Questa Regina fu l'ultima di Casa Durazzo: e non avendo nè col primo, nè col secondo marito concepiti figliuoli, durando ancor in lei l'odio contro il Re Alfonso, fece testamento nel quale istituì erede Renato Duca d'Angiò e Conte di Provenza, fratello carnale del Re Luigi, esprimendo in quello le cagioni, per le quali fu mossa a talmente stabilire. Ecco ciò che si legge in una particola di questo testamento, fatta imprimere dal Tutini nel suo trattato de' Contestabili del Regno: Praefata Serenissima, et Illustrissima Domina nostra Regina Joanna fide digna, et veridice informata, quod bonae memoriae Dominus Papa Martinus V per quasdam Bullas Apostolicas olim concessit clarae memoriae Domino Ludovico III Calabriae, et Andegaviae Duci, ipsius Reginalis Majestatis consanguineo, et ejus filio arrogato, et ejus fratribus haeredibus, et successoribus hoc Regnum Siciliae post ipsius Reginalis Majestatis obitum: nec non noscens omnes Regnicolas ejusdem Regni affectos, intentos, et inclinatos velle unum ex germanis fratribus dicti q. Domini Ludovici in Regem, et quod si secus fieret, vel evenerit, fieri non posset absque maxima aspersione sanguinis, miserabilique clade, et strage, et finaliter calamitate, et destructione hujus Regni. Nec minus et considerans, quod Serenissimus, et Illustrissimus Princeps Dominus Renatus Dux Bari, etc. ipsius Majestatis Reginalis consanguineus, praefatique quondam Domini Ludovici germanus frater ab inclita, et Christianissima Regia Stirpe domus Franciae, sicut ipsa Reginalis Majestas, suam claram trahit originem; volens praefatis futuris scandalis tacite providere, et salubriter obviare, et per consequens votis, et desideriis dictorum suorum Regnicolarum satisfacere, cupiensque praeterea, quod hoc Regnum potius perveniat ad suum clarissimum Francorum sanguinem, et inclitam progeniem, quam ad quamvis aliam nationem: Jam dictum Serenissimum, et Illustrissimum Principem Dominum Renatum ejus consanguineum, ac dicti q. Domini Ludovici ejus arrogati filii germanum fratrem, ejusdem Regnicolis ita gratum, desideratum et acceptum, in quantum ad ipsam Serenissimam Reginalem Majestatem spectat, et in ea est, et quod potest omni meliori via, modo et forma quibus de jure melius, et aptius potest et debet suum universalem haeredem, et successorem in hoc Regno Siciliae, et in omnibus aliis ejus Regnis, Titulis et Juribus, Actionibus, et cum omnibus Provinciis, Juribus, Jurisdictionibus, et omnibus pertinentiis suis quacumque vocabuli appellatione distinctis, et ad illam spectantibus, et pertinentibus, quovis modo, coram nobis, instituit, ordinavit et fecit, infrascriptis legatis, et fideicommissis, dumtaxat exceptis.

Lasciò cinquecentomila ducati alla Tesoreria che avessero da servire in beneficio della città di Napoli, ed in mantenimento del Regno nella fede di Renato, ed ordinò che sedici Baroni Consiglieri e Cortigiani suoi, governassero il Regno fin alla venuta di Renato.

CAPITOLO VII. Politia del Regno sotto i Governadori deputati da Giovanna. Governo che da poi vi tenne la Regina Isabella moglie e Vicaria di Renato d'Angiò. Guerre sostenute da costui col Re Alfonso: da cui in fine fu costretto ad uscirne ed abbandonare il Regno.

Non meno la morte che il testamento della Regina Giovanna pose in maggiori sconvolgimenti questo Reame; quando prima era combattuto da due Pretendenti, ecco che ora ne surge un terzo, cioè il Pontefice romano. Papa Eugenio intesa la morte della Regina, fece intendere a' Napoletani ch'essendo il Regno Feudo della Chiesa, non intendeva che fosse data ad altri che a colui ch'egli dichiarasse ed investisse; ed intanto che dovesse egli amministrarlo, e destinar il Balio par reggerlo. Alfonso lo pretendeva per se in vigor dell'adozione, e Renato in vigor di questo testamento.

(La Bolla d'Eugenio IV spedita del mese di giugno in Fiorenza nel 1445, colla quale si comanda ai Napolitani di non riconoscere per Re nè Alfonso, nè Renato, è rapportata da Lunig[275]).

Ma i Napoletani ch'erano allora quasi tutti affezionati alla parte Angioina, sentendo la pretensione del Papa, se gli opposero fortemente, e si dichiararono che non volevano altro Re che Renato, ed insino a tanto che egli non venisse a reggerlo, dovesse eseguirsi il testamento della Regina; in effetto furono eletti per lo governo que' sedici Baroni destinati dalla Regina, li quali furono Raimondo Orsino, Conte di Nola: Baldassarre della Rat, Conte di Caserta: Giorgio della Magna, Conte di Pulcino: Perdicasso Barrile, Conte di Montedorisi: Ottino Caracciolo, Conte di Nicastro e Gran Cancelliere, Gualtieri e Ciarletta Caracciolo tutti tre Rossi: Innico d'Anna Gran Siniscalco: Giovanni Cicinello ed Urbano Cimmino, l'uno Nobile di Montagna e l'altro di Portanova: Taddeo Gattola di Gaeta ed altri che si leggono nel testamento della Regina. Questi dubitando che tal reggimento in fine non si convertisse in Tirannia, crearono essi venti uomini Nobili e del Popolo, i quali furono chiamati Balj del Regno. Da costoro fu sollecitato che si dovesse mandar tosto in Francia a notificar a Renato il testamento e volontà della Regina ed il desiderio della città, ed a sollecitarlo che venisse quanto prima; ed in effetto furono tosto mandati tre Nobili a chiamarlo, e fra tanto in lor difesa chiamarono Giacomo Caldora, al quale diedero denari, perchè assoldasse genti; soldarono ancora Antonio Pontudera con mille cavalli e Micheletto da Cotignola con altrettanti, per reprimere gl'insulti d'Alfonso: ed in cotal guisa quelli mesi che corsero tra la morte della Regina, fin alla venuta della Regina Isabella moglie di Renato fu governato il Regno; ond'è, che negl'Istrumenti che si stipularono in quel tempo, non si metteva altro Regnante, ma si diceva: Sub regimine Illustrium Gubernatorum relictorum per Serenissimam Reginam Joannam clarae memoriae.

Dall'altra parte il Re Alfonso avendo intesa la morte della Regina, persuaso che, secondo si dicea, quel testamento non fosse stato di libera volontà della medesima, si apparecchiò subito a far la guerra, e tirò molti al suo partito, come il Duca di Sessa, quello di Fondi, il Principe di Taranto ed alcuni altri; e sollecitato da costoro partì da Messina ove era, e venne a Sessa, indi si portò all'assedio di Gaeta. L'assedio di questa Piazza che durò lungo tempo, poco mancò che non recasse ad Alfonso l'ultima sua ruina, e se non fosse stata la magnanimità del Duca di Milano, la guerra sarebbe finita; poichè il Duca di Milano avendo sollecitati i Genovesi che soccorressero quella città, nè sopportassero che il miglior Porto del Mar Tirreno venisse in potere de' Catalani nemici loro: i Genovesi avendo posto in mare una potente armata, ed Alfonso all'incontro un'altra potentissima, nella quale vi erano personaggi cotanto illustri, quanto oltre Alfonso, erano il Re di Navarra, D. Errico Maestro di S. Giacomo, e D. Pietro suoi fratelli, il Principe di Taranto, il Duca di Sessa, il Conte di Campobasso, il Conte di Montorio, e grandissimo numero d'altri Baroni del Regno di Sicilia e d'Aragona: venutosi a' 5 agosto di quest'anno 1435 ad una battaglia nell'acque di Ponza che durò diece ore, finalmente i Genovesi ruppero l'armata d'Alfonso, e fecero prigionieri il Re istesso, il Re di Navarra, D. Errico, il Principe di Taranto ed il Duca di Sessa, con molti Cavalieri e Baroni, forse al numero di mille; solo si salvò fuggendo ad Ischia D. Pietro con la nave sua. Furono i prigionieri condotti a Savona, e poi portati a Milano, dove il Duca ricevè il Re Alfonso da ospite, non già da prigioniere, e fu tanta la magnanimità del Duca che non solo gli accordò la libertà; ma persuaso da Alfonso che la sicurezza del suo Stato, era l'aver in Italia Aragonesi e non Franzesi, perciocchè se Renato occupava il Reame di Napoli, non resterebbe di movere il Re di Francia a toglierli lo Stato, conchiusero insieme lega; e con cortesia che non ebbe altra simile al Mondo, donò la libertà a lui, a suo fratello ed a tutti gli altri prigionieri, e prima che si fossero firmati i Capitoli della lega, il Duca permise che il Navarra ed il Maestro di S. Giacomo andassero in Ispagna a far nuovo apparato per la guerra di Napoli, e che il Principe di Taranto, il Duca di Sessa e gli altri Baroni del Regno venissero in Napoli a dar animo ai partigiani del Re che credeano che mai più Alfonso potesse sperare d'avere una pietra nel Regno. Poco da poi fu firmata la lega, ed il Duca mandò in Genova ad ordinare che si preparasse l'armata, per andare col Re all'impresa di Napoli.

Mentre queste cose succedettero ne' nostri mari, gli Ambasciadori napoletani, ch'erano stati mandati in Francia a chiamar Renato, trovarono che il Duca di Borgogna, il quale in una battaglia l'avea fatto prigione, e che poi l'avea liberato sotto la fede di tornare, richiese a Renato che osservandoli la fede data fosse tornato a lui, e quando tornò lo pose in carcere: o fosse per invidia, vedendo ch'era chiamato a così gran Regno o fosse per far piacere a Re Alfonso: ciocchè diede materia di discorrere, qual fosse stata maggiore, la sciocchezza di Renato ad andarvi o la discortesia del Duca a porlo in carcere, la quale parve tanto più vituperosa e barbara, quanto che fu quasi nel medesimo tempo della cortesia che fece il Duca di Milano ad Alfonso. Gli Ambasciadori non ritrovandolo, operarono che con loro, come Vicaria del Regno, venisse a prenderne il possesso in vece del marito Isabella, la quale con due piccioli figliuoli Giovanni e Lodovico, sopra quattro galee Provenzali partì, e nel principio d'ottobre giunse a Gaeta, dove dai Gaetani fu ricevuta con molto onore ed ella lodò quei cittadini ch'erano stati fedeli, e loro fece molti privilegj. Passò poi a Napoli dove giunta a' 18 d'ottobre di quest'anno 1435 fu ricevuta con somma allegrezza di tutta la città, alla quale era venuto in fastidio il governo della Balìa e de' Governadori, e dal Conte di Nola le fu giurato omaggio, al cui esempio, quasi tutti i Baroni fecero il simile; ed ella come Vicaria del Re suo marito, cominciò a governare il Regno.

Questa Regina per la sua gran prudenza e bontà fra poco tempo s'avea acquistata presso tutti grandissima benevolenza, tanto che se la fortuna non avesse prosperate tanto le cose d'Alfonso, e attraversate quelle di Renato suo marito, avrebbe stabilito il Regno nella di lui posterità. Ma la lega pattuita col Duca di Milano quando men si credea, e la libertà data ad Alfonso ed a suoi fratelli con inaudita, e non creduta magnanimità, pose in grande spavento la Regina Isabella e tutta la parte Angioina. A questo s'aggiunse, che Gaeta la quale con tanti assalti, e con tante forze non avea potuto pigliarsi, per una tempesta occorsa a D. Pietro fratello d'Alfonso, venne in mano degli Aragonesi; perchè D. Pietro che stava in Sicilia, essendosi mosso con cinque galee per andare alla Spezie a pigliar il Re ch'era stato già liberato, essendo arrivato ad Ischia, fu ritenuto da una grave tempesta di mare nella marina di Gaeta; e perchè in quella città v'era la peste, ed i Gaetani più nobili e più facoltosi erano usciti fuori della Città, e per caso il Governadore era morto, alcuni Gaetani che teneano la parte del Re Alfonso andarono ad offerirsegli, e a dargli la città in mano. D. Pietro restò in Gaeta, e mandò Raimondo Periglio con le galee a Porto Venere, dove trovò il Re che avuta la novella della presa di quella Piazza, tosto si incamminò a quella volta, ed il dì 2 febbrajo del nuovo anno 1436 vi si portò, e passarono molti mesi che senza fare impresa alcuna andava e veniva da Gaeta a Capua che se gli era parimente resa. S'aggiunse ancora la ribellione del Conte di Nola, di quello di Caserta e di molti altri Baroni che vennero al suo partito.

Questa prosperità d'Alfonso fece pensare alla Regina, ed a coloro della sua parte di dimandar al Papa soccorso; e furono inviati Ottino Caracciolo e Giovanni Coffa al Pontefice Eugenio a chiederlo, il quale con molta prontezza il diede; perchè il Papa, sapendo l'ambizione del Duca di Milano che da se solo tentava di farsi Signore di tutta l'Italia, pensava ora che molto maggiore sarebbe stata l'audacia sua, essendogli giunta l'amicizia del Re d'Aragona e di tanti altri Regni; onde mandò Giovanni Vitellisco da Corneto Patriarca Alessandrino, uomo più militare che ecclesiastico, con tremila cavalli e tremila fanti in soccorso della Regina, e con questo si sollevò molto la parte Angioina; e tanto più quanto che acquistò l'amicizia de' Genovesi ch'erano diventati mortali nemici del Duca e del Re d'Aragona, li quali con grandissima fede favorirono quella parte fino a guerra finita.