Costui fu che, o a persuasione del Re di Francia, o per amor del paese nativo, in cambio di venire a coronarsi a Roma, trasferì la Sede Appostolica in Avignone, chiamando a quella città i Cardinali; dove poi con gran danno d'Italia si fermò per più di settanta anni, finchè Gregorio XI non la restituisse a Roma; ed a compiacenza di quel Re si coronò a Lione, ove intervennero egli, Carlo di Valois e molti altri Principi Oltremontani. Mandò poi il Papa tre Cardinali Legati in Roma colla potestà Senatoria, da' quali quella città e lo Stato fosse governato.
Da quest'anno 1305 fin al 1309 nel qual morì, il Re Carlo stette assai quieto nel Regno di Napoli, e si diede a magnificar questa città, ed agli altri studj di pace, come diremo. E parve che la fortuna gli rendesse per altra via quello, che di reputazione avea perduto con la pace fatta col Re Federico; poichè i Fiorentini per le civili discordie vennero a pregarlo, che mandasse in Fiorenza il Duca di Calabria, a cui da loro si profferiva il governo della città: come ne gli compiacque, e Fiorenza il ricevè come suo Signore. Andò poi il Duca a visitar il Papa in Avignone, e dopo maneggiate col medesimo alcune cose in beneficio de' Guelfi, cavalcò per la Provenza, dove que' Popoli gli fecero ricchissimi presenti, ed all'istesso tempo tolse la seconda moglie, che fu la figliuola del Re di Majorica del sangue Aragonese, cugina della Duchessa Violante sua prima moglie: e con volontà di Carlo suo padre congiunse col cognato primogenito di quel Re, Maria sorella sua quartogenita. Nè mancarono tra 'l maneggiare in Francia questi matrimoni, altre feste a Napoli, perchè il Re Carlo diede Beatrice sua figliuola ad Azzo Marchese di Ferrara, e conchiuse il matrimonio della figliuola del Valois col Principe di Taranto, per la qual donna si trasferirono il titolo e le ragioni dell'Imperio di Costantinopoli nella Casa del Principe di Taranto; poichè il Valois vedendosi fuor di speranza a poter fare quell'impresa, la delegò al Principe, facendolo suo genero, scorgendolo uomo bellicoso, e per ajuti, che potea dargli il padre, abile a fare in que' paesi qualche conquista. Il Tutini[490] rapporta queste ragioni essergli pervenute non già dalla figliuola del Valois sua seconda moglie, ma dalla terza, che fu Caterina figliuola di Balduino Conte di Fiandra ed Imperadore di Costantinopoli, e porta una carta d'investitura fatta dal Principe e da Caterina, che s'intitolano Imperadori costantinopolitani, per la quale creano Re e Despoto della Romania e dell'Asia minore, con tutti li Contadi, Baronie e isole adiacenti Martino Zaccaria, Signore dell'isola di Chio suo Consigliere, concedendogli tutte le prerogative regie e Despotali: che potesse bere in tazza d'oro, portare corona e scettro regio, scarpe rosse, con altre insegne regali, come più innanzi diremo.
CAPITOLO V. Napoli amplificata da Carlo II e resa più magnifica per edificii, per lustro della sua Casa regale, e per altre opere di pietà illustri e memorabili, adoperate da lui non meno quivi, che nell'altre città del Regno.
Inchinando questo Principe più agli studj di pace che a quelli della guerra, ed avendo così egli, come suo padre fermata la sede regia in Napoli, ed in conseguenza resala più numerosa di gente volle amplificarla; e fatti levare molti giardini, che avea intorno, fece in quelli far edificii, e allargando il recinto delle mura della città, fece più oltre trasferire le Porte, onde que' luoghi, che erano fuori, furono rinchiusi dentro: di che la città ricevè non picciola ampliazione; e per invitare altri ad abitarvi, fece franca la città d'ogni pagamento fiscale. Ordinò ancora a petizione della medesima, la gabella detta, del buon denaro, che fu molto grata a' cittadini servendo per riparazione delle strade, e per altri beneficii pubblici, come si vede ne' Capitoli del Regno sotto l'anno 1306[491]. Perchè in essa il traffico ed il commercio fosse più sicuro e frequentato, per sicurezza delle navi fece edificare il Molo, che ora per l'altro più grande fatto a' tempi de' Re austriaci, appelliamo il Molo piccolo[492]. Alcuni anche scrissero, che facesse egli edificare il castel di S. Eramo, chiamato così da una picciola Chiesetta, che prima era sopra quel Monte dedicata a questo Santo, ancorchè il Collenuccio, ed altri vogliano, che quella fabbrica fosse stata opera di Roberto suo figliuolo. Stabiliti in questa città quei due grandi e supremi Tribunali della G. Corte, e l'altro del Vicario, per maggior comodità de' Giudici e de' litiganti fece fabbricare appresso il Castel Nuovo con grandissima spesa un Palazzo, nel qual doveano quelli reggersi, siccome tutti gli altri Tribunali di giustizia[493]; li quali da poi essendo stato dalla Regina Giovanna I quel palazzo converso in tempio ad onore della Corona di Cristo, furono trasferiti nel tenimento della Piazza di Nido nell'Ospizio del Comune di Venezia, siccome il Tutini[494] raccoglie da uno istromento stipulato nell'anno 1431 ove si leggono queste parole: In quo Hospitio M. C. Magistri Justitiarii Regni regebatur et regitur ad praesens. Indi si portarono nella strada di S. Giorgio Maggiore in un palazzo attaccato al campanile di quella Chiesa, il qual fin oggi ritiene il nome di Vicaria vecchia; insino che ne' tempi di D. Pietro di Toledo nell'anno 1540 non si fossero tutti ridotti nel Castel capuano, ove oggi per l'infinito numero de' litiganti, Giudici ed Avvocati s'ammira per una delle cose più stupende, non pur d'Italia, ma di tutta Europa.
Non mancò ancora, per render questa città vie più magnifica di ciò che avea fatto suo padre, di ampliare i privilegi all'Università degli studj, e per maggiormente illustrarla, di chiamare a quella i più rinomati Professori d'Italia, invitandogli con grossi stipendii. Così nell'anno 1296 fece venire da Bologna Dino de Muscellis celebre Giureconsulto con salario di cento once d'oro l'anno[495]. Richiamò ancora da Bologna Giacomo di Belviso, dandogli l'istessa provisione, che suo padre gli avea stabilita di 50 once d'oro l'anno. Nel 1302 con grosso stipendio fece venire ad insegnare in quest'Università il Jus Canonico Maestro Benvenuto di Milo Canonico di Benevento, e celebre Canonista di que' tempi, che fu Maestro del famoso Biase di Morcone[496]. V'invitò ancora nell'anno 1308 Filippo d'Isernia famoso Legista a leggervi il Jus Civile. E poichè in que' tempi praticavasi il lodevol istituto, osservato oggi in Ispagna, che i Professori dalle cattedre passavano alle toghe ed alle mitre, si vide da poi il Canonista Milo fatto Vescovo di Caserta: e Filippo d'Isernia Consigliere del Re, ed a' tempi del Re Roberto Avvocato Fiscale. Richiamò ancora a leggervi Medicina Filippo di Castrocoeli, con accrescergli il salario, che suo padre gli avea prima assignato d'once 12 insino ad once 36 d'oro l'anno. Furonvi ancora chiamati a leggervi logica, Accorsino da Cremona, celebre in que' tempi per le arti liberali, ed altri insigni Professori per l'altre Scienze[497]. E perchè ritenesse quello splendore e lustro, che Federico II aveale dato, rinovò la proibizione fatta dal medesimo a' Professori di non potere sotto pena di 50 once d'oro leggere in privato, o in altro luogo, eccetto solo in quella Università pubblicamente: di che nei regali registri de' suoi tempi se ne leggono molti divieti[498]. Per la qual cosa avendo presentito, che in Solmona alcuni s'erano dati a leggere Jus Canonico, fu da questo Principe ad istanza de' Lettori napoletani spedito rigoroso ordine, che subito se n'astenessero, spettando ciò solo all'Università degli studj di Napoli[499].
Rese anche adorna non meno questa città, che il Regno, per le magnifiche chiese ed ampi monasterii, che parte vi costrusse di nuovo, e parte ampliò. Oltre d'aver ridotto a perfezione, ed in più ampia forma l'Arcivescovado di Napoli e la Chiesa di S. Lorenzo, a cui unì un ben grande Convento di Frati Conventuali di S. Francesco; opere incominciate da suo padre ma non già ridotte a fine; fondò egli di nuovo la Chiesa ed il convento di S. Pietro Martire de' PP. di S. Domenico. L'altra ch'egli nominò della Maddalena, ancorchè ritenesse il nome di S. Domenico per li Frati di quell'ordine, e per essere consecrata a quel Santo. Quella di S. Agostino[500], e l'altra di S. Martino sopra il monte S. Eramo: se bene di quest'ultima i più accurati Scrittori ne facciano autore Carlo Duca di Calabria suo nipote[501].
In Aversa edificò a' Frati di S. Domenico la chiesa e convento sotto il titolo di S. Luigi Re di Francia suo zio, dotandola di ricchissime rendite. Ma ove più rilusse la pietà insieme e la magnificenza di questo Principe fu in quelle tre celebri Chiese del Regno, cioè in quella di S. Niccolò in Bari, nell'altra di Santa Maria in Lucera, e in quella già prima fondata dall'Imperador Federico II in Altamura; nelle quali è da notare, che i Pontefici romani furono cotanto profusi in concedere non meno a' nostri Re angioini, che a lor riguardo a queste Chiese tanti privilegi e prerogative, che quasi scambievolmente comunicandosi il lor potere, siccome i Re erano profusi in donare a quelle beni temporali, così essi gli cumulavano di preminenze e favori spirituali.
§. I. Della Chiesa di S. Niccolò di Bari.
La regal chiesa di S. Niccolò di Bari, siccome fu narrato ne' precedenti libri di quest'istoria, ebbe il suo principio nell'anno 1087 nel quale alcuni mercatanti baresi da Mira città della Licia trasportarono nella lor Patria il Sacro Deposito. Urbano II nella fine di settembre del 1089 accompagnato da gran numero di Cardinali e di Vescovi, li quali insieme con lui erano intervenuti nel Concilio ragunato in Melfi, dedicò solennemente l'altare maggiore della chiesa inferiore, ove ripose le sacrosante Reliquie, conforme egli medesimo ne fa piena testimonianza in una sua Bolla spedita in Bari a' 9 ottobre 1089 secondo anno del suo Pontificato, riferita dal Baronio e dall'Ughello.
Fin dal tempo della sua fondazione, fu quella chiesa edificata nel palazzo antico de' Capitani, li quali mentre governarono la Puglia in nome degl'Imperadori d'Oriente, fecero in esso la loro residenza: tolta poi da' Normanni la Puglia a' Greci, passò in potere di Roberto Guiscardo primo Duca di Puglia, ed appresso, di Ruggiero suo figliuolo, la qual Chiesa fu libera ed esente fin dal suo principio della giurisdizione dell'Ordinario, del che fanno bastantissima fede il privilegio concedutole da Alessandro Conte di Cupertino e di Catanzaro per ordine di Ruggiero Re di Sicilia, che si legge presso Ughello medesimo, la celebre Bolla di Pascale II indirizzata ad Eustachio II Abate, che succedè al primo cotanto rinomato Elia, ottenuta per intercession di Boemondo Principe d'Antiochia e Signore di Bari fratello di Ruggiero nell'anno 1106[502], e le Bolle di Bonifacio VIII dell'anno 1296[503], di Clemente V, Paolo III, Pio V ed altri romani Pontefici[504].