I nostri Dottori cominciarono poi a commentarle, e non passarono 44 anni da che furono da B. di Capua compilate, che surse Napodano Sebastiano di Napoli, il quale fu il primo ad impiegar intorno a quelle i suoi talenti nel Regno di Giovanna I, pronipote di Carlo nell'anno 1350. Fiorì egli ne' tempi di quella Reina, ed era riputato per uno de' bravi nostri Professori: era egli Nobile napoletano, della famiglia Sebastiana, e non meno di Matteo d'Afflitto, che tirava la sua famiglia da S. Eustachio ed il Sannazaro da S. Nazario, ebbero i suoi la vanità d'ostentare che la sua parimente dipendesse da S. Sebastiano Maestro de' Soldati dell'Imperadore Diocleziano, ovvero, se questo fallisse, da quell'altro Sebastiano Pretore a' tempi dell'Imperadore Zenone; o pure quando tutto altro mancasse, da' Signori di Sebaste, città di Samaria[575]. Essendo Cancelliere il Vescovo di Fiorenza, Lettore degli Studii Lorenzo Poderico e Vice Protonotario del Regno Sergio Donorso, ebbe egli nel Collegio di Napoli pubblico esame; e datosi allo studio legale riuscì il primo della sua età. Si pose egli a commentar prima le Costituzioni e Capitoli del Regno: da poi per quella mortifera pestilenza che accadde in Italia nell'anno 1348, descritta con tanta vivezza ed eloquenza dal Boccaccio, avendo perduti tutti i figliuoli, per dar qualche conforto al suo dolore, ritirossi in una villa presso Napoli ed in quella solitudine si pose a commentar queste Consuetudini, e terminò le sue fatiche a' 5 aprile dell'anno 1351 come e' dice nel fine de' suoi Commentarii. Testifica Scipione di Gennaro[576], il qual fece alcune addizioni al Commento di Napodano, che aveva inteso da' loro più antichi che quella villa, ove ritirossi Napodano a far questo Commento, era quella appunto che a' suoi tempi si possedeva da D. Luisa Rossa vedova del Dottor D. Paolo Marchese, ch'è posta nel principio della strada, onde vassi a S. Martino.

Il Commento, che questo Giureconsulto fece alle Consuetudini, acquistò tanta autorità presso i nostri Dottori che tiene ora non inferior forza e vigore del testo medesimo delle Consuetudini, e non meno di quello venne da poi da' nostri Professori esposto e commentato o da alcune note illustrato. Undici anni dopo queste sue fatiche, propriamente a' 20 agosto dell'anno 1362 trapassò di questa mortal vita ed il suo cadavere giace sepolto nella Chiesa di S. Domenico Maggiore di Napoli, ove se n'addita il sepolcro[577].

Dopo Napodano, illustrarono queste Consuetudini o con note, o con addizioni ovvero con varie decisioni del S. C. della regia Camera e della G. C. della Vicaria, altri insigni Giureconsulti che fiorirono ne' seguenti secoli. I primi furono Antonio d'Alessandro Presidente, che fu del S. C. Viceprotonotario del Regno: Stefano di Gaeta: il celebre Matteo d'Afflitto: li Consiglieri Antonio Capece e Marino Freccia: il Consigliere e Presidente della regia Camera Diomede Mariconda: Antonino di Vivaya, e nell'anno 1518 Scipione di Gennaro; il quale avendo riscontrato l'esemplare ch'egli avea coll'originale di Napodano, le fece imprimere in Napoli colle addizioni, che nell'anno precedente avea fatte su 'l Commento di quello, ed è la più antica edizione che si trovi di queste Consuetudini.

Seguirono da poi altre edizioni con nuove Chiose e Giunte, come quelle fatte da' Consiglieri Vincenzo de' Franchis, Camillo Salerno, Antonio Barattucci, Bartolommeo Marziale, e Cesare Vitelli: da Coluccio Coppola, Gaspare di Leo, e Gio: Angelo Pisanello: da' Consiglieri Felice Scalaleone, Giacomo Anello de Bottis e Felice de Rubeis: dal Presidente della regia Camera Scipione Buccino, dal Reggente Francesco Revertero, da Tommaso Nauclero, da Provenzale, da Caputo, ed ultimamente da Carlo di Rosa, il quale in un volume raccolse quasi che tutte le costoro note ed addizioni.

Oltre a costoro, sursero pure nel passato secolo altri Scrittori, li quali, o per via di controversie, o di decisioni, o di consiglj, ovvero con trattati, largamente scrissero sopra queste nostre Consuetudini, fra' quali porta il vanto il celebre Molfesio, che più d'ogni altro in più volumi trattò di quelle, tanto che oggi ai nostri Professori il diritto appartenente a queste Consuetudini, si è reso una delle parti più necessarie per la disciplina forense, la quale non meno che l'altre ha le sue sottigliezze, ed i suoi intrighi, dove il numero di tanti Scrittori l'han posta, e richiedesi perciò somma dottrina, e perizia per ben maneggiarla.

L'esempio di Bari e di Napoli seguirono l'altre città del Regno: Aversa volle anche ridurre in iscritto le sue Consuetudini, che girano per le mani d'ognuno col Commento di Nunzio Pelliccia. Capua tiene pure le sue commentate da Flavio Ventriglia Gentiluomo capuano. Gaeta similmente ha particolari Consuetudini e Statuti. Amalfi e suo Ducato ebbe anche le sue particolari Consuetudini, le quali furono compilate dal Giudice Giovanni Agostaricci, che morì in Amalfi l'anno 1281 dove nell'antico Chiostro di San Andrea si vede il suo tumulo ed iscrizione[578]. Catanzaro tiene eziandio le proprie Consuetudini spiegate dal suo cittadino Giovan Francesco Paparo. E così di mano in mano l'altre città del Regno, delle quali non accade far qui un più lungo e nojoso catalogo.

In tanta grandezza avendo il Re Carlo II posta la città ed il Regno di Napoli, finalmente giunto al sessantesimoterzo anno di sua vita, soprapreso da febbre acutissima, dopo aver regnato anni 25 trapassò a' 5 di maggio dell'anno 1309 nel palagio chiamato Casanova fuori Porta Capuana, ch'egli avea fatto edificare lungi da Napoli 200 passi, ove abitar solea d'estate, per l'opportunità dell'acque del Sebeto, che entrando nella città, passavano per quello, il qual luogo divenuto poscia grandissima villa, ritiene sin a' nostri dì il medesimo nome, ancorchè dell'antico palagio non ne sia rimaso alcun vestigio.

(Carlo II un anno prima di morire fece in Marsiglia il suo testamento a' 16 Marzo 1308, nel quale istituì erede del Regno Roberto Duca di Calabria, chiamandolo suo primogenito, ed a Carlo suo nipote figliuolo del Re d'Ungheria, che fu suo primogenito, gli lasciò solo duemila once d'oro da pagarsegli per una sol volta dal Regno. Si elesse per sepoltura del suo corpo la chiesa del monastero di S. Maria di Nazaret in Provenza, e fece molte altre disposizioni intorno agli Stati del Contado di Provenza, di Forcalquer e di Pedemonte, ne' quali per non poter succedere le femmine in mancanza de' discendenti maschj di Roberto chiamò Filippo Principe di Taranto e di Acaja suo figlio e suoi discendenti maschj, sostituendo a questi altri maschj di primogenito in primogenito. Il suddetto testamento estratto dal real Archivio di Provenza fu impresso da Lunig[579]).

Non è memoria, come scrive il Costanzo, che fosse mai pianto Principe alcuno tanto amaramente, quanto costui, per gran liberalità, per gran clemenza, e per altre virtù, ond'era egli adorno. Per la sua liberalità fu comparato ad Alessandro M. e quanto nelle cose militari fu inesperto, altrettanto nelle cose civili e pacifiche fu eminente. Fu con regal pompa seppellito il suo cadavere nella chiesa di S. Domenico e non molto da poi fu trasferito in Provenza, e nel monastero delle Suore dell'Ordine de' Predicatori di S. Maria di Nazaret, edificato da lui in Arles, fu collocato[580]; ma il suo cuore, per ordine di Roberto suo figliuolo, fu fatto conservare in una Urna d'avorio e riporre in quella medesima chiesa in Napoli, dove oggi giorno da que' Monaci, memori d'aver questo Principe arricchito quel Convento, con molta religione e riverenza vien custodito.

FINE DEL VOLUME QUINTO