Mentre queste cose accadevano nel Regno, nella Germania i Cardinali, ed i deputati nel Concilio dopo lungo dibattimento entrarono in Conclave, ed elessero tutti ad una voce il giorno di S. Martino dell'anno 1417 Odone Colonna Cardinal Diacono del titolo di S. Giorgio, che prese il nome di Martino V a cagion del giorno di sua elezione, il quale fu riconosciuto da tutta la cristianità, dandosi fine allo Scisma, che per tanti anni avea travagliata la chiesa. I Franzesi subito fecero istanza al nuovo Papa, ch'intercedesse colla Regina per la libertà del Re Giacomo; e da Urbano Origlia subito ne fu scritto alla Regina. Ma Sergianni non mancò per riparare a questo, di spedire subito Belforte Spinello di Giovenazzo Vescovo di Cassano suo grande amico, e Lorenzo Teologo Vescovo di Tricarico per ambasciadori al Papa a rallegrarsi in nome della Regina dell'elezione e ad offerirgli tutte le forze del Regno per la ricuperazione dello Stato e della dignità della chiesa, promettendo donargli, giunto che fosse in Roma, il Castel di S. Angelo ed Ostia.

Dall'altra parte Sforza tornò con le sue genti in Napoli, e postosi con le sue squadre ordinate alla porta del Carmelo, per dove essendo entrato fece gridare: viva la Regina Giovanna, e mora il suo falso Consiglio. Francesco Orsino all'incontro co' suoi pigliò l'arme, ed assaltò con tanto impeto il campo sforzesco, che lo strinse a ritirarsi, e per la via delle Grotte se n'andò a Casal di Principe, donde per messi e lettere mandava sollecitando tutti i Baroni suoi amici vecchi a liberarsi dalla tirannide di Sergianni. In effetto ne tirò molti al suo partito, ed a due d'ottobre venne con l'esercito alla Fragola, e di là cominciò a dare il guasto alle ville de' Napoletani; onde per Napoli si fè grandissimo tumulto, e crescendo tuttavia l'incomodità intollerabile di quelle cose, che sogliono dì per dì venir a vendersi nella città, ch'erano intercette dalli cavalli di Sforza; per riparare a' mali peggiori, alcuni vecchi proposero, che si creassero deputati, come furono creati a tempo della Regina Margarita, ch'avessero cura del buono stato della città; ed a questo i nobili ed i plebei ad una voce assentirono, e subito furono eletti venti deputati, dieci dei nobili ed altrettanti del popolo, i quali per pubblico istrumento giurarono perpetua unione tra 'l popolo ed i nobili. Questi deputati elessero tra loro dieci, cinque de' nobili e cinque del popolo, ch'andassero a sapere da Sforza la cagione di questa alienazione dalla Regina e dalla città, ove avea tanti che l'amavano, ed a pregarlo, che sospendesse l'offese, per alcuni dì, che si tratterebbe di soddisfarlo in tutte le cose giuste: furono accolti con grande onore da Sforza, il quale loro rispose con molta umanità, ch'egli era buono servidore della Regina, e che si reputava amorevole cittadino di Napoli, e ch'era venuto là per vendicarsi di Sergianni, maravigliandosi, che tanti signori potenti, tanti valorosi cavalieri, quanti erano a Napoli, potessero soffrire una servitù così brutta: ch'egli veniva per liberargli, ed all'ultimo conchiuse, che porrebbe in mano de' signori deputati le sue querele. Quelli replicarono che a queste cose onorate, ch'egli diceva, avria trovata la città grata e pronta a seguirlo; e fu destinato un dì, in cui s'aveano da trovare tutti i Deputati con lui, per trattare quel che s'avea da fare; ed intanto Sforza assicurò tutti i cittadini, che potessero venire alle loro ville e vietò le scorrerie.

Tornati ben soddisfatti nella città i Deputati, andarono alla Regina a pregarla, che concedendo quelle cose, che giustamente chiedea Sforza, liberasse la città di tanto pericolo, ed a' prieghi aggiunsero alcune proteste. La Regina sbigottita non seppe dir altro: andate a vedere, che vuole Sforza da me, e tornate. Quelli senza dimora andarono al tempo determinato a trovarlo, e pigliarono da lui i Capitoli e patti ch'egli voleva, tra' quali i principali furono questi: Che si cacciasse dal Governo e dalla Corte Sergianni: che si liberasse Annecchino ed alcuni altri prigioni: che se gli dessero le paghe, che doveva avere fin'a quel dì, e ventiquattromila ducati per li danni ch'ebbe per la rotta datagli da Francesco Orsino. La Regina pigliò i Capitoli e disse, che voleva trattare col Consiglio quel ch'era da fare, e risponderebbe fra due dì. Allora Sergianni, vedendo, che non poteva resistere alla città unita con Sforza, elesse prudentemente di cedere al tempo, più tosto che di ponere in pericolo lo Stato della Regina; ed innanzi alla medesima fece sottoscrivere la volontà di quella, condennando se stesso in esilio a Procida, e promettendo tutti gli altri patti, che Sforza voleva: esso fu il primo ad osservare quanto a lui toccava, perchè sapeva che Sforza non potea molto stare a Napoli, e che l'esilio non poteva molto durare; l'altre cose furono subito dalla Regina osservate.

Intanto Papa Martino V, sollecitato più volte dal Re di Francia e dal Duca di Borgogna, che trattasse la libertà del Re Giacomo, avea mandato in Napoli Antonio Colonna suo nipote a pregarne la Regina, più con modi d'inferiore, che di pari o maggiore; perocchè avea designato valersi delle forze della Regina, per ricovrar di mano de' tiranni lo Stato della chiesa. Sergianni oltre l'onore che le fece fare dalla Regina, in particolare gli fè tali accoglienze e promesse, che se l'obbligò in modo, che, come si dirà appresso, cavò di quell'obbligo grandissimo frutto; ma quanto alla liberazione del Re fece, che la Regina promettesse farlo liberare a tempo, che stesse in più sicuro stato, e che'l Papa fosse vicino, e la potesse favorire in tanti spessi tumulti.

Questo esilio così vicino di Sergianni, solo in apparenza, parve che gli avesse diminuita l'autorità, poichè in effetto non si faceva cosa nel Consiglio o nella Corte, che non si comunicasse con lui per continui messi: ed in questo mentre Antonio Colonna andò tanto mitigando l'animo di Sforza, che non stava più con quell'odio intenso per abbassarlo. Il Papa intanto da Mantova era venuto a Fiorenza; onde la Regina elesse Sergianni, che in suo nome andasse a dargli ubbidienza e a rassegnargli quelle Fortezze, che Re Ladislao avea lasciato con presidii nello Stato della Chiesa. Antonio Colonna andò insieme con lui, ed avanti che fossero a Fiorenza, Sergianni gli rassegnò la Fortezza d'Ostia, il Castel di S. Angelo e Cività Vecchia, e poi passò a Fiorenza. Così di quanto Ladislao avea conquistato nello Stato di Roma, ne fece Giovanna dono al Pontefice Martino; ma non per questo lasciò ella d'intitolarsi Regina di Roma, come suo fratello; ond'è, che ne' suoi diplomi e capitoli si legga anche fra i suoi titoli, Romae Regina[266].

(Negli altri Codici e diplomi, si legge Ramae, non già Romae, ed è più verisimile che la Regina Giovanna e Ladislao, intitolandosi Re d'Ungheria, si dicessero anche Re di Rama; poichè fra i titoli di quei Re si legge che esprimevasi anche quello di Re di Rama, ch'è una provincia della Dalmazia, così allora chiamata, posta tra la Croazia e la Servia. Così presso Aventino Annal. Boior. lib. 6 si legge in un diploma di Bela Re d'Ungaria: Bela, Dei gratia, Hungariae, Dalmatiae, Croatiae, Ramae, Serviae, Galliciae, Lodomeniae, Clumaniaeque, Rex; nè presso gli Autori di quel Regno mancano altri diplomi di altri Re, nei quali pur si legge lo stesso).

Giunto Sergianni a Fiorenza, fu dal Papa ricevuto con molta umanità, e nel trattare e discorrere della qualità del presente stato sì della Chiesa romana, sì del Regno, si fece Sergianni conoscere per uomo che dovea non meno per la prudenza, che per la bellezza aver la grazia della Regina. Fece veder al Papa che di tutti i Principi cristiani, niuno ajuto era più spedito, e pronto per li Pontefici romani che quello del Regno di Napoli; ed all'incontro niuna forza poter mantenere ferma la Corona in testa a' Re di Napoli più che i favori e la buona volontà de' Pontefici; e con quest'arte ottenne dal Papa, che mandasse un Cardinal Legato appostolico ad ungere e coronare la Regina, ed a darle l'investitura del Regno[267], la quale ancorchè Giovanna l'avesse ricercata a Baldassar Cossa che si faceva chiamare Giovanni XXIII[268], l'era stata sempre differita; e di più che si gridasse lega perpetua fra lei ed il Papa. Poi volendo particolarmente per se acquistare il favor del Papa, e l'amicizia di casa Colonna, promise al fratello, ed a' nepoti grandissimi Stati nel Regno, e si partì molto soddisfatto dell'opera loro; e perchè a quel tempo Braccio tenea occupato quasi tutto lo Stato della Chiesa di là dal Tevere, promise al Papa mandargli tutto l'esercito della Regina con Sforza Gran Contestabile, e pigliò per terra la via di Pisa, e di là poi andò ad imbarcarsi alle galee della Regina, ch'erano venute per lui a Livorno, e si fermò alquanti dì in Gaeta, fingendo d'esser ammalato, e scrisse alla Regina quanto avea fatto, e che ordinasse che si dessero danari a Sforza ed alle genti, acciò che potesse subito partire; perchè dubitava che ritornando di riputazione molto maggiore di quel ch'era partito, l'invidia non movesse Sforza a proccurare ch'egli andasse a finir l'esilio di Procida. La Regina per lo gran desiderio, che avea di vederlo, fece subito ritrovare tutti i denari che Sforza volle, e l'avviò in Toscana in favor del Papa; e Sergianni venne a Napoli ricevuto dalla Regina e da' suoi seguaci, con onore grandissimo che parea, che con questa lega trattata col Papa, avesse stabilito per sempre lo Stato della Regina e della parte di Durazzo; e da allora cominciò a chiamarsi e sottoscriversi Gran Siniscalco: e questo fu nel 1418.

L'anno seguente nel mese di gennajo entrò in Napoli il Legato appostolico che veniva per coronare la Regina, e con lui Giordano Colonna fratello ed Antonio Colonna nipote del Papa. Al Legato si uscì incontro col Pallio, ed a' Colonnesi la Regina ed il Gran Siniscalco fecero onori straordinarj. Questi per la prima cosa trattarono la libertà del Re Giacomo, per la qual dicevano che il Papa era molestato dal Re di Francia e dal Duca di Borgogna, ed all'ultimo l'ottennero; ed acciocchè il Re ricuperasse la riputazione perduta, i Colonnesi, quasi con tutta la cavalleria, l'accompagnarono per la città e poi la sera non volle ritornare al Castel Nuovo, ma a quel di Capuana, dicendo che bisognava, che quelli che si rallegravano della libertà sua, avessero da travagliar di mantenerlo in quella, e non farlo andare là, dove era in arbitrio farlo tornare in carcere, ogni volta che a lei piacesse: e con questo acquistò pietà appresso a' più prudenti.

Perseverando dunque il Re a starsi nel castello di Capuana, pareva a tutti colà inconveniente che 'l Re stesse senz'autorità alcuna, ed in Castel Nuovo si facesse ogni cosa ad arbitrio del Gran Siniscalco; e per questo per tutti i Seggi furono creati Deputati alcuni Nobili principali ad intervenire col Legato appostolico e co' Signori colonnesi, per trattare alcuno accordo stabile tra il Re e la Regina; e non mancarono di coloro che proposero che 'l Re dovesse coronarsi insieme colla Regina, e che se gli giurasse omaggio. Ciò che perturbò molto l'animo del Gran Siniscalco, perchè questa sola era la via di abbassar la sua autorità; e per questo deliberò di acquistar l'animo de' Signori colonnesi, con speranza di fare impedire per mezzo loro quella proposta; e fece che la Regina di man propria facesse albarani di dare ad uno d'essi il Principato di Salerno ed all'altro il Ducato d'Amalfi, con l'ufficio di Gran Camerario, subito che fosse coronata. Trattanto diede per moglie Ruffa ad Antonio Colonna ch'era Marchesa di Cotrone e Contessa di Catanzaro, la quale morì poi senza figli, e lo Stato rimase ad Errichetta sua sorella. Questi insieme col Legato fecero restar contenti i Deputati della città di questo accordo; che s'avesse da mutar Castellano, e cacciar dal Castel Nuovo tutta la guardia, e dare a Francesco di Riccardo di Ortona, uomo di molta virtù e di molta fede, il governo del castello con guardia eletta da lui, e che giurasse in mano del Legato appostolico di non comportar che la Regina al Re, nè il Re alla Regina potesse fare violenza alcuna; e come fu fatto questo, il Re andò a dormire con la Regina.

Ma di là a pochi dì, vedendo che avea solamente ricovrata la libertà, ma dell'autorità non avea parte alcuna; ed ancora vedendo che la Regina passava cinquanta anni ed era inabile a far figli, tal che non potea sperare successione, determinò d'andarsene in Taranto, e di là in Francia a casa sua; e così un dì dopo aver cavalcato per Napoli andò al Molo, e disceso di cavallo e posto in una barca, da quella saltò in una gran nave di Genovesi, ove erano prima andati alcuni suoi intimi, e con prospero vento giunse in pochi dì a Taranto, dove ricevuto dalla Regina Maria con onore, fece opera che il Re trovasse passaggio sicuro per Francia, e 'l provide liberalmente di quanto bisognava, e così se n'andò, dove dicono che al fine si facesse Monaco[269]. Liberata la Regina di quella a lei cotanto molesta compagnia, diede poi ordine per la sua incoronazione, la quale fu celebrata nel Castel Nuovo la domenica a' 2 ottobre sopra un pomposissimo talamo, ricevendo la corona per mano del Legato, e fu letta l'investitura mandata dal Papa, la quale essendosi per deplorabili esempi veduto quanto funesto fosse stato fra noi il Regno delle femmine, l'esclude dalla successione, sempre che vi siano maschi insino al quarto grado, siccome si legge in quella rapportata dal Chioccarello e dal Summonte[270], ed i Napoletani giurarono omaggio alla Regina loro Signora.