§. III. Della chiesa d'Altamura.

La Chiesa d'Altamura, ancorchè fondata dall'Imperadore Federico II, e per suo privilegio spedito in Melfi l'anno 1282 confermato da poi da Innocenzio IV per la sua Bolla data in Lione l'anno 1248, fu resa esente dalla giurisdizione di qualunque Ordinario: con tutto ciò Carlo II ne prese la protezione, allorchè Sparano da Bari Protonotario del Regno, sotto colore che il Re Carlo suo padre gli avesse donato Altamura, tentava appropriarsi anche questa Chiesa, ch'era di jus patronato regio; onde scrisse nell'anno 1292 con molta premura a Carlo Martello suo figliuolo Re d'Ungheria, che comandasse al Protonotario di non impacciarsi a cosa veruna appartenente a questa Chiesa, per essere sua cappella regia, e si guardasse molto bene a non provocarlo ad ira; anzi ordinò, che non portasse rispetto in modo alcuno al suddetto Sparano in eseguire subito suoi ordini[522]. Maggior protezione ne prese quando il Vescovo di Gravina tentò di sottoporla alla sua giurisdizione. Egli nell'anno 1299 commise al Vescovo di Bitonto ed a Lupo Giudice della medesima città, che portandosi di persona in Altamura esaminassero la pretensione del Vescovo; e dopo matura discussione, d'accordo compose egli la contesa, stabilendo, che la chiesa suddetta fosse Cappella Regia; che la collazione appartenesse al Re; che fosse colle sue cappelle e Clero esente; e che la giurisdizione spirituale contenziosa in Altamura, spettasse all'Arciprete: quella che appartiene all'ordine Vescovile spettasse al Vescovo, al quale parimente il Re Carlo donò sette once d'oro l'anno in perpetuo[523].

Dichiarata questa chiesa cappella regale, ed esente dalla giurisdizione dell'Ordinario, si proccurò poi dai Re successori di Carlo d'illustrarla con altre prerogative; onde nell'anno 1485, a richiesta di Pietro del Balzo Principe allora d'Altamura, s'ottenne da Innocenzio VIII Bolla, ovvero privilegio per cui fu innalzata da Parrocchiale ch'era, in Collegiata, con tutte l'insegne e dignità collegiali: fu conceduto ancora di potervi quivi creare nuove dignità, cioè d'Archidiaconato, Cantorato, Primiceriato e Tesorierato, con la creazione di ventiquattro Canonici, la provvisione dei quali si diede all'Arciprete. Fur concedute al medesimo le ragioni e preminenze Vescovili, il portar il Roccetto, la Mitra, l'anello e tutte le altre insegne Pontificali: di dare la solenne benedizione, colla potestà ancora di conferire gli Ordini minori alli suoi sudditi, e la superiorità e punizione circa tutti i Preti, e d'assolvere tutti i suoi Parrocchiani e sudditi di tutti li casi Vescovili. E poichè i Pontefici romani s'arrogavano ancora la potestà d'ergere le terre e castelli in città quando vi creavano un Vescovo; Innocenzio innalzando il suo Arciprete quasi al pari d'un Vescovo, dichiarò egli Altamura città, e comandò che ne' futuri tempi tale dovesse nominarsi, come si legge nella sua Bolla, rapportata dal Chioccarelli[524].

Innalzata a tale stato la Chiesa d'Altamura ed il suo Arciprete, quindi è che oggi i nostri Principi vantino questa singolare e grande prerogativa di crear essi l'Arciprete senz'altra provvisione del Papa, il quale, ottenute le lettere regie di sua provvisione, esercita giurisdizione nel suo territorio sopra i Preti e Cherici di quella Chiesa e suoi sudditi, e gode di tutte le ragioni vescovili, e di tutte l'altre prerogative di sopra rapportate; poichè quantunque i nostri Re abbiano la presentazione di molte chiese cattedrali, nominando essi molti Vescovi ed Arcivescovi ancora, nulladimanco non la sola loro presentazione e nomina gli fa tali, ma vi bisogna ancora la provvisione del Papa, che gli ordini e confermi nelle loro Sedi, ciò che non si richiede nell'Arciprete d'Altamura; ond'è avvenuto che i nostri Re non abbiano mai permesso, che questa Chiesa da collegiata passasse in cattedrale, ed il suo Arciprete da tale passasse ad esser Vescovo.

Ma con tutto che il privilegio di Federico II confermato da Innocenzio IV, la provvisione del Re Carlo II, e la Bolla d'Innocenzio VIII avessero favorito tanto questa Chiesa, non furono però bastanti d'evitar le contese, che dal Vescovo di Gravina, favorito da Roma, si posero negli ultimi tempi, intorno l'anno 1605, di nuovo in campo; poichè pretese visitare l'Arciprete e la sua Chiesa, e n'avea già ottenute provvisioni da Roma; ma essendosegli impedito di potersene valere, fece egli pubblicare per iscomunicati il Capitolo ed il Reggimento di Altamura, ed affisse cedoloni d'interdetto a tutta la città, che si componeva non meno di 18 mila anime: e furono con tanto ardore sostenute queste contese dal Vescovo col favore di Roma, che per gran tempo furono impiegati i più gravi personaggi e più cospicui Ministri del Re per sedarle, le quali dopo il corso di 22 anni furono finalmente composte con dichiararsi che nella visita, che s'era concordato con S. M. che potesse fare il Vescovo, come Delegato della Sede Appostolica, potesse solamente provvedere e correggere, e non gastigare o punire; e che non si permetta al Clero d'Altamura d'avere un Giudice d'appellazione in partibus per li decreti e sentenze che s'interpongono dall'Arciprete, ma, come era stato solito, dovesse appellarsi alla Corte del Cappellano Maggiore. Ebbe gran parte in quest'affare il Consigliere Giovanni Battista Migliore mandato con tal incombenza in Roma dal Cardinal Zapatta allora Vicerè, per la vigilanza del quale dopo essere stata interdetta la città 18 anni, e scommunicati il Capitolo e Reggimento della medesima, si pose a tal negozio fine, riputato di grandissima importanza. Gli atti di questa controversia, e molte consulte ed allegazioni fatte per la medesima, insieme col Breve di Papa Gregorio XV, col quale si conferma la transazione, ed accordo seguito sopra queste differenze, si leggono presso Chioccarello nel tomo 6 dei suoi MS. giurisdizionali.

Tengono i nostri Principi del Regno molte altre chiese e cappelle di regia collazione, e Carlo II nell'anno 1300 ordinò, che di loro se ne formasse un distinto e compito inventario; dal cui esempio gli altri Re suoi successori, e particolarmente negli ultimi tempi il Re Filippo II, si mossero per conservarne memoria, di ordinarne altri più esatti. Per aver essi dai fondamenti erette molte Chiese ed altre dotate d'ampissime rendite, furono meritevoli di tal prerogativa; e siccome il fondamento, dove s'appoggia il diritto, di cui godono i Serenissimi Re di Spagna di presentar i Vescovi alle chiese cattedrali, non è altro, come dice il Vescovo Covarruvias[525], se non perch'essi le fondarono e dotarono; così i nostri Re, perchè, siccome si è potuto notare da' precedenti libri di quest'istoria, e da quel che si dirà ne' seguenti, moltissime Chiese ancor essi a loro spese fondarono, e di grandi entrate dotarono: quindi o per concessione de' Sommi Pontefici, o per consuetudine e prescrizione immemorabile[526], ottennero che le medesime fossero di loro collazione, senza che nel provvederle avesser bisogno del ministero del Vescovo o del Papa istesso[527]. Ciò che non dee recar maraviglia, particolarmente nelle persone de' Re, i quali non sono riputati puramente Laici; poich'essendosi da molti secoli introdotta tra' Principi cristiani quella spiritual cerimonia, che mentre si incoronano per mano de' Vescovi, sogliono anche ungersi col sacro olio, s'è riputato perciò che questa sacra unzione rendesse le lor persone sacrate, e capaci di tali e simili prerogative e dignità[528].

Quindi è nato, che nel Regno i nostri Principi, oltre la presentazione che tengono in moltissime chiese di patronato regio, eziandio in alcune chiese cattedrali, delle quali si parlerà a più opportuno luogo, tengono la collazione di molte chiese e cappelle regie fondate da essi e dotate di loro rendite, siccome in Napoli la chiesa di S. Niccolò del porto, ovvero del Molo, di S. Chiara, di S. Agnello, di S. Angelo a Segno, di S. Silvestro, e de' SS. Cosma e Damiano, di S. Severino piccolo e moltissime altre. E nel Regno in tutte le sue province, come in Lecce la cappella della Trinità, la cappella di S. Angelo posta nel castello della medesima città ed altre: in Apruzzo la Badia di S. Maria della Vittoria: nella Diocesi di Sarno la Badia di S. Maria di Real Valle: in Salerno la cappella di S. Pietro in Corte, di S. Cattarina ed altre: in Bari la badia di S. Lionardo: in Barletta la chiesa di S. Silvestro: nella diocesi di Sora la chiesa di S. Restituta di Morea: in Montefuscoli la chiesa di S. Giovanni: nella Diocesi di Nardò la chiesa di S. Niccolò di Pergolito: in Catanzaro le cappelle di S. Maria e di S. Giovanni Battista, e tante altre che possono vedersi presso il Mazzella[529], e negli inventarii fatti d'ordine di Carlo II e di Filippo II, rapportati dal Chioccarello nel sesto volume de' suoi MS. giurisdizionali.

CAPITOLO VI. Della Casa del Re: suo splendore e magnificenza; e de' suoi Uffiziali.

Non fu veduta in alcun tempo la casa regale di Napoli in tanta magnificenza e splendore, quanto nel Regno di questo Principe; o si riguardi il lustro della numerosa sua regal famiglia, e la grandezza de' suoi Baroni, ovvero il numero e splendore degli Ufficiali della Corte: ciò che innalzò cotanto non pur la città di Napoli, ma tutto il Regno, e lo rese famoso sopra tutti gli Stati di Europa.

Vide il suo primogenito Carlo Martello Re d'Ungheria e costui morto, Caroberto di lui figliuolo e suo nipote, sicuro Re di quel Regno, avendo debellato gli avversarii suoi. Tutti gli altri suoi figliuoli vide innalzati alle supreme grandezze; perchè Lodovico secondogenito, quantunque nella sua giovanezza fossesi fatto Frate minor Conventuale a S. Lorenzo di Napoli, fu poi creato Vescovo di Tolosa, e da poi per la santità della sua vita fu da Papa Giovanni XXII posto nel catalogo de' Santi Confessori. Roberto suo terzogenito che gli succedè nel Regno, fu Duca di Calabria, Vicario del Regno ed ebbe il supremo comando delle sue armate. Si reputò quindi a' più prossimi alla successione del Regno convenirsi meglio il titolo di Duca di Calabria che di Principe di Salerno: poichè Carlo II tenendo molti figliuoli, ed avendone decorati alcuni col titolo di Principe, come Filippo che fu fatto Principe di Taranto, Tristano Principe di Salerno e Giovanni Principe d'Acaja, si stimò che fosse più proprio e decoroso, a chi dovea succedere nel Regno, darsi il titolo di Duca di Calabria: titolo antico preso da' primi Normanni e che non una città, ma due ampie province abbracciava. Quindi s'introdusse che ai primogeniti de' nostri Re, che debbon succedere al Regno, tal titolo si dasse; e siccome in Francia al primogenito si dà il titolo di Delfino, in Ispagna di Principe d'Asturia, così nella casa regale di Napoli, colui che teneva il primo grado nella successione, era chiamato Duca di Calabria; ond'è che Roberto così facesse nomare il suo primogenito Carlo che gli dovea succedere nel Regno: e così praticarono tutti gli altri Re aragonesi; ed unito poi questo Regno alla Corona di Spagna, quindi avvenne che i primogeniti de' Re di Spagna si dicessero non meno Principi d'Asturia che Duchi di Calabria.