Giulio Cesare di Capua informato di questo successo, mosso da sdegno e dallo stimolo d'ambizione, deliberò vindicarsi della ingratitudine del Re, e di tentare (liberando la Regina) occupare il luogo di Pandolfello, e dalla Terra di Morrone, ove dimorava, venne in Napoli; e da poi ch'ebbe visitato il Re con gran simulazione di amorevole servitù, disse che voleva visitar la Regina. I Cortigiani sapendo la confidenza che teneva col Re, l'introdussero nella camera di lei, e gli diedero comodità di parlare quel che gli piaceva. Allora con somma sciocchezza, fidandosi d'una femmina ch'egli avea così atrocemente offesa, gli disse che gli bastava l'animo di torre la vita al Re, e così liberarla dalla servitù e miseria presente. La Regina dubitò che non fosse opra del Re per tentar l'animo suo, poi si risolse per raddolcire il Re, e vendicarsi di Giulio di scoprirgli tutto, e risposegli che n'era contentissima. La Regina confidò il trattato al Re, e perchè lo sentisse colle proprie orecchie, concertò col medesimo che quando Giulio tornava, si fosse posto dietro la cortina. Tornò egli, ed il Re intese il modo che avea pensato per assassinarlo; ma quando uscì del cortile, volendo porre il piede alla staffa, fu pigliato, e con lui il suo Segretario e condotti nel Castel Capoano e convinti, furono di là a due dì nel mercato decapitati. Tutte queste cose fur fatte in cinque mesi dal dì che Re Giacomo era giunto in Napoli.
Il Re avendo con l'esperienza di Giulio Cesare conosciuto che cervelli si trovavano allora nel Regno, cominciò a guardarsi, e ad allargarsi da que' Baroni e Cavalieri che solevano trattare familiarmente seco; e dall'altra parte ogni dì andava allargando la strettezza, in che avea tenuto la Regina, e le mostrava d'esserle obbligato per la fede che avea trovata in lei; ma con tutto ciò non voleva che fosse corteggiata, e perseverava la guardia dell'importuno Franzese, con la quale perseverò ancora la mal contentezza della città, perchè pochissimi aveano adito al Re e niuno alla Regina; ed in questo modo si visse dal principio dell'anno 1415 sin al settembre seguente.
In questo mese avvenne che il Re avendo data licenza alla Regina d'andare a desinare ad un giardino d'un mercatante fiorentino; quando per la città s'intese che la Regina era uscita, vi accorse un gran numero di Nobili insieme e di Popolani che andarono a vederla, e la videro di maniera che a molti mosse misericordia; ed ella ad arte quasi con le lagrime agli occhi, e sospirando benignamente riguardava tutti e pareva che in un compassionevole silenzio dimandasse a tutti ajuto. Erano allora tra gli altri corsi a vederla Ottino Caracciolo, unito con Annecchino Mormile Gentiluomo di Porta Nova che avea grandissima sequela dal Popolo. Questi accordati tra loro di pigliar l'impresa di liberar la Regina, andarono a concitar la Nobiltà e la Plebe, e con grandissima moltitudine di gente armata ritornarono a quel punto che la Regina volea ponersi in Carretta, e fattosi far luogo da' Cortigiani, dissero al Carrettiere che pigliasse la via dell'Arcivescovado. La Regina ad alta voce gridava: Fedeli miei per amor di Dio non m'abbandonate ch'io pongo in poter vostro la vita mia ed il Regno: e tutta la moltitudine gridava ad alta voce: Viva la Regina Giovanna. I Cortigiani sbigottiti fuggirono tutti al Castel Nuovo a dire al Re il tumulto, e che la Regina non tornava al castello. Il Re dubitando di non essere assediato al Castel Nuovo, se ne andò al Castel dell'Uovo. Fu grandissima la moltitudine delle donne che subito andarono a visitar la Regina, ed i più vecchi Nobili di tutti i Seggi si strinsero insieme, e parendogli che non conveniva che la Regina stesse in quel palazzo, la portarono al castello di Capuana, e fecero che 'l Castellano lo consignasse alla Regina. La gioventù tutta amava questa briga, e gridava che si andasse ad assediare il Re; ma i più prudenti di tutti i Seggi giudicavano che questa infermità della città era da curarsi in modo che non si saltasse da un male ad un altro peggiore; perchè prevedevano che la Regina vedendosi libera d'ogni freno, darebbe se, ed il Regno in mano di qualche altro adultero più insopportabile. Perciò cominciarono a pensare del modo da tenersi, per reprimere l'insolenza del Re, e tenere alquanto in fren la Regina; onde fecero Deputati d'ogni Seggio, che andarono a trattare col Re l'accordo. Il Re non sperando da' suoi alcun presto soccorso, fu stretto di pigliarlo in qualunque maniera che gli fosse proposto, e fur conchiuse queste Capitulazioni: Che sotto la fede de' Napoletani venisse egli a starsi con la moglie: che concedesse alla Regina, come a legittima Signora del Regno che si potesse ordinare e stabilire una corte conveniente, e fosse suo il Regno, come era già stato capitolato dal principio che si fece il matrimonio: ch'egli stesse col titolo di Re ed avesse 40 mila ducati l'anno da mantener sua Corte, la quale per lo più fosse di Gentiluomini napoletani. E così fu fatto.
CAPITOLO II. Prigionia del Re Giacomo; sua liberazione per la mediazione di Martino V, eletto Papa dal Concilio di Costanza; sua fuga e ritirata in Francia dove si fece Monaco; ed incoronazione della Regina Giovanna.
La Regina Giovanna volendo ordinar sua Corte, pose l'occhio e 'l pensiero sopra Sergianni Caracciolo, e lo fece Gran Siniscalco: era Sergianni di più di quarant'anni, ma era bellissimo e gagliardo di persona e Cavaliere di gran prudenza. Fece Capo del Consiglio di Giustizia Marino Boffa, Dottore e Gentiluomo di Pozzuoli, al quale diede per moglie Giovannella Stendarda erede di molte Terre: diede l'Ufficio di Gran Camerario al Conte di Fondi di casa Gaetana; e si riempiè la Corte di belli e valorosi giovani, tra' quali i primi furono, Urbano Origlia ed Artuso Pappacoda, e fece cavare dal carcere Sforza, e lo restituì nell'Ufficio di Gran Contestabile; ed essendo innamorata di Sergianni, ogni dì pensava come potesse togliersi d'avanti il Re, per goderselo a suo modo. Ma Sergianni prudentemente le disse che usando ella violenza al Re così tosto, tutta Napoli saria commossa ad ajutarlo; poichè l'accordo era fatto sotto fede de' Napoletani, e che bisognava prima con beneficj e grazie acquistarsi la volontà de' primi di tutti i Seggi, perchè si dimenticassero con l'utile proprio di rilevare il Re; e così s'operava che ogni dì la Regina distribuiva gli Ufficj, in modo che ne partecipassero non solo i Seggi, ma i primi del Popolo. Con questo la città stava tutta contenta. Soli Ottino Caracciolo ed Annecchino Mormile stavano pieni di dispetto e di sdegno, e si andavano lamentando della ingratitudine della Regina ch'essendo stata liberata da loro di così dura servitù, non avesse fatto niun conto di loro; del che essendo avvisato Sergianni, proccurò che la Regina donasse ad Ottino il Contado di Nicastro che fu cagione di far venire Annecchino in maggior furore. E perchè Sergianni stava geloso di Sforza di ch'era maggior di lui di dignità e di potenza, e stando in Corte, poteva superarlo ne' Consigli e cacciarlo dalla grazia della Regina, la di cui lascivia gli era ben nota, cercò di allontanarlo dalla Corte con una occasione che Braccio da Montone Capitano di ventura famosissimo che avea occupata Roma, teneva assediato, per quel che s'intese, il castel S. Angelo, il qual si tenea con le bandiere della Regina; onde propose in Consiglio che si mandasse Sforza a soccorrerlo, forse con speranza che Braccio l'avesse da rompere e ruinare, e così ordinò la Regina che si facesse.
Toltosi davanti Sforza, determinò mandarne anche via Urbano Origlia che per la bellezza e valor suo, armeggiando, ogni dì saliva più in grazia della Regina, e sotto spezie d'onore lo relegò in Germania, mandandolo Ambasciadore della Regina al Concilio in Costanza, dove si trattava di toglier lo Scisma che era durato tant'anni, e dove avanti all'Imperador Sigismondo erano ragunati Ambasciadori di tutti gli altri Principi cristiani, a promettere di dare ubbidienza al Pontefice che sarebbe stato eletto in quel Concilio. Restato dunque Sergianni padrone della casa della Regina, cominciò a pensare di restar solo padrone ancora della persona, e fece opera che la Regina una sera cenando col Re, disse che volea che cacciasse dal Regno tutti i Franzesi; e 'l Re rispose che bisognava pagargli quel che l'aveano servito, seguendolo da Francia; e replicando la Regina in modo superbo ed imperioso che voleva a dispetto di lui che fossero cacciati, il Re non potendo soffrir tanta insolenza, s'alzò di tavola e se n'andò alla camera sua, e la Regina gli pose una guardia d'uomini deputati a questo. Il dì seguente fece fare bando che tutti i Franzesi nello spazio d'otto dì uscissero del Regno. Costoro vedendo il Re loro prigione, se ne andarono subito.
A questo modo restò il Regno e la Regina in mano di Sergianni, il quale volendosi servire del tempo, fece che la Regina restituisse lo Stato e l'Ufficio di Gran Giustiziere al Conte di Nola, purchè pigliasse per moglie una sua sorella, ed un'altra ne diede al fratello del Conte di Sarno; cosa che parve grandissima che due donne, le quali erano pochi dì avanti state in tratto di darsi a Gentiluomini di non molta qualità, fossero senza dote collocate sì altamente.
Questa così presta Monarchia di Sergianni concitò grande invidia a lui, e grande infamia alla Regina, spezialmente appresso quelli che erano della parte di Durazzo, e beneficati dal Re Carlo III e dal Re Ladislao, i quali vedevano vituperata la memoria di due gloriosissimi Re, ed il nome del più antico lignaggio che fosse al mondo, con sì nefanda scelleraggine; ed andavano mormorando, e commovendo i Seggi e la plebe dicendo, che non si dovea soffrire che un Re innocente fosse sotto la fede d'una sì nobile ed onorata città tenuto carcerato, in quella medesima casa, dove l'adultero si giaceva colla moglie, e che potrebbe essere che si movesse tutta la Francia a vendicar questa ingiuria fatta al sangue reale, e fra tutti il più veemente era Annecchino Mormile.
Ma Sergianni che fu il più savio e prudente di quelli tempi, fece distribuire tutte quelle pensioni che si davano a' Franzesi, a' Gentiluomini ed a' Cittadini principali delle Piazze; e per tenersi benevola la plebe ch'era la più facile a tumultuare, fece venire con danari della Regina gran quantità di vettovaglie e venderle a basso prezzo, e con questa arte fece vani tutti gli sforzi degli emuli suoi.
Solo gli restava il sospetto di Sforza, il quale avendo soccorso il Castel di S. Angelo, se n'era ritornato mal soddisfatto di lui, con dire, che Sergianni a studio non avea mandati a' tempi debiti le paghe a' soldati, per fare, che quelli ammutinati passassero dalla parte di Braccio; e per questo s'era fermato colle genti al Mazzone; e senza venire a visitare la Regina si partì di là, ed andò in Basilicata. Questa cosa diede a Sergianni segno del mal animo di Sforza, e per potersi fortificare, affinchè non tutte le genti d'armi, e forze del Regno stessero in mano di Sforza, fece, che subito venisse a soldo della Regina Francesco Orsino, il qual allora fioriva nella riputazion dell'armi; e fece ancor liberar Giacomo Caldora, e gli fece dar denari, acciocchè andasse in Apruzzo a rifar le compagnie; e fece anche sotto pretesto d'intelligenza collo Sforza carcerare Annecchino, il quale alla venuta di Sforza avrebbe potuto movere il popolo a riceverlo colle genti dentro la città.