Morì Ladislao non avendo ancor compiti ventiquattro anni di Regno, come di lui cantò il Sannazzaro:

Mors vetuit sextam claudere Olympiadem: e visse trentanove anni. Nel suo regnare, come suole avvenire, che si siegua l'esempio del Principe, fiorirono le armi, e si diede bando alle lettere; perciò non leggiamo noi in questi tempi que' chiari Giureconsulti e tanti altri Letterati, che sotto il Regno di Roberto e di Giovanna sua nipote fiorirono. Le tante guerre in un Regno diviso, e dove sovente due regnavano, obbligavano i Popoli a tener più le armi in mano, che i libri; quindi non si vide, che per meglio stabilire il governo civile e politico, si pensasse a far nuove leggi, a riordinar i Tribunali e l'Università degli studj: di Ladislao solamente una legge abbiamo tra' Capitulari de' Re angioini; poichè i due Re contendenti, Luigi e Ladislao, tenea ciascuno la sua Corte ed i suoi Ufficiali; quindi nacque quella confusione, che osserviamo in questi tempi tra i sette Ufficiali della Corona, dei quali non potè tenersi certa e continuata serie e successione. Per quest'istessa cagione leggiamo ancora nello stesso tempo due G. Contestabili, due G. Protonotarj e così degli altri, e sovente mancare e poi esser l'Ufficiale rifatto e restituito, secondo mancavano o si restituivano nel dominio i Principi contendenti.

L'animo bellicoso ed invitto di Ladislao, siccome nel Regno restituì la disciplina militare, così l'accrebbe di Baroni, e non poco impoverì il regal patrimonio per tante vendite e concessioni di Feudi che fece; onde anche per questa parte si vide notabile cangiamento. Prima pochi erano i Baroni e molto più pochi i Conti. De' Duchi (poichè i Principati sol erano de' Reali, o di coloro al lor sangue congiunti) non s'intese altro, che quello d'Andria nella casa del Balzo e l'altro di Sessa nella casa Marzano: poi nel tempo, che corse dalla morte di Giovanna I al regno di Ladislao, alcuni Signori, che nutrivano genti d'arme, occupavano le Terre e si usurpavano i titoli a lor modo e tra costoro fra' Sanseverineschi fu Vincislao Sanseverino, il qual vedendo nella casa del Balzo e di Marzano questo titolo, s'usurpò anch'egli il titolo di Duca di Venosa. Tra' Signori Acquaviva l'istesso fece il Duca d'Atri, nella cui casa se bene il Marchese di Bellante, disceso da questo Duca, dicesse ad Angelo Costanzo, che nella Casa Acquaviva venisse il titolo di Duca per privilegio della Regina Giovanna II, che regnò alquanti anni da poi; nulladimanco prima di questo tempo scrive il Costanzo[261] trovar titolo di Duca in questa casa nel libro del Duca di Monteleone di carta e carattere tanto antico che si mostra che fu scritto a quelli tempi, siccome anche l'avea letto nelle Annotazioni di Pietro d'Umile che accuratamente scrisse le cose del Re Ladislao, e parte della Regina Giovanna II; ond'è che l'uno e l'altro sia verissimo, e che questo Duca d'Atri, che si trovò alla morte di Ladislao, e 'l padre, che fu Generale a Taranto, si fossero chiamati Duchi avanti, che ne avessero il privilegio dalla Regina Giovanna II. Ed è veramente cosa degna da notarsi, che tra le tante revoluzioni e cangiamenti, che per lo corso di più secoli abbiamo veduti in questo Regno, questa sola famiglia avesse ritenuto nella sua casa questo titolo, e col titolo anche il dominio di quelle medesime Terre, che li famosi gesti de' suoi illustri predecessori da tanti secoli s'aveano acquistate. Alcune altre, come quella di Sanseverino; i Ruffi del Contado di Sinopoli; i Capua del Contado d'Altavilla, ed altri, ritengono ancora questi titoli, cioè di Conti, come prima i loro antenati erano, non già di Duchi. Il Ducato di Andria, e l'altro di Sessa sono più antichi; ma da altre famiglie sono ora posseduti.

De' Marchesi, ancorchè nel resto d'Italia si cominciassero a sentire, nel nostro Regno non ve n'era alcuno; e solo nel Regno di Ladislao s'intese Cecco del Borgo Marchese di Pescara, e notò il Costanzo, che prima di costui non trovò, che altri avesse titolo di Marchese nel Regno di Napoli.

I Conti, ancorchè nel Regno, non meno degli Angioini, che de' Svevi e Normanni, fossero non pochi, ne' tempi di Ladislao si accrebbe molto il numero, de' quali il Summonte ne tessè lungo catalogo; ma per le tante concessioni di Feudi, che fece questo Principe, il numero di Baroni crebbe non poco. Oltre ad essere stato stretto sovente dal bisogno per mantener tante guerre, vendergli a prezzo vilissimo, era Ladislao fuor di misura liberalissimo; e quando aveva e quando gli mancava, non poneva mente nè a giusto, nè ad ingiusto per aver denari. Essendo amatore di uomini valorosi e dilettandosi spesso in continue giostre e giuochi d'arme, come quegli ch'era valentissimo in ogni spezie d'armeggiare; a colui, dal quale vedea qualche pruova, non si poteva mai saziare di donare e far onore. Quando la seconda volta trionfò in Roma, sentendo gli apparati di Re Luigi, che col favore del nuovo Pontefice Alessandro faceva per l'impresa del Regno, lasciando il Conte di Troja in Roma, se ne venne egli a Napoli a provveder di danari; e narra Angelo di Costanzo[262], che in quell'anno, secondo i registri che ritrovano, fece infinite vendite di terre e di castelli a vilissimo prezzo, non solo a Gentiluomini napoletani, ma a molti della plebe ed a Giudei poco innanzi battezzati. Vendè anche molti Ufficj ed insino al grado di Cavalleria, del che solea poi ridersi; e di alcune Terre faceva a persone diverse in un tempo diversi privilegi. Quando poi apparecchiossi alla guerra di Toscana, ritornò parimente in Napoli per far danari, e cominciò a vendere terre e castelli non solo di coloro, ch'erano giudicati e condennati per ribelli, ma di coloro eziandio, in cui non era una minima sospizione. Si vede nell'Archivio regio un registro grande di terre e castelli comprati da Gurrello Origlia per bassissimo prezzo, benchè il Re dicesse, che il più che valevano, il donava a conto di remunerazione. Ed è certamente cosa degna di ammirazione la grandezza di questo Gurrello, che in una divisione che fece tra' suoi figliuoli di quello che avea acquistato, si nominano tra città, terre e castelli più di sessanta, che di sei figli, non fu chi non ne avesse almeno otto; ma questa felicità ebbe pochissimo spazio di tempo, perchè la Regina Giovanna, che successe, gli spogliò d'ogni cosa. Parimente per farsi più benevolo Sforza donò a Francesco primogenito di lui Tricarico, Senisi, Tolve, Crachi, la Salandra e Calciano; la qual profusione si vide ancora praticata con gli Stendardi, Mormili ed altri, di cui Costanzo[263] fece lungo catalogo.

Per questa cagione avvenne, che quando prima pochi Conti erano, che possedevano Contadi e molti Baroni, allora si videro assai più Conti e moltissimi Baroni, non pur cittadini delle altre città principali del Regno, ma anche molte famiglie di Napoli, ancor che fuori de' Seggi, si videro aver Feudi e castelli; e quando prima della rovina di tanti gran Baroni sterminati da Ladislao, non erano più, che diciassette famiglie in tutti i Seggi, che avessero terre e castelli e quelle poche e piccole; nella morte sua si trovarono aggiunte più di ventidue altre famiglie, particolarmente di quelle di Porta Nova e di Porto; i gentiluomini de' quali Seggi furono da lui mirabilmente e quasi per istituto naturale favoriti; e ciò oltra di quelle che non erano ne' Seggi, le quali o per dono o per vendita si videro con Feudi e Baronie.

Di tre mogli ch'egli ebbe, Costanza di Chiaramonte da lui repudiata, Maria sorella del Re di Cipro e la Principessa di Taranto, con niuna generò figliuoli; perciò gli succedette nel Regno Giovanna sua sorella. Oltre a queste mogli, essendo un Principe libidinosissimo, ebbe ancora molte concubine, cioè la figliuola del Duca di Sessa, un'altra chiamata la Contessella, di cui il Costanzo non potè trovar nome, nè cognome; e queste le teneva nel Castel Nuovo, da dove non si partirono, nè tampoco quando si casò colla Principessa di Taranto, di ch'ella tanto mostrossi ingiuriata, non avendo fatto almeno tanto conto di lei, che avesse fatte appartare quelle e mandarle al Castel dell'Uovo, dove stava Maria Guindazzo altra sua concubina. Ne ebbe ancora altre di Napoli e di Gaeta, tenendo persone deputate a questo fine, che glie le provvedessero delle più vivaci e più belle a somiglianza de' Soldani d'Egitto e degl'Imperadori Ottomani d'oggi. Sua sorella Giovanna non volle in ciò essere riputata meno di suo fratello; onde da poi che rimase vedova del Duca d'Austria, si provvide anch'ella di concubini, tanto che possiam dire, che Carlo III di Durazzo e la Regina Margarita sua moglie avessero dati al mondo due portentosi mostri di libidine e di laidezza. Di tante concubine sol da una donna di Gaeta generò un figliuolo bastardo chiamato Rinaldo, che l'avea intitolato Principe di Capua, se ben senza dominio, il quale lo casò con una figliuola del Duca di Sessa. Costui nelle tante rivoluzioni, che avvennero nel Regno di Giovanna sua zia, non parendogli di stare più in Napoli si ritirò in Foggia, dove ben veduto dalla Regina menò i giorni suoi, e quivi morì e fu sepolto nella chiesa maggiore di quella città, nella stessa cappella, dove era stato in deposito il corpo del Re Carlo I ceppo della Casa d'Angiò. Rimasero di lui un maschio chiamato Francesco e molte femmine. Francesco ebbe un sol figliuolo, nominato anch'egli dal nome dell'avolo Rinaldo; il quale casato con Camilla Tomacella, poco da poi se ne morì e fu sepolto nella medesima cappella, dove il padre, che poco appresso lo seguì, gli fece ergere un sepolcro con epitaffio, trascritto dal Summonte[264], che ancor ivi si vede.

FINE DEL LIBRO VENTESIMOQUARTO.

STORIA CIVILE
DEL
REGNO DI NAPOLI

LIBRO VENTESIMOQUINTO