Intanto Aversa erasi resa al Re Luigi, e crescendo tuttavia la parte angioina, fu mandato a sollecitar Braccio, il qual venuto con tremila cavalli, ruppe Sforza, che gli contrastava il passo e venne a Napoli, dove dalla Regina fu caramente accolto.
Re Alfonso ch'era passato in Sicilia, ancorchè fosse stato più volte sollecitato dalla Regina a venir presto, ed egli andava temporeggiando, avendo intesa la venuta di Braccio in Napoli, partì da Sicilia con l'armata e se ne venne ad Ischia. La Regina mandò il G. Siniscalco ad incontrarlo con alquanti Baroni, il qual dopo le lodi e grazie, resegli da parte di lei, l'invitò a passare coll'armata al Castel dell'Uovo, da dove la Regina voleva farlo entrare in Napoli con quella pompa ed apparato, che conveniva ad un tanto Re e suo liberatore. Il G. Siniscalco rimase poco contento, vedendo il Re così bello di persona, valoroso, magnanimo e prudente; ed oltre di ciò la compagnia di tanti onorati Baroni aragonesi, castigliani, catalani, siciliani ed altre nazioni soggette al Re, perchè dubitava che l'autorità sua in breve sarebbe in gran parte, e forse in tutto diminuita ed estinta, e si ricordava bene dell'esito del Conte Pandolfello, temendo, che tanto peggio potea succedere a lui, quanto che questo Re era di maggior ingegno, valore e potenza, che non era stato Re Giacomo; con tutto ciò ingegnossi coprire questo suo sospetto e fece disporre apparati magnifici per l'entrata d'Alfonso in Napoli. Il Re nel dì statuito, avendo cavalcato con gran pompa per la città, fu condotto al Castel Nuovo, dove la Regina discese sin alla porta, ricevendolo con ogni segno di amorevolezza e di letizia, e da poi che l'ebbe abbracciato, gli consignò le chiavi del castello, ed il rimanente di quel dì e molti altri appresso si passarono in feste e conviti, ed in questi dì in presenza di tanti Baroni, e di quasi tutta la nobiltà e popolo, dal Re Alfonso e dalla Regina si ratificarono l'adozione e tutti i capitoli poc'anzi ratificati con Periglios, e sotto il dì 8 di luglio di quest'anno 1421 se ne stipulò nuovo istromento, che, oltre Chioccarello[273], si legge presso il Tutino, che l'ha fatto imprimere nel suo libro de' G. Contestabili.
Giunto Alfonso colla sua armata in Napoli, s'accese più fiera la guerra in Terra di Lavoro col Re Luigi, il quale fortificato in Aversa, che se l'era resa, avea posta quella provincia in confusione. Alfonso dall'altra parte stimolato dal G. Siniscalco andò a porre l'assedio ad Acerra, che era allora posseduta da Giovanni Pietro Origlia nemico di Sergianni. E Braccio nel medesimo tempo avendo assaltato l'esercito di Sforza, faceva premurose istanze, che se gli dasse la possessione di Capua; ed andandosi dalla Regina temporeggiando, Braccio andò a lamentarsene col Re Alfonso, il quale per non disgustar quel Capitano Indusse la Regina a consegnargliela. Tenendo ancor Alfonso assediata Acerra, Martino V temendo, che finalmente Alfonso (di cui si era scoperto nemico, per la mano che avea avuta a far venire Re Luigi) non rimanesse superiore, spedì due Cardinali per pacificare questi due Re; e mentre trattavano col Re Alfonso le condizioni della pace, Alfonso dubitando che non fossero venuti per dargli parole, non volle tralasciar l'assedio di quella città, e cominciò a batterla più fortemente che prima, non ostante la gagliarda resistenza degli Acerrani.
I due Cardinali per la forte difesa di quella piazza vedendo la grande strage che ne seguiva e che sarebbe riuscito vano il disegno d'Alfonso, lo pregarono che non volesse esporre a tanto pericolo i suoi, promettendo che Papa Martino avria almeno presa in sequestro Acerra, sì che non avrebbe potuto nuocere allo Stato della Regina Giovanna, e, conchiudendosi la pace, l'avrebbe forse assignata a lei. Il Re piegato ai prieghi de' Cardinali levò l'assedio; e Luigi chiamò a se i presidii e fece consignare Acerra in deposito ai Legati appostolici; ed il Re Alfonso si ritirò a Napoli e Braccio co' suoi a Capua. Fu conchiusa tregua fra questi due Re per tanto spazio, quanto parea, che bastasse per trattare la pace; e poco da poi il Re Luigi andò a trovar Papa Martino, e lasciò Aversa e gli altri luoghi alli medesimi Legati; e Sforza ebbe per patto nella tregua di potersene andare a star a Benevento, ch'era suo.
Martino V era tenuto da Alfonso in freno, perchè sebbene col Concilio di Costanza fosse cessato lo scisma, e Gregorio XII e Giovanni XXIII avessero ubbidito a quello e deposto il pontificato; nulladimanco Benedetto XIII Antipapa ancor viveva ostinato, e s'era fatto forte in un luogo inespugnabile in Spagna, chiamato Paniscola, dove con pertinacia grandissima accompagnato da quattro Cardinali conservava ancora il nome e' contrassegni della pontifical dignità, e voleva morire col titolo di Papa, ancorchè da nazione alcuna non fosse ubbidito. Re Alfonso ponendo in gelosia Martino e dimostrando, che se non avesse favorito le parti sue, avrebbe fatta dare ubbidienza da tutti i suoi Regni all'Antipapa, ottenne pochi mesi da poi, che il Papa gli facesse consignare non pure Acerra ma tutte le terre, che i Legati tenevano sequestrate. In Napoli si fece grand'allegrezza, perchè parea, che la guerra fosse finita, tenendosi l'Aquila solamente per se alla divozione del Re Luigi; onde Alfonso per togliersi d'avanti Braccio, gli comandò che andasse ad espugnarla: Braccio ne fu molto contento; poichè per virtù de' patti, quando venne a servire la Regina ed Alfonso, gli era stata promessa. Così la provincia di Terra di Lavoro restò libera, ed in Napoli i partigiani della Regina viveano assai quieti.
CAPITOLO IV. Discordie tra Alfonso, e la Regina Giovanna, la quale rivoca l'adozione fattagli, e adotta Luigi per suo figliuolo.
Ma non durò guari nel Regno questa quiete, poichè nel mezzo della Primavera di quest'anno 1422 venne una peste in Napoli, che obbligò il Re e la Regina di andare a Castellamare; ma non potendo questa Città mantenere due Corti Regali, andarono amendue a Gaeta, dove appena giunti, furono visitati da Sforza, che partito da Benevento venne ad inchinarsi ad Alfonso. Fu Sforza da Alfonso accolto con grande umanità e cortesia: tanto che sorpreso da tanta gentilezza andava predicando la generosità e clemenza di un tanto Re. Ciò che diede esempio a gran numero di Baroni della parte Angioina, che facessero il medesimo; laonde molti che aveano offeso la Regina, ed il Gran Siniscalco, confidati alle parole di Sforza, andarono con grandissima fiducia ad inchinarsi ad Alfonso, e furono benignamente da lui accolti, giurandogli fedeltà, con dispiacere grandissimo della Regina.
Questa fu la cagione, che siccome sino a quel dì aveano governato ogni cosa con gran concordia, d'allora innanzi nacquero quelle sospizioni e discordie, che furono poi cagione d'infiniti danni; poichè il Gran Siniscalco, ch'era lo spirito e l'anima della Regina, non potea soffrire, che Alfonso s'avesse fatto giurare omaggio dalle Terre prese e da' Baroni ch'erano venuti a visitarlo perchè parea segno, che volesse pigliar innanzi il dì della morte della Regina la possessione del Regno contra i patti dell'adozione; e facendolo intendere alla Regina, avea venenato l'animo di lei di maggiore sospizione, ed obbligatala ad amarlo ogni dì più, vedendo la cura ch'egli tenea dello stato e della salute di lei, perchè le disse, che un dì Alfonso l'avrebbe pigliata, e mandatala in Catalogna cattiva, per occupar il Regno e con quello poi occupar tutta Italia. Per questo timore la Regina deliberò guardarsi quanto più potea, ed all'impensata si partì da Gaeta e venne a Procida: passò poi a Pozzuoli con determinazione di portarsi in Napoli, dove la peste dopo aver fatta gran strage, era cominciata a cessare. Il Re Alfonso che avea creduto, che la Regina avesse da tornare da Procida a Gaeta, quando intese che avea presa la via di Pozzuoli per andare a Napoli, portossi con pochissima compagnia a visitarla in Pozzuoli, credendosi levarle ogni sospezione; ma fu tutto il contrario, perchè la Regina timida entrò in maggior sospetto, onde subito che Alfonso fu partito da lei per andare a veder Aversa, ella se ne venne per terra a Napoli, nè volle entrare nel Castel Nuovo, ma se ne passò al castello di Capuana. Il Re trovandosi ad Aversa fu subito avvisato di questi andamenti della Regina, e conoscendo l'instabilità di costei, lo spirito, l'ambizione del G. Siniscalco, dubitando che non macchinassero qualche novità, venne subito a Napoli ed alloggiò al Castel Nuovo, e già si vedeano intermesse le visite tra lui e la Regina; onde ogni persona di giudizio era in opinione che la cosa non potrà tardare a venire in aperta rottura. Alfonso conoscendo, che quest'alterazione di mente della Regina era per suggestione del G. Siniscalco, credendo che levato di mezzo l'autore delle discordie, avrebbe ottenuto dalla Regina quanto voleva, a' 27 maggio dell'entrato anno 1423 lo fece carcerare; e poi cavalcò subito per andare a trovar le Regina, non si sa se con animo di scusarsi con lei della cattura di quello, o se andava per mettersi in mano anche la Regina, e quando vedesse di non poter piegarla a mutar vita, mandarla in Catalogna. Ma subito che il G. Siniscalco fu preso, ne fu avvisata la Regina, e vedendo il Re venire, gli fece chiudere in faccia le porte del castello; onde Alfonso rispinto sì bruttamente, ritornossene al Castel Nuovo, ed in Napoli fu gran confusione e disordine tra' Spagnuoli e Catalani da una parte, ed i Napoletani, che seguivano il partito della Regina, dall'altra.
In tanta costernazione, la Regina ristretta coi primi e più fedeli della sua Corte, consultò quello che si avea da fare, e con voto di tutti fu risoluto di mandare a chiamare Sforza, ed a pregarlo che per l'amicizia antica venisse a liberarla. Sforza che in quel tempo si trovava a Benevento molto povero, per essere stato molti mesi senza stipendio alcuno, ebbe grandissimo piacere di questo avviso, sperando gran cose, perchè si confidava o di far rivocare l'adozione fatta al Re Alfonso e di far chiamare all'adozione Re Luigi suo amico; o avere in arbitrio suo la Regina e 'l Regno per quanto ubbidiva a lei; e senza indugio alcuno, adunati i suoi veterani, a' quali erano arrugginite l'arme e smagriti i cavalli, con quelli si pose in via verso Napoli. Alfonso intendendo che Sforza veniva, inviò Bernardo Centiglia ad incontrarlo con tutti i Baroni catalani e siciliani e con tutti i soldati dell'armata; e fattosi un fatto d'armi vicino le mura di Napoli, Sforza ruppe l'esercito d'Alfonso, ed entrato dentro la città, assediò Alfonso dentro il Castel Nuovo; e dopo aver visitata la Regina, che l'accolse con grandi onori, chiamandolo suo liberatore, partì da Napoli ed andò ad assediare Aversa.
Alfonso trovandosi dopo questa rovina così solo e senza danari da poter fare nuovo esercito, stava in grandissima angoscia; due speranze però lo confortavano, l'una per aver egli molti mesi innanzi comandato, che si facesse un'altra armata in Catalogna, perchè non voleva, non ostante l'impresa del Regno, abbandonar quella di Corsica, ond'ora inviò subito a sollecitarla, che venisse a soccorrerlo: l'altra era nell'esercito di Braccio, che stava all'assedio dell'Aquila; ma in questo facea poco fondamento, sì per l'avidità di Braccio di pigliar l'Aquila, come ancora perchè non sperava che i soldati Bracceschi senza nuove paghe si movessero per soccorrerlo; con tutto ciò mandò a chiamarlo, e ne seguì quello che avea pensato. Ma quindici dì dopo la rotta, essendo arrivato in Gaeta Giovanni di Cardona Capitan Generale dell'armata, che consisteva in diece galee e sei navi grosse, avendo inteso in che stato stava il suo Re, venne subito verso Napoli. Furono molti che dissero che quest'armata era ordinata venisse, per lo disegno che avea fatto il Re, se gli riusciva, di pigliar la Regina per mandarnela cattiva in Catalogna; ed era da credere, poichè trovandosi a quel tempo il Regno quieto senza guerra, non bisognava che venisse armata.