Che quando il Papa volesse far guerra contra Infedeli, avesse il Re da comparire con una buona armata ad accompagnare quella del Papa.
Che il Re dovesse ritenere in nome della chiesa la città di Benevento e di Terracina in governo per tutto il tempo di sua vita, e per lo medesimo tempo lasciava il Re al Papa Città ducale, Acumoli e la Lionessa, terre importantissime della provincia d'Abruzzo.
Che il Re dovesse servire al Papa con sei galee per sei mesi nella guerra contro il Turco. E per ricuperare le città e fortezze che teneva occupate nella Marca il Conte Francesco Sforza, si convenne, che il Re dovesse inviare quattromila soldati a cavallo e mille a piedi.
Che il Papa dovesse concedere la Bolla di legittimazione per D. Ferdinando suo figlio che fosse abilitato per l'investitura, in guisa che tanto egli, quanto i suoi eredi potessero succedere al Regno.
Che al censo, che dovea pagar il Re per l'investitura, s'avessero da scomputare le spese, che si facessero nelle sei galee e nella gente d'arme, che dovean andare alla Marca.
Che le città di Benevento e di Terracina si darebbero in governo a D. Ferdinando e suoi successori perpetuamente, e dell'istesso modo avesse la chiesa in governo la Città ducale, Acumoli e la Lionessa.
Questi capitoli di pace furono a' 14 giugno di quest'anno 1443 conchiusi in Terracina dal Re e dal Legato appostolico Cardinal d'Aquileia; nella conchiusion de' quali intervennero solamente Alfonso Covarruvias famoso Giurista e Protonotario appostolico e Giovanni Olzina Segretario del Re; e sono rapportati dal Chioccarello nel tomo I de' M. S. giurisdizionali.
Papa Eugenio con sua particolar Bolla spedita a' 6 luglio del detto anno, parimente rapportata da Chioccarello, confermò i capitoli suddetti, ed in esecuzione di quelli, in questo medesimo anno, spedì più Bolle rapportate anche dal medesimo Autore.
Primieramente a' 13 luglio diede fuori una Bolla preliminare, colla quale assolvea il Re ed i suoi Ministri da tutte le scomuniche e censure, nelle quali fossero incorsi per le guerre ed offese fatte alla chiesa romana nel tempo dello Scisma, e per l'invasione dei beni ecclesiastici. Dopo tutto ciò, residendo Eugenio in Siena, a' 15 del detto mese spedì la Bolla dell'investitura, per la quale concedè al Re Alfonso l'investitura del Regno di Napoli per se, suoi eredi mascoli e femmine legittimi discendenti dal suo corpo per retta linea.
Di questa investitura variamente parlarono i nostri Autori: Scipion Mazzella[329] dice, che abbracciava ancora il Regno d'Ungheria, di cui il Papa ne investì Alfonso per le ragioni di Giovanna sua madre adottiva; e che nella medesima si concedeva ancora, che Ferdinando suo figliuol naturale potesse succedere nel Regno. Il Cardinal Baronio[330] credette, che per questa Bolla il Re Alfonso fosse stato da Eugenio investito non solo del Regno di Napoli, ma anche di quello di Sicilia. Ma non men l'uno che l'altro vanno di gran lunga errati. L'investitura non fu che del solo Regno di Napoli, chiamato nelle Bulle pontificie, Regnum Siciliae et Terram citra Pharum. Nè della Sicilia ultra Pharum, e molto meno dell'Ungheria si fece parola, come nè tampoco dell'abilitazione di Ferdinando. Ciò è evidente dalla Bolla, che ora leggiamo impressa nel III tomo del Summonte, e che manuscritta fu dal Chioccarelli ancor inserita fra l'altre di questo Papa nel tomo primo de' suoi M. S. giurisdizionali: dove Eugenio, numerando le cagioni, che lo moveano a dar l'investitura, cioè l'adozione della Regina Giovanna II, li travagli d'Alfonso sofferti in tanti anni per mettersene in possesso, la vittoria riportata de' suoi nemici, la pace data al Regno, la volontà dei Baroni che lo consideravano e che l'aveano ricevuto per loro Re e Signore, datogli ubbidienza e prestatogli il giuramento solito di fedeltà (cose tutte riguardanti il solo Regno di Napoli), i meriti proprj e del Re Ferdinando suo padre, per tutte queste ragioni l'investiva del Regno colle clausole solite, che furono apposte in quella conceduta al Re Carlo I con il censo di ottomila once d'oro l'anno: e che i Baroni e popoli del medesimo Regno non potessero gravarsi di nuove taglie, ma godessero quella libertà, franchigia e privilegi che goderono a tempo del Re Guglielmo II.