A questo Principe adunque devono i nostri Re quelle tante prerogative e preminenze acquistate non men per fondazione e dotazione, che per privilegi dei Sommi Pontefici, delle quali oggi sono essi in possesso, onde sono reputati capi e moderatori di questa chiesa, ch'è di Regia collazione; conferiscon essi il Priorato e l'altre dignità di quella, e vi stabiliscono un Giudice d'appellazione, il qual'è il Cappellano Maggiore, che riveda i processi del Priore e del Tesoriere, con totale independenza dall'Arcivescovo Ordinario di Bari.

Secondo l'antica disciplina della Chiesa, tutte le basiliche, che si costruivano nella diocesi del Vescovo, erano sotto la sua potestà[514]. Ma sin da' tempi di Carlo M. i Pontefici romani cominciarono per mezzo di loro privilegi ed esenzioni, a mutare l'antica polizia: e per invogliare maggiormente i Principi ad arricchire le Chiese di beni temporali, e rendersegli vie più devoti e soggetti, concedevano ad essi ed alle Chiese, che fondavano, ampi privilegi e prerogative, comunicandosi scambievolmente i loro poteri. Ma in ciò sempre i Principi vi perdevano, perchè arricchite e fondate, ch'essi aveano le Chiese, sorgevano delle grandi contese con gli Ordinarii, e non si disputava sopra i beni donati, acquistati già alla Chiesa, ma sopra i privilegi loro conceduti: i Pontefici che s'arrogano la potestà d'interpretargli, moderargli e sovente anche di rivocargli, eran sempre dalla parte degli Ordinarii; e quando ciò lor non riusciva, tiravano almeno il litigio in Roma, ed essi ne prendevan la conoscenza. Di che potranno esser bastanti prove le gravi ed ostinate contese insorte per ciò tra il Priore di questa chiesa e l'Arcivescovo di Bari, le quali, non ostante tanti privilegi ed esenzioni, per lo corso non meno che di ducento anni, non vi è stato modo di poterle affatto estinguere[515]. Siccome non furono minori per le stesse cagioni li contrasti nati fra l'Arciprete d'Altamura col Vescovo di Gravina, e per l'altre Chiese di regia collazione. Ciocchè dovrebbe essere documento non meno a' Principi, che a' privati, di lasciare alla Chiesa ed a' suoi Ministri ciò che a loro s'appartiene, e non intrigarsi in tali faccende, e nell'andar regolando Capitoli e confratanze, come se loro non restasse niente da fare attendendo a' loro proprii impieghi; perocchè la sperienza n'ha dimostrato, che tali cose se bene da principio s'intraprendono per impulsi di divozione, da poi riescono di vanità, dove non vi è niente dello spirito, e tutto del mondo e della carne. Ed all'incontro i Preti ed i Monaci da poi ch'essi avranno arricchite le chiese e le cappelle, vogliono amministrar le rendite, dimandarne conto, ed aver coloro, che voglion prenderne cura, per loro ligi e sudditi, con tirargli per l'orecchie dove la lor ambizione e la loro avarizia gli portano.

Ciò che dovrebbe ancora condannare l'istituto pur troppo da un secolo in quà frequentato in questa città e Regno di tante Confraterie di secolari e d'artigiani, li quali invece d'attendere a' loro mestieri, ed adempiere le parti della giustizia in non fraudare con inganni il prossimo, si mostrano tutti ardenti di devozione nelle loro cappelle e Confraterie, e cotanto si compiaciono d'una processione, di portare stendardi, croci, turibuli e torchi, e di proccurar da Roma divise pei loro abiti, le quali molti se le procacciano di colori di porpora per mostrarsi nelle funzioni più vistosi, e tanto si gonfiano d'un titolo di Priore, di Primicerio o Assistente, che credono con ciò aver ben soddisfatto all'ufficio di buoni Cristiani. E la meraviglia è, che da poi che la domenica avranno nelle loro Congregazioni intonato bene l'ufficio, sentito il sermone del Padre, e girato attorno per la città con croci e stendardi; il lunedì la mattina tornando nelle loro botteghe, non perciò al primo, che vi capita, non cercano ingannarlo, e con frodi e menzogne circonvenirlo ne' prezzi delle robe o ne' lavori di mano.

Quindi i Preti ed i Frati, riputandogli non in tutto secolari, se accade lite per precedenza, per custodia de' vasi e d'ornamenti, per amministrazione, conti o altro, vogliono essi riconoscere di queste cause, e gli tirano al Foro ecclesiastico, tenendo erette per ciò particolari Congregazioni, onde si sentono tutto il giorno contrasti non meno ne' Tribunali ecclesiastici, che avanti il Delegato della regal giurisdizione, e quando dovrebbero attendere a' loro lavori, perdono le giornate intere dietro a queste frasche. Ciò che ben loro sta, perchè quando a ciò potrebbero essere sufficienti i loro Parochi, essi, come se vi fosse scarsezza di Preti e di Monaci, vogliono intrigarsi in tali funzioni, e non conoscono, che da poi che vi avranno consumato il tempo e le loro sostanze, niente profittano nello spirito, nè migliorano di costumi, anzi vivono in continue soggezioni ed in continui contrasti, che cagionano fra di loro odj e rancori, e sovente anco gravi inimicizie e disordini.

§. II. Della chiesa di S. Maria di Lucera.

Dappoichè Re Carlo ebbe sconfitto Manfredi, e debellati i Saraceni, che teneva a' suoi stipendj, il misero avanzo di quelli ricovrossi in Lucera di Puglia, ed in quel castello si fortificarono; ed ancorchè il Regno si fosse per Manfredi interamente perduto, renduti che furono, ricevettero a buon patto da quel Re di poter quivi abitare colle loro famiglie; ma Carlo suo figliuolo come Principe pietoso e zelantissimo della fede cattolica, conoscendo, che per l'abitazione di questi Infedeli in quella città, il culto Divino era vilipeso, la chiesa cattedrale poco men che ruinata, e la religione in pessimo stato ridotta, si risolse discacciargli affatto, come fece, ed invitarvi nuovi abitatori Cristiani; ed affinchè la città tosto si popolasse, assegnò a' nuovi abitatori Cristiani molte terre, ripartendole secondo la qualità e condizione degli abitanti; ed affinchè la città in cotal maniera purgata, si reputasse tutta nuova, volle ancora, che non più si chiamasse col nome antico di Lucera, ma di Santa Maria, titolo della sua cattedral Chiesa. Perchè questa Chiesa era posta in luogo meno frequentato, e fuori della città, e minacciava ruina, ed avea così picciole facoltà, che il Vescovo di quella non poteva sostentarsi conforme ricercava la dignità Pastorale, e per la povertà dell'entrate pativa anche difetto di Ministri; Carlo II la trasferì dentro la città, costruendone una più magnifica, con ordinare nel 1303 al Castellano della vecchia Fortezza di quel castello, che dasse certo metallo rotto, che ivi era per farsene una campana[516]. La dotò d'ampie e ricche entrate; e nello stesso anno gli donò cento once d'oro l'anno sopra le rendite sue regali, che teneva in quella città, per sostentamento de' Canonici, che accrebbe sino al numero di venti, con obbligo di quivi risedere, ed assistere alli divini Uffici tanto di notte, quanto di giorno, da dividersi fra di loro le rendite, che assegnava, egualmente, in maniera che ciascuno avesse cinque once d'oro l'anno in beneficio, ovvero prebenda. Si riserbò per se e suoi successori nel Regno la collazione de' Canonicati suddetti per la metà, e la restante parte, che fosse del Vescovo, in modo che quello, che primo vacherà sia a collazione del Re, e quel che vacherà la seconda volta sia del Vescovo. Oltre a ciò instituì nella medesima Chiesa le dignità di Decano, Arcidiacono, Tesoriero e Cantore, assegnando per ciò trenta once di oro l'anno, e che fossero di regia sua collazione[517].

Il Pontefice Benedetto XI lodando la pietà e munificenza del Re, per mezzo d'una sua Bolla spedita a' 28 novembre dello stesso anno 1303 approvò e confermò l'istituzione, concedendo al Re Carlo e suoi eredi e successori di presentare al Vescovo le persone, ch'egli volea innalzare al Decanato, Archidiaconato e Cantoria, le quali dovesse il Vescovo istituire e confermare. Gli concedè ancora di poter in luogo del Papa conferire la metà delle prebende di sopra accennate quando vacherebbono, con poter anche conferire le altre dignità. Di vantaggio, se occorresse crear altre prebende, che potesse egli farlo, con riserbarne l'altra metà al Vescovo e suoi successori, quando vacheranno. Ed in fine, per ispezial favore, ancorchè per le convenzioni passate con Carlo suo Padre si fosse tolto l'assenso, che prima era necessario nell'elezioni dei Vescovi; gli concedè, che occorrendo eleggersi il Vescovo di questa città, debbia il Capitolo, prima di domandare la confermazione di quello, ricercare l'assenso dei Re e suoi successori, e non si possa l'Eletto confermare, se prima non sarà ricercato detto assenso; come si legge nella Bolla trascritta dal Chioccarelli, della quale non si dimenticò Tommasino[518], con rapportarne anche le parole. Ciò che si vede essersi praticato anche a tempo del Re Alfonso I come per due carte di questo Re, una scritta al Vicario di Napoli nel 1450, e l'altra al Pontefice, rapportate dal Chioccarelli[519].

Non soddisfatto questo Principe di ciò, nel seguente anno 1304 volle maggiormente arricchire questa Chiesa da lui fondata, donando a Stefano Vescovo di quella città e suoi successori le terre dell'Apricena, Palazzuolo e Guardiola poste nella provincia di Capitanata, e glie le concedè in feudo nobile, contento solo del giuramento di fedeltà, senz'altro servizio personale o reale, eccetto che ogni anno il Vescovo e suoi successori fossero tenuti dare al Re un bacile d'argento con 25 libbre di cera, cioè in un anno nella festività del Natale di N. S., ed un altro nel dì della Pentecoste; il qual bacile anche solevasi restituire al Vescovo per doverlo convertire in vasi d'argento per divin culto della Chiesa suddetta. Stabilisce inoltre, che vi siano in detta Chiesa il Decano, l'Arcidiacono, il Tesoriero, il Cantore, ed oltre i Canonici, otto Cherici: che il Decano abbia ogni anno quindici once di oro, l'Arcidiacono altrettante, il Tesoriero dodici once, il Cantore altrettante, e gli otto Cherici ciascheduno d'essi quattro once; ed il Tesoriero abbia anche quattro once pei lumi. Comanda che queste somme se gli paghino dalla Bagliva e da altri diritti ed entrate regali, che la regia Corte possiede in detta città; e vuole, che le dignità di Decano, Arcidiacono, Tesoriero e Cantore quando vacaranno, si conferiscano dal Re e suoi successori; però la metà de' Canonicati si conferisca dal Re, e la restante metà dal Vescovo alternativamente nella maniera detta di sopra: che gli altri Cherici s'ordinino dal Vescovo; che il Decano abbia da dare al Re e suoi successori ogni anno per se e Capitolo dodici libbre di cera; e che le persone, che avranno dette dignità e Personati, debbano insieme colli Canonici eleggere il Vescovo, con doverne presentare al Re l'elezione, e ricercare il suo assenso. Il qual privilegio nel seguente anno fu confermato da Carlo stesso, e nel 1332 da Roberto suo figliuolo[520].

Siccome Carlo II statuì nella Real Chiesa di Bari, che nel celebrare ivi i divini Ufficii, si osservasse il rito Franzese; così parimente volle, che si praticasse in questa chiesa di S. Maria di Lucera; onde a' 25 novembre dell'anno 1307 scrisse al Vescovo e Capitolo di quella città, dicendo loro, che desiderando che in questa sua Chiesa da lui fondata si facesse progresso non meno nelle cose temporali, che spirituali, voleva perciò, che si governasse secondo le approvate consuetudini delle chiese cattedrali del Regno di Francia; onde ordinò loro e prescrisse alcuni riti, che si osservavano in Francia circa il celebrare l'Ufficio divino ed altre cerimonie di Chiesa[521].

Ritengono per tanto i nostri Re ancora oggi queste preminenze sopra la Chiesa di Lucera, se non che sin da' tempi d'Alfonso venne loro contrastato (non ostante la Bolla di Benedetto XI) l'assenso ricercato nell'elezione del suo Vescovo, il quale ora si è proccurato con varii maneggi e trattati di toglierlo affatto; siccome dall'altra parte furono tolte al Vescovo le terre, che da questo Principe furon concedute, ond'è, che ora è sciolto dal tributo del bacile d'argento e della cera.