altro suo figliuolo[390]. Roberto innalzato al soglio, fece suo Vicario Carlo Duca di Calabria suo unigenito, del quale come Vicario abbiamo più Capitoli, ed una Costituzione fra' Riti della Gran Corte[391]. E negli ultimi tempi del Regno loro leggiamo ancora, la Regina Isabella essere stata creata Vicaria del Regno dal Re Renato suo marito, la quale nell'anno 1436 dirizzò una sua lettera a Raimondo Orsino Conte di Sarno Giustiziere del Regno, ed al Reggente della Gran Corte della Vicaria, che si legge tra' Riti della medesima[392].