Con tutto che il Re Alfonso fosse stato avvisato che Napoli s'era perduta, e che l'Infante si fosse salvato nel Castello, non volle però abbandonare le cose del Regno e mandò a soccorrere il castello; e pochi dì da poi comparve in Napoli Artale di Luna mandato dal Re a liberar l'Infante dall'assedio, il quale lasciati nel castello i migliori soldati, e grandissima munizione di vettovaglie, si pose in mare e se ne n'andò in Sicilia. Così la Regina ed il Re Luigi stettero alcuni anni assai quieti, mentre che Alfonso fu occupato nelle cose di Spagna: e benchè il Castel Nuovo si tenesse per Re Alfonso, come si tenne poi gran tempo, la Regina visse molti anni quieta, nel quali anni di riposo si diede a riformare il Tribunal della Gran Corte della Vicaria per mezzo de' Riti che fece compilare, ad istituire il Collegio de' Dottori, e ad applicare il suo animo agli studj di pace e di religione, come diremo.

Intanto il Gran Siniscalco vedendosi nel colmo di ogni felicità, perchè dubitava che Re Luigi nuovamente adottato dalla Regina non tenesse la medesima volontà che avea tenuta Re Alfonso di abbassarlo, non volle mai che Castel Nuovo si stringesse d'assedio; anzi più volte diede tregua ad Arnaldo Sanz che era rimaso Castellano in nome del Re Alfonso per tenere sospetto il Re Luigi, che sempre che volesse mostrarsi contrario alla grandezza sua, avrebbe richiamato il Re Alfonso. Ed in cotal modo si tenne il castello undici anni con le bandiere d'Aragona, fin alla morte della Regina Giovanna; e pareva cosa molto strana che il Castellano mandasse nel tempo di tregua a comprare nella città quel che gli bisognava e s'intitolasse Vicerè del Regno.

Il Re Luigi, ch'era di natura mansueta, stette sempre all'ubbidienza della Regina: onde il Gran Siniscalco operò con la medesima che donasse a quel Re il Ducato di Calabria, e gli diede tutte le genti sue stipendiarie che andasse a conquistarlo dalle mani de' Ministri del Re Alfonso; ed egli restò assoluto Signore di tutto il rimanente del Regno, nè avea altro ostacolo che Giacomo Caldera ed il Principe di Taranto ch'era nel Regno grandissimo Signore; onde per assicurarsi di loro, diede una delle sue figliuole per moglie ad Antonio Caldera figliuolo di Giacomo, e l'altra a Gabriele Orsino fratello del Principe, dandogli il Contado di Acerra quasi a titolo di dote. A questo modo stabilì le cose sue che non era chi potesse contrastare o resistere alla volontà sua; e così disfece molte famiglie, come gli Origli, li Mormili, li Costanzi e li Zurli, togliendo ad altri ed investendo i suoi de' loro Stati, e distribuì a molti di Casa Caracciolo terre e castelli. E quindi avvenne che mentre durò la guerra fra' tre Luigi d'Angiò, col Re Carlo III, Ladislao e la Regina Giovanna, si trovino privilegi ed investiture di molte terre in fra di lor contrarie fatte a diverse famiglie: e molti castelli che in un anno mutavano due Signori, secondo le vittorie che aveano que' Re ch'essi seguivano. Nè bastando al Gran Siniscalco tanta autorità, aspirando sempre a cose maggiori, dimandò alla Regina ch'essendo per la morte di Braccio ricaduto alla Corona il Principato di Capua che ne lo investisse; ed ella tosto ai 22 ottobre di quest'anno 1425 glie lo concedette; ma usò per allora questa moderazione, che non si volle intitolar mai Principe, ancorchè li parenti gliel persuadessero.

In questo medesimo anno, essendo nel precedente succeduta la morte di Benedetto XIII i due Cardinali ch'erano rimasi presso di lui elessero per Papa Egidio Munion Canonico di Barzellona che prese il nome di Clemente VIII, il quale creò de' Cardinali, e fece tutti gli atti da Papa; poichè ancora questo partito era sostenuto dal Re Alfonso, irritato, come si è veduto, contro il Pontefice Martino, perchè avea investito Re Luigi del Regno. Nè perchè Alfonso stasse distratto negli affari di Spagna, abbandonò mai le cose del Regno, e proccurò in cotal guisa tener il Papa in sospetto, sin che finalmente nell'anno 1429 non si rappacificarono insieme: per la qual cosa mandò Martino il Cardinal di Foix Legato in Ispagna, affinchè nelle mani di costui l'Antipapa deponesse la carica: e per ordine d'Alfonso fu Clemente costretto rinunziare il suo diritto, asserendo però, che non lo sacrificava, se non se per lo bene della pace. I Cardinali ch'egli avea creati rinunziarono anche volontariamente al Cardinalato, ed i due vecchi Cardinali che aveano eletto Clemente furono posti in prigione, dove morirono poco da poi di disgusto e di miseria. Così terminossi interamente lo Scisma, dopo aver durato per lo spazio di cinquanta uno anni; e Martino V restò solo ed unico Papa, riconosciuto da tutto l'Occidente.

Ma questa riconoscenza non durò più che due anni; poichè a' 20 febbraio dell'anno 1431 trapassò in Roma, ove fu sepolto in Laterano; ed in suo luogo il dì 4 del mese di marzo in eletto Michele Condolmerio Veneziano figliuolo d'una sorella di Gregorio XII che lo avea assunto al Vescovado di Siena ed alla dignità di Cardinale, e fu nomato Eugenio IV. Questi appena assunto al Pontificato cominciò a perseguitare i Colonnesi, perchè si dicea che aveano in mano tutto il tesoro del Papa morto: i Colonnesi fidati nello Stato grande che il zio loro avea dato in Campagna di Roma ed in quello che possedevano nel Regno di Napoli, si disposero di resistere alle forze del Papa, e soldarono genti di guerra per difendersi da lui. Ma il Papa avendo ciò presentito, rinovò subito la lega con la Regina co' medesimi capitoli che furono fatti nella lega di Papa Martino, e richiese la Regina che gli mandasse ajuto per debellare i suoi ribelli. Il Gran Siniscalco che non desiderava altro che l'abbassamento de' Colonnesi per potere sopra le loro ruine maggiormente ingrandire, gli mandò il Conte Marino di S. Angelo suo fratello con mille cavalli, e mandò a minacciare i Colonnesi di togliere loro le terre che aveano nel Regno, se perseveravano nella contumacia del Papa; e perseverando nell'ostinazione, furono dal Papa scomunicati e privati del Principato di Salerno e de' Contadi che tenevano nel Regno, con disegno d'avere la maggior parte de' loro Stati tolti e confiscati. Non contento adunque d'esser Duca di Venosa, Conte d'Avellino, Signore di Capua e di molte altre Terre, cominciò a dimandare alla Regina che gli donasse il Principato di Salerno ed il Ducato di Amalfi, con dire che se ben gli avea donata Capua, egli non se ne voleva intitolar Principe, perchè era certo che ogni altro Re che succedesse al Regno, se la toglierebbe come Terra che per l'importanza sua dev'essere sempre unita alla Corona.

Era allora la Regina divenuta assai vecchia per gli anni, ma molto più per una complessione sua mal sana, che parea al tutto decrepita e schifa; e per questo il G. Siniscalco, ch'era ancora incominciato ad invecchiare, avea lasciata la conversazione segreta, che avea con lei; onde s'era ancora in lei, non solo intepidito, ma raffreddato in tutto l'amore, e però alla dimanda fattale, negò di voler dare nè Salerno, nè Amalfi; per la qual cosa il G. Siniscalco turbato, cominciò in opere ed in parole, ad averla in dispregio ed in odio. In questo tempo era salita in gran favore della Regina Covella Ruffo Duchessa di Sessa, donna terribilissima e di costumi ritrosi, la quale per esser nata da una zia carnale della Regina, per l'antichissima nobiltà del suo sangue, e per essere rimasta erede di molte terre, era superbissima e non potea soffrire la superbia del G. Siniscalco; e per questo ogni dì, quando gli veniva a proposito, sollecitava la Regina che non sopportasse tanta ingratitudine in un uomo, che da bassissima fortuna e da tanta povertà, che avea quasi irrugginita la nobiltà, l'avea esaltato tanto; e perchè la Regina per la vecchiezza era divenuta stolida, ascoltava bene quel che dicea la Duchessa, ma non rispondea niente a proposito. Ma tornando il G. Siniscalco un giorno a parlare alla Regina, e con qualche lusinga dimandarle di nuovo il principato di Salerno e di Amalfi, vedendo che quella ostinatamente negava, venne in tanta furia, per la gran mutazione che scorgeva da quel ch'era stato per diciotto anni, ne' quali la Regina non gli avea mai negata cos'alcuna, che incominciò ad ingiuriarla e trattarla da vilissima femmina con villanie disoneste, tanto che la indusse a piangere: la Duchessa ch'era stata dietro la porta dell'altra camera, quando intese la Regina piangere, entrò con altre donne a tempo, che il G. Siniscalco se ne usciva, e vedendo la Regina sdegnata per l'ingiurie fresche, cominciò fortemente a riprenderla di tanta sofferenza, e che volesse tosto prender partito di raffrenare così insolente bestia, la quale un giorno si sarebbe avanzata sino a porle le mani alla gola e strangolarla. La Regina vedendo tanta dimostrazione d'amore e di vera passione, caramente l'abbracciò e le disse ch'ella dicea bene, e che in ogni modo voleva abbassarlo: la Duchessa conferì tutto con Ottino Caracciolo nemico del G. Siniscalco: Ottino poi lo conferì con Marino Boffa e con Pietro Palagano fieri nemici di Sergianni. Questi conchiusero di valersi del mezzo della Duchessa, e la persuasero, che sollecitasse la Regina, e che l'offerisse di trovar uomini che avrebbero ucciso il G. Siniscalco: la Duchessa non fu pigra a tal maneggio, perchè trattandosi a quel tempo nuovo parentado tra Giacomo Caldera ed il G. Siniscalco, che voleva dar per moglie a Troiano Caracciolo suo unico figliuolo, Maria figliuola del Caldora, avvertì la Regina che questo matrimonio per tutta Napoli si dicea, che si trattava con disegno di dividersi il Regno fra loro e privarne lei, onde pensasse a' casi suoi e lo facesse morire. La Regina rispose, ch'era ben determinata e disposta di volerlo abbassare e togliergli il governo di mano; ma non voleva che s'uccidesse, perch'era vecchia e ne avrebbe avuto tosto da render conto a Dio. La Duchessa, poichè non potè ottener altro, mostrò di contentarsi, che se gli levasse il governo di mano, e la pregò, che fosse presta a parlare con Ottino Caracciolo del modo, che s'avea da tenere. Conferito poi il tutto con Ottino, conchiusero di pigliar dalla Regina quel che poteano, ed ottener ordine di carcerarlo per poterlo uccidere, con iscusar poi il fatto, che avendosi voluto porre in difesa erano stati costretti ad ammazzarlo, e con questa deliberazione restarono. La Regina fece chiamare Ottino e gli disse, che lasciava a lui il carico di trovar il modo di porlo in carcere. Mentre queste cose si trattavano, il G. Siniscalco strinse il matrimonio del figliuolo colla Caldora, e per dar piacere alla Regina dispose di far una festa reale al castello di Capuana dove alloggiava la Regina, sperando per tal festa riconciliarsi con lei ed indurla di far grazia allo sposo ed alla sposa dei principato di Salerno, ch'esso desiderava tanto. Venuto il dì deputato alla festa, che fu a' 17 agosto di quest'anno 1432, e quello passatosi in balli e musiche, e parte della notte in una cena sontuosissima; il G. Siniscalco scese all'appartamento suo e postosi già a dormire, Ottino e gli altri congiurati, avendo corrotto un mozzo di camera della Regina chiamato Squadra, di nazione Tedesco, lo menarono con loro e fecero che battesse la porta della camera del G. Siniscalco e che dicesse, che la Regina sorpresa da grave accidente apopletico stava male, e che voleva che salisse allora. Il G. Siniscalco si levò ed incominciandosi a vestire, comandò che s'aprisse la porta della camera per intender meglio quello ch'era. Allora entrati i congiurati, a colpi di stocchi e d'accette l'uccisero. La mattina sentendosi per la città una cosa tanto nuova, corse tutta la città a veder quello spettacolo miserabile, non picciolo esempio della miseria umana: vedendosi uno, che poche ore innanzi avea signoreggiato un potentissimo Regno, tolti e donati castelli, terre e città a chi a lui piaceva, giacere in terra con una gamba calzata e l'altra scalza (che non avea potuto calzarsi tutto), e non essere persona che avesse pensiero di vestirlo e mandarlo alla sepoltura. La Duchessa di Sessa vedendo il corpo morto disse: ecco il figliuolo d'Isabella Sarda, che voleva contender meco; poco da poi quattro Padri di S. Giovanni a Carbonara, dov'egli avea edificata con gran magnificenza una cappella che ancor si vede, vennero, e così insanguinato e difformato dalle ferite, il posero in un cataletto e con due soli torchii accesi vilissimamente il portarono a seppellire. Troiano suo figliuolo, da poi nella cappella istessa gli fece ergere un superbo sepolcro colla sua statua; e Lorenzo Valla, famoso letterato di que' tempi vi compose quella iscrizione che ivi si legge. La Regina, ancorchè restasse mal contenta della sua morte, pur ordinò che fosser confiscati tutti i suoi beni come ribelle; e concedette ampio indulto a' congiurati, che fu dettato da Marino Boffa; e narrasi che quando innanzi a lei si leggeva la forma dell'indulto, quando si venne a quelle parole che dicevano, che per l'insolenza del G. Siniscalco la Regina avea ordinato che si uccidesse, avesse risposto in pubblico, che non mai ordinò tal cosa, ma solamente che si carcerasse.

CAPITOLO VI. Re Alfonso tenta rientrare nella grazia della Regina, ma in vano. Nozze di Re Luigi con Margarita figliuola del Duca di Savoia; sua morte, seguita poco da poi da quella della Regina Giovanna.

Quando il Re Luigi, che stava in Calabria, ed avea fermata la sua sede in Cosenza, intese la morte del G. Siniscalco, si credette che la Regina lo mandasse subito a chiamare; ma la Duchessa di Sessa, che con questa morte era divenuta potentissima, persuase alla Regina che non lo chiamasse, e per trattenerlo gli fè commettere nuovi negozi in quella provincia: e per questo si crede, che quel Re per poca ambizione avesse perduto per se e per gli suoi successori questo Regno; il contrario di quel che avea fatto Re Alfonso, che per troppa ambizione se ne trovava fuori. Era allora Alfonso in Sicilia, e quando intese la novella della morte del G. Siniscalco, si rallegrò molto e molto più si rallegrò quando intese, che la Duchessa di Sessa era quella che governava; e confidando molto in costei, venne in speranza di essere chiamato dalla Regina, ed essere confermato nella prima adozione. Per non mancare a questa prima opportunità, venne con alcune galee in Ischia, che si tenea per lui, e cominciò segretamente con messi a pregare e trattare con la Duchessa, che avesse indotta alle voglie sue la Regina; ed avrebbe forse questo trattato avuto il suo effetto, se il troppo desiderio di Alfonso non l'avesse guasto; poichè non contento del maneggio della Duchessa, mandò a trattar col Duca di Sessa suo marito finchè alzasse le sue bandiere, perchè di grande l'avrebbe fatto grandissimo; del che subito che fu avvisata la Duchessa, ch'era capital nemica del marito, non solo converse in odio l'affezione che avea col Re Alfonso, ma accusò il marito alla Regina del trattato che tenea di ribellarsi, e fece che Ottino Caracciolo e gli altri del Consiglio supremo mandassero genti d'arme per lo Stato del Duca, acciocchè non potesse mutarsi a favore d'Alfonso, il quale vedendosi usciti vani amendui i maneggi, fece tregua per diece anni colla Regina, e se ne tornò con poca riputazione in Sicilia.

Nel seguente anno 1433 Margarita figliuola del Duca di Savoia fu sposata col Re Luigi, la quale partita da Nizza, dopo una crudelissima tempesta, arrivò a Sorrento molto maltrattata dal viaggio; la Regina voleva farla condurre in Napoli, con quell'onore che si conveniva, e mandare a chiamare il Re da Calabria, per far celebrare con pomposità lo sponsalizio in Napoli; ma la Duchessa di Sessa la distolse, dandole a sentire, che si guardasse di farlo, perchè avrebbe conturbato lo Stato, e che per quel poco tempo che le restava di vita, volesse vivere e morire Regina senza contrasto. E per questo la Regina, che mutava d'ora in punto sempre pensiero, mandò solamente a visitare la sposa ed a presentare, e di là quella Signora andò in Calabria, dove si fece la festa in Cosenza con le maggiori solennità che si poterono. Ma ben tosto fu tal nodo disciolto; poichè nel mese di novembre del seguente anno 1434, dopo avere Re Luigi in quella state guerreggiato col Principe di Taranto, ritirato in Calabria, tra le fatiche durate in quella guerra, e tra l'esercizio del letto con la moglie, gli venne un accidente di febbre, del quale morì senza lasciar di se prole alcuna. Fece testamento, e lasciò che il corpo suo fosse portato all'Arcivescovado di Napoli, ed il cuore si mandasse in Francia alla Regina Violante sua madre, e questo fu eseguito subito; ma il corpo restò nella maggior chiesa di Cosenza, dove ancora si vede il suo tumulo; perchè non vi fu chi si pigliasse pensiero di condurlo in Napoli. Questo Re fu di tanta bontà, e lasciò di se tanto gran desiderio a' popoli di Calabria che si crede, che per questo sia stata sempre poi quella provincia affezionatissima del nome d'Angiò.

La Regina, quando ebbe la nuova della sua morte, ne fece grandissimo pianto, lodando la grandissima pazienza che quel Principe avea avuta con lei, e l'ubbidienza che l'avea sempre portata, e mostrò grandissimo pentimento di non averlo onorato e trattato com'egli avea meritato. E nell'entrar del nuovo anno 1435, travagliata da' dispiaceri dell'animo ed oppressa dagli anni e da' suoi mali, rese lo spirito nel dì 2 di febbrajo, giorno della purificazione di Maria Vergine, in età di sessanta cinque anni, dopo averne regnato venti e sei mesi: ordinò che fosse seppellita alla Chiesa della Nunziata di Napoli senza alcuna pompa, in povera ed umile sepoltura, ove ora giace.