La morte del Re Ladislao pianta amarissimamente da tutti i Nobili napoletani e del Regno, che seguivano l'arte militare, dissipò in un tratto tutta quella buona disciplina e que' buoni ordini di milizia, che subito si rivolsero in una confusione grandissima; poichè, mancando le paghe, quasi tutti i soldati, lasciando i Capitani proprj, si ridussero sotto Fabrizio e Giulio Cesare di Capua e sotto i Caldori e sotto il Conte di Troja, li quali se gli condussero nelle Terre loro, e quivi sostentandogli aspettavano d'esser soldati da altre potenze, come alcuni d'essi fecero da poi. Ed in questo modo si dissipò in breve tutto quel grand'esercito, che militava sotto l'insegne di questo valoroso Re. E di tante Terre prese nella Campagna di Roma, solo si tenne Ostia e Castel di S. Angelo in Roma, in nome di Giovanna vedova del Duca di Austria, che il dì medesimo della morte di Ladislao suo fratello era stata da' Napoletani gridata Regina, senza che per allora si richiedesse investitura alcuna al Pontefice. Sforza avendo intesa la morte del Re venne in Napoli a trovarla e fermò la sua condotta con lei.
La città di Napoli, benchè si trovasse meno gran numero di Nobili della parte Angioina, li quali erano in Francia, e que' ch'erano in Napoli rimasi in gran povertà, nullamanco mentre vi regnò Ladislao stette pur molto in fiore, non solo per l'arte militare che era in uso con onore di tanti personaggi, ed utilità di tanti Nobili, che onoratamente viveano con gli stipendj; ma molto più gli Stati che in dono o in vendita avea Ladislao compartiti per le famiglie di tutti i Seggi e fuori di quelli ancora. Ma si scoverse subito nel principio del Regno della Regina Giovanna II tal mutazione di governo, che molti savj pronosticarono che in breve la parte di Durazzo non starebbe niente meglio dell'Angioina, con universale distruzione del Regno; poichè Giovanna, essendo Duchessa, s'era innamorata d'un suo Coppiere o come altri vogliono Scalco, chiamato Pandolfello Alopo, al quale secretamente avea dato il dominio della persona; quando poi si vide Regina, rotto il freno del timore e della vergogna, gli diede ancora il dominio del Regno, perchè avendolo creato G. Camerario, l'ufficio del quale come altrove fu detto, è d'aver cura del patrimonio e dell'entrate del Regno, e lasciando amministrare ogni cosa a suo modo, gli era quasi soggetto tutto il Regno. Ma praticando Sforza in Castello per trattar la sua condotta con la Regina, scherzando ella con lui molto liberamente, riprendendolo che non pigliava moglie: Pandolfello entrò in gelosia, perchè Sforza se ben'era di quarant'anni, era di statura bella e robusta, con grazia militare, atta a ponere su i salti la natural lascivia della Regina: e senza dar tempo che potesse passar più innanzi la pratica, disse alla Regina, che Sforza era affezionato a Re Luigi, e ch'avea mandato a chiamare le sue genti nel Regno, con intenzione di pigliar Napoli e se poteva il castello ancora e lei; e che quest'era cosa, che l'avea saputa per vie certissime e bisognava prestar provisione. La Regina non seppe far altro, che dire a lui, che provedesse e gli ordinò; che la prima volta, che Sforza veniva nel castello, se gli dicesse che la Regina era nella Torre Beverella; onde Sforza entrato là trovò tanti che lo disarmarono e lo strinsero a scendere al fondo dove stava Paolo ed Orso.
Quando questa cosa si seppe per Napoli, diede gran dispiacere alla parte di Durazzo, e massime a coloro ch'erano stati del Consiglio del Re Ladislao, i quali andarono tosto a dire alla Regina, che molto si maravigliavano, che col solo parere del Conte Pandolfello avesse fatto imprigionare Sforza tanto famoso e potente Capitano, dov'era necessario averne consiglio da tutti i savj di Napoli e di tutto il Regno, non solo degli altri della Corte, perchè ciò importava l'interesse non solo della sua Corona, ma di tutto il Regno, che anderia a sangue ed a fuoco, se le genti di Paolo si unissero con quelle di Sforza, per venire a liberare i loro Capitani. La Regina rispose che avea ordinato al Conte, che l'avesse conferito col Consiglio e che colui non avea avuto tempo da farlo per lo pericolo, ch'era nella tardanza; ma che avrebbe ordinato, che si vedesse di giustizia se Sforza era colpevole, e trovandosi innocente il farebbe liberare. Quelli fecero di nuovo istanza che si commettesse la cognizione della causa a Stefano di Gaeta Dottor di legge, e così fu ordinato.
CAPITOLO I. Nozze della Regina Giovanna II col Conte Giacomo della Marcia de' Reali di Francia.
Questo risentimento pose in gran pensiero la Regina e più il Conte Pandolfello, e tanto più, quanto che tutti quelli del Consiglio uniti sollecitavano la Regina, ch'essendo rimasa sola della stirpe di Re Carlo e di tanti Re, che aveano regnato centocinquanta anni, dovesse pigliar marito per aver figliuoli ed assicurar il Regno di quiete; e che il Regno stando in quel modo non potria tardare a vedersi in qualche movimento. A questo s'aggiunse, che le Feste di Natale arrivarono in Napoli Ambasciadori d'Inghilterra, di Spagna, di Cipri e di Francia a trattar il matrimonio, che indussero la Regina a risolversi. E perchè parea più opportuno il matrimonio dell'Infante D. Giovanni d'Aragona, figliuolo del Re Ferrante, di tutti gli altri matrimonj, perchè Ferrante possedea l'isola di Sicilia, donde poteva più presto mandare soccorso per debellare gli emuli della Regina: il Consiglio persuase, che si mandasse in Catalogna Messer Goffredo di Mont'Aquila Dottore di legge e Frate Antonio di Taffia Ministro de' Conventuali di S. Francesco a trattar il matrimonio, i quali furon tantosto in Valenza e lo conchiusero con gran piacere di quel Re. Ma quando gli Ambasciadori tornarono in Napoli, e dissero che l'Infante D. Giovanni, che avea da essere lo sposo non avea più che diciotto anni, e la Regina n'avea quarantasette, si mandò a disciogliere tutto quel, che s'era convenuto e si elesse il matrimonio del Conte Giacomo della Marcia de' Reali di Francia, ma molto rimoto alla Corona; giudicando che potrebbe trattar con lui con più superiorità, che con gli altri, che verrebbero con più fasto e superbia, e patteggiò col di lui Ambasciadore, che s'avesse ad astenere dal titolo di Re, e chiamarsi Conte e Governador Generale del Regno, che del rimanente sarebbe tenuto da lei carissimo. Partì di Napoli l'Ambasciadore sollecitato da molti, che pregasse il Conte d'affrettarsi al venire, e con questo restarono gli animi di tutti quieti. Ma Pandolfello pensando, che fosse poco, che il marito della Regina si chiamasse Conte per la sicurtà sua, e conoscendo la moltitudine degl'invidiosi, che desideravano la rovina sua, pensò di fortificarsi di amicizie e di parentadi, e voltando il pensiero ad obbligarsi Sforza, scese a visitarlo nelle carceri, sforzandosi di dargli a credere, che la Regina l'avea fatto restringere ad instigazione d'altri, e ch'egli tuttavia travagliava per farlo liberare. Sforza ch'era di natura aperta e molto semplice, tenendolo per vero, il ringraziò, e gli promise ogni ufficio possibile di gratitudine, ed egli replicò, che stesse di buon animo, che vi avrebbe interposta Catarinella Alopa sua sorella favoritissima della Regina. Di là a pochi dì avendo conferito questo suo pensiero con la Regina, l'indusse a contentarsi di quanto egli faceva, e ritornato in carcere disse a Sforza, che avea proccurato non solo la libertà, ma la grandezza sua; ma che la Regina volea per patto espresso, che pigliasse per moglie Catarinella, che avea tanto travagliato per liberarlo, e che in conto di dote gli darebbe l'ufficio di G. Contestabile, con ottomila ducati il mese per soldo delle sue genti. Uscì Sforza da prigione, e fur celebrate le nozze con gran pompa; ma di ciò nacque un grandissimo sdegno ed odio contro la Regina, ed il Conte Pandolfello, in tutti quegli del Consiglio, parendo cosa indegnissima, che un semplice Scudiero (che così lo chiamavano) disponesse senza vergogna dell'animo e del corpo della Regina; ma molto più fremevano i servidori del Re Carlo III e del Re Ladislao che vedevano vituperare la memoria di due Re tanto gloriosi, e tra gli altri mostrava maggior doglia Giulio Cesare di Capua, il quale avendo condotto appresso di se gran parte de' soldati del Re Ladislao, aspirava a cose grandi, essendo Sforza carcerato; ma quando lo vide libero ed unito con Pandolfello, già pareva a tutti, che fosse ordinato un Duumvirato di Sforza e del Conte, che avrebbe bastato a poner in un sacco il Conte della Marcia, e partirsi il Regno; onde quando venne l'avviso, che il nuovo marito di Giovanna era in Venezia, e che fra pochi dì sarebbe a Manfredonia, Giulio Cesare si partì con alquanti altri Baroni senz'ordine, ed incontrato il Conte al piano di Troja, fu il primo, che scese da cavallo e lo salutò Re, e così fecero gli altri. Narrò poi in che miseria era il Regno, e quanta speranza avea d'esserne liberato dalla Maestà Sua, perchè la Regina impazzita d'amore, s'era vilmente data in preda d'un ragazzo, il quale avendo apparentato con un altro villano condottiere di gente d'armi, disponeva e tiranneggiava il Regno con gran vituperio della Corona e del sangue reale, e che però bisognava ch'egli con spirito di Re e non di Conte pigliasse la Signoria, e che non aspettasse che que' due manigoldi l'appiccassero, come in tempo di un'altra Regina Giovanna fu appiccato Re Andrea; perchè certamente la Regina, quando si vedesse impedita dal commercio amoroso di colui che amava tanto, non è dubbio che avrebbe posto insidie alla vita sua. Re Giacomo restò punto da doglia e da scorno, parendogli aver pigliata la speranza della Signoria dubbia, e il pericolo e la vergogna certa, perchè con lui non avea condotto esercito; pur lo ringraziò assai, e gli promise che in ogni cosa si sarebbe servito del consiglio e del valor suo. Il giorno seguente, quando il Re fu sei miglia presso Benevento, arrivò Sforza mandato della Regina ad incontrarlo con molta comitiva, il quale senza scender da cavallo lo salutò non da Re ma da Conte: il Re con mal viso non gli rispose altro, se non come stava la Regina; onde gli altri della sua compagnia, vedendo il Capo loro mal visto, ed intendendo che il Conte era stato gridato Re, andarono con tutti gli altri Baroni e cavalieri a baciargli le mani come Re. Ma venendo poi Sforza, Giulio Cesare che sapeva farne piacere al Re, quando l'incontrò alla scala gli disse, ch'essendo nato in un castello di Romagna, non dovea togliere a quel Signore il titolo di Re, che gli avean dato i Baroni nativi del Regno e rispondendo Sforza, che se era nato in Romagna, volea con l'arme in mano far buono ch'era così onorato come ogni Signore del Regno: e posto l'uno e l'altro mano alla spada con grandissimo tumulto, mentre gli altri Cavalieri che erano presenti si posero a spartire, uscì dalla camera del Re il Conte di Troia, che come gran Siniscalco avea potestà di punire gl'insulti che si fanno nella casa reale, e fece ponere in una camera Sforza, ed in un'altra Giulio Cesare tutti due sotto chiave ma con diversa sorte: perchè Giulio Cesare uscì la medesima sera, e Sforza senza rispetto fu calato in una fossa.
La Regina, che la notte medesima ebbe avviso di questo, la mattina mandò a chiamare gli Eletti di Napoli, e loro disse, che il dì seguente il marito era per far l'entrata nella città, che pensassero di riceverlo come Re. Fu ricevuto il Conte da' Napoletani, e salutato Re; il qual giunto che fu alla sala del Castello trovò la Regina, la qual dissimulando il dolore interno con quanta maggior dimostrazione di allegrezza potè, l'accolse; e trovandosi con lei l'Arcivescovo di Napoli con le vesti sacre, fu con le solite cerimonie celebrato lo sponsalizio; e l'una e l'altro andarono al talamo, ove erano due sedie reali; ivi come fu giunta la Regina, tenendolo per la mano si voltò verso le donne, e' Cavalieri e l'altra turba, e disse: Voi vedete questo Signore, a cui ho dato il dominio della persona mia, ed or dono del Regno: chi ama me, ed è affezionato di casa mia, voglia chiamarlo, tenerlo e servirlo da Re. A queste parole seguì una voce di tutti che gridarono: Viva il Re Giacomo e la Regina Giovanna Signori nostri. Da poi che fu consumato quel dì in balli e musiche, seguì la cena ed il Re giacque con la Regina.
Il dì seguente, che tornarono le donne ed i Cavalieri, credendo di continuar la festa reale, come si conveniva per molti giorni, conobbero nella faccia della Regina e del Re altri pensieri, che di festeggiare; perchè sopravvenne da Benevento Sforza incatenato, e con grand'esempio della varietà della fortuna, fu messo nel carcere, onde pochi dì avanti era con tanta grandezza uscito.
Il Re nel dì appresso fece pigliare il Conte Pandolfello, e condurre prigione al castel dell'Uovo, dove fu atrocissimamente tormentato, confessando tutto quello, che il Re volle sapere, e condennato a morte, e nel primo dì d'ottobre fu menato al mercato, ove gli fu mozzo il capo, e da poi il corpo fu strascinato vilissimamente per la città, ed al fine appiccato per li piedi con intenso dolore della Regina e con gran piacere di coloro, ch'erano stati servidori del Re Ladislao.
Avendo adunque il Re Giacomo trovato vero quanto avea detto Giulio Cesare di Capua della disonesta vita della Regina, deliberò di togliere a lei la comodità di trovare nuovo adultero, onde cacciò dalla Corte tutti i Cortigiani della Regina, ed in luogo di quelli pose altrettanti de' suoi Franzesi, e cominciò a tenerla tanto ristretta, che non poteva persona del Mondo parlare, senza l'intervento d'un Franzese vecchio, eletto per uomo di compagnia, il qual con tanta importunità esercitava il suo ufficio, che la Regina senza sua licenza non potea ritirarsi per le necessità naturali.
Il Re Giacomo, se dopo questa depression della Regina avesse saputo rendersi benevoli i Baroni, ogni cosa sarebbe sempre seguita per lui con ottimi successi: perchè tutti i Baroni abbominavano tanto la memoria del tempo di Pandolfello, e gli inonesti costumi della Regina atta a sottomettersi ad ogni persona vile, che avevano a piacere di vederla in sì basso stato; e volevano più tosto ubbidire al Re, che stare in pericolo d'esser tiranneggiati da qualch'altro nuovo adultero. Ma il Re, benchè si mostrasse piacevole a loro, dall'altra parte mettendo gli ufficj in mano dei Franzesi, gli alienò molto da se; tal che pareva, che fossero saltati dall'un male in un altro, ma tra tutti era il più mal contento Giulio Cesare di Capua; il qual essendo di natura ambizioso, ed avendo desiderato sempre uno de' sette Ufficj del Regno, essendo per questo stato autore, che il Conte avesse assunto il titolo di Re, non poteva soffrire, ch'essende vacato l'Ufficio del G. Contestabile, quel del G. Camerario e di G. Siniscalco, gli avesse dati a' Franzesi[265], non tenendo conto di lui, che credea meritarlo molto più degli altri. Dall'altra parte i Napoletani tanto Nobili, quanto del Popolo, sentivano gran danno e incomodità da questa strettezza della Regina, perchè non solo gran numero di essi, che vivevano alla Corte dì lei, si trovavano cassi e senz'appoggio; ma tutti gli altri aveano perduta la speranza di avere da vivere per questa via; oltre di ciò, era nella città una mestizia universale, essendo mancate quelle feste, che si facevano, ed il piacere che avevano in corteggiar la Regina, tanto i giovani, che con l'armeggiare cercavano di acquistar la grazia di lei, quanto le donne, che solevano partecipare de' piaceri della Corte; e per questo essendo passati più di tre mesi, che la Regina non s'era veduta, si mosse un gran numero di Cavalieri e cittadini onorati, ed andarono in castello con dire, che volevano visitare la Regina loro Signora; e benchè da quel Franzese uomo di compagna fosse detto, che la Regina stava ritirata a sollazzo col Re, e che non voleva che le fossero fatte imbasciate: tutti dissero, che non si partirebbero senza vederla. Il Re che vide questa pertinacia, uscì dalla camera, e con allegro e benigno volto, disse, che la Regina non stava bene, e che se venivano per qualche grazia, egli l'avria fatta così volentieri, come la Regina Allora gridarono tutti ad alta voce: noi non vogliamo da Vostra Maestà altra grazia, se non che trattiate bene la Regina nostra, e come si conviene a nata di tanti Re nostri benefattori, perchè così avremo cagione di tener cara la Maestà Vostra. Queste parole fecero restare il Re alquanto sbigottito, che parvero dette con grand'enfasi, e rispose, che per amor loro era per farlo.