Giunta l'armata vicino al molo di Napoli, il Re comandò, che i soldati smontassero; e trovandosi nella città gran parte dell'esercito di Sforza, che teneano assediato Castel Nuovo, s'accese dentro le mura di quella una crudele ed ostinata Guerra, che pose in iscompiglio e sconvolgimenti la città con miserabili saccheggi ed incendii, cotanto ben descritti dal Costanzo. La Regina, scorgendo nella città tante revoluzioni, entrò in tanto timore che le pareva essere ad ora in ora legata da' Catalani; onde spesso si raccomandava a molti Cavalieri, ch'erano concorsi al castello di Capuana, che avessero cura della guardia della sua persona e mandò subito a Sforza che stava ad Aversa a pregarlo, che venisse tosto a liberarla da quel pericolo assai maggiore dell'altro. Venne Sforza in Napoli, liberò la Regina e la condusse in Nola; e poi pigliata Aversa, la condusse là, dove fu maneggiata una nuova adozione, che valse a far perpetui e continui li travagli e sconvolgimenti di questo Reame.
Dall'altra parte le forze del Re Alfonso tuttavia crescevano; perocchè, essendosi alle sue truppe aggiunte quelle di Braccio, pensò Sforza di accrescere il partito della Regina, per potergli fare un più vigoroso contrasto; onde operò con la Regina che si dovesse valere delle forze degli Angioini; ed avendogli con solenne istromento a primo luglio di quest'anno 1423[274] fatto rivocare l'adozione prima fatta ad Alfonso, per cagion d'ingratitudine, che diceva averle usato quel Re, la persuase, che adottasse Re Luigi; e poichè la Regina si vedeva molto sola, e molti beneficati da lei, per invidia che aveano al G. Siniscalco, seguivano la parte del Re Alfonso o in secreto, o scovertamente, non solo s'inchinò a chiamare Re Luigi, ma fece ripatriare tutti gli Angioini, rendendo alla maggior parte di loro le cose, che aveano perdute.
Ma come la Regina compiacque a Sforza di accettar questo suo consiglio, così ancora Sforza che conoscea ch'ella ardea di desiderio di ricovrare il Gran Siniscalco, permise che trattasse lo scambio di lui con alcuni de' Baroni catalani ed aragonesi. La Regina, che non desiderava altro, ogni dì mandava a trattar il cambio con Alfonso: il quale conoscendo la sua pazzia, che senza vergogna alcuna avria riscosso il Gran Siniscalco, con togliersi anche la corona di testa, quando altramente non avesse potuto: mandò a dirle che non bastavano nè uno nè due, ma bisognavano darsi tutti i prigioni catalani ed aragonesi per Sergianni. La Regina donando molte terre a Sforza pigliò da lui tutti i prigioni che teneva che furono questi: Bernardo Centiglia, il qual fu Capitan Generale, Raimondo Periglios, Giovanni di Moncada, Mossen Baldassen, Mossen Coreglia, Raimondo di Moncada, Federico Vintimiglia, il Conte Enrique ed il Conte Giovanni Ventimiglia e gli mandò al Re in cambio del Gran Siniscalco, il quale fu liberato, e come fu giunto in Aversa, ricordevole delle cose passate tra lui e Sforza, cercò di farselo benevolo e stringerlo per via di parentado, facendo opera che Sforza desse Chiara Attendola sua sorella a Marino Caracciolo suo fratello. Sergianni ch'era entrato ora in maggior grazia della Regina che fosse mai, lodò la rivocazione dell'adozione fatta di Re Alfonso sotto titolo d'ingratitudine, ed insisteva anch'egli che s'adottasse Re Luigi d'Angiò, il quale si trovava ancora in Roma presso il Pontefice Martino; poichè come Cavaliere prudente pensava, che introducendosi un Re d'un sangue reale, avesse estinta l'invidia e tolta la calunnia che gli davano ch'egli volesse farsi Re; perciò furono mandati Ambasciadori in Roma a trattare col Re Luigi l'adozione, i quali trovarono tutta la facilità, e non solo conchiusero col Re l'adozione con que' patti che essi vollero; ma tirarono ancora Papa Martino a pigliare la protezione della Regina contra Re Alfonso, ed ebbero poca fatica a farlo, perchè il Papa, oltre di riputarsi gravemente offeso da Alfonso che sosteneva ancora, benchè secretamente, il partito di Benedetto XIII, desideroso di ponere la Chiesa nello stato e riputazione antica, desiderava che il Regno restasse più tosto in potere del Re Luigi ch'era più debole di forza, e che avrebbe avuto sempre bisogno de' Pontefici romani, che vederlo caduto in mano d'Alfonso Re potentissimo per tanti altri Regni che possedea, per li quali era atto a dar legge a tutta Italia, non solo a' Pontefici romani. Conchiusa dunque l'adozione, senza dilazione di tempo condussero gli Ambasciadori con esso loro Re Luigi, con capitolazione che avesse da tener solo il titolo di Re, poichè avea da competere e da contrastare con un altro Re: ma in effetto fosse sol Duca di Calabria co' medesimi patti ch'erano stati fermati nell'adozione del Re Alfonso.
Questa adozione fornì la Casa del Duca d'Angiò di questa seconda razza di doppio titolo, e doppia ragione sopra questo Reame; poichè a quello della Regina Giovanna I, dalla quale fu chiamato al Regno Luigi I d'Angiò avo del presente, s'aggiunse quest'altro della Regina Giovanna II, donde da poi i Re di Francia, a' quali furon trasfusi questi diritti, pretesero appartener loro il Reame per doppia ragione. Quindi sursero le tante ed ostinate guerre che i due Luigi, Carlo VIII e Francesco I mossero agli Aragonesi ed agli Austriaci, le quali miseramente per più secoli l'afflissero.
Re Luigi giunto ad Aversa, fu dalla Regina ricevuto con grande onore e dimostrazione d'amorevolezza, e dopo molte feste la Regina fece pagare un gran numero di denari a Sforza, perchè ponesse in ordine le sue genti per potere attendere alla recuperazione di Napoli. Il Papa mandò Luigi Colonna Capo delle genti ecclesiastiche, e molti altri condottieri minori in favor della Regina; e da poi proccurò ancora che Filippo Visconti Duca di Milano, (il quale a quel tempo era formidabile a tutta l'Italia, e ch'era entrato in sospetto della troppa potenza d'Alfonso) s'unisse con lui in difesa della Regina.
CAPITOLO V. Alfonso parte di Napoli, e va in Ispagna; e Napoli si rende alla Regina Giovanna. Insolenze del Gran Siniscalco; sua ambizione ed infelice morte.
Quando Re Alfonso ebbe intesa la nuova adozione del Re Luigi, e la confederazione del Papa e del Duca di Milano contro di lui, cominciò a dubitare di perdere Napoli, perchè fin a quel dì i Napoletani della parte Angioina erano stati tanto depressi e conculcati dal Gran Siniscalco, ch'erano divenuti Aragonesi, ed aveano piacere di vedere in rovina lo stato della Regina e del Gran Siniscalco; ma dappoichè intesero l'adozione del Re Luigi, saliti in isperanza di ricovrar le cose loro, erano per far ogni sforzo, acciocchè la città ritornasse in mano della Regina; e già s'intendeva che da dì in dì molti andavano in Aversa a trovare Re Luigi in palese, e molti che non aveano ardire di palesarsi, lo visitavano per secreti messi. Perciò Alfonso mandò a chiamar Braccio, il quale ancora penava per ridurre l'Aquila, che venisse colle sue genti a Napoli. Ma Braccio che confidava, che quella Piazza si rendesse fra pochi dì, rispose ad Alfonso, ch'era assai più necessario conquistar quella provincia bellicosa ed ostinatamente affezionata alla parte Angioina, che tener Napoli, la qual solea esser di coloro, che vinceano la campagna, e che perciò gli mandava Giacomo Caldora, che tenea il primo luogo nel suo esercito dopo lui, e Berardino della Carda, e Riccio da Montechiaro Colonnello di fanteria. Questi con mille e ducento cavalli, e mille fanti vennero subito a Capua, e da Capua, avendo inteso ch'erano venute alcune navi e galee con genti fresche da Barzellona, vennero in Napoli.
Dall'altra parte Sforza, avendo poste in ordine le sue genti, persuase a Re Luigi che andasse sopra Napoli, onde si partirono da Aversa il primo d'ottobre, e vennero per tentare di pigliar Napoli per la porta del mercato; ed essendo seguìto un fatto d'arme, nel quale restò Sforza vittorioso, Re Luigi entrò in grandissima speranza di pigliarla. Mentre Alfonso era in questi travagli, gli vennero lettere da Spagna con avvisi, che Giovanni Re di Castiglia suo cognato e cugino, che si governava tutto per consiglio di D. Alvaro di Luna, nemico alla Casa Aragona, avea messo in carcere D. Errico d'Aragona amatissimo fratello del Re Alfonso, perchè avea tolta per moglie D. Catarina sorella del Re di Castiglia, contro la volontà di lui; per la qual cagione Alfonso deliberò d'andar in Ispagna per liberar il fratello, ed ancora per dubbio, che il Re di Castiglia instigato da D. Alvaro, non tentasse di occupare il Regno di Aragona e di Valenzia, mentr'egli guerreggiava in Italia. Dunque postosi in ordine, lasciò D. Pietro suo ultimo fratello per Luogotenente Generale in Napoli, e partitosi con diciotto galee e dodici navi grosse, per cammino assaltò Marseglia, città del Re Luigi, all'improvviso e la prese e saccheggiò e ne portò in Ispagna il Corpo di S. Luigi Vescovo di Tolosa, e non volle tenere quella città, per non diminuire l'esercito lasciando i presidj, perchè credea aver di bisogno di gente assai per la guerra di Spagna, ove stette molt'anni impedito per liberare il fratello.
Nel principio dell'anno seguente 1424 venne l'armata di Filippo Visconti Duca di Milano, la quale presa Gaeta, che si tenea per Alfonso, navigò verso Napoli ove giunta, fu posto in terra l'esercito nella porta del Mercato; onde le cose del Re Luigi sempre più andando prospere, fur cagione che il Caldora passasse in questo modo alla sua parte. Vedendo il Re e la Regina che per l'assedio di Napoli bastavano le genti del Duca di Milano, mandarono Sforza col suo esercito a soccorrer l'Aquila, che ancora era assediata da Braccio; ma Sforza nel passar il fiume di Pescara si annegò: il Caldora ch'estinto Sforza, si confidava di ottenere il luogo di Gran Contestabile, ed esser il primo di quella parte, si voltò alla parte della Regina, rendendo la città di Napoli; e l'Infante D. Pietro con i migliori soldati che avea si ritirò al presidio del castello. La festa di tutta la città fu grandissima, il popolo concorse a saccheggiar le case degli Spagnuoli e de' Siciliani, e la Regina fece tornar le genti del Duca in Lombardia molto ben soddisfatte.
Restava solo nel Regno l'esercito di Braccio, che tenea le parti del Re Alfonso; ma il Re Luigi e la Regina dando il bastone di Capitan Generale al Caldora, lo mandarono a danno di Braccio; e come fu giunto al Contado di Celano trovò le genti di Papa Martino capitalissimo nemico di Braccio, e con quelle e col suo esercito diede una fiera rotta alle genti di Braccio, dove questi restò morto e Nicola Piccinino prigione.