Non poteva in questa investitura parlarsi del Regno di Sicilia ultra Pharum, di cui i Re di Sicilia predecessori d'Alfonso, sin dal famoso Vespero Siciliano, non ne richiesero mai investitura; ed Alfonso era a quello succeduto per la morte del Re Ferdinando suo padre sin dall'anno 1416, e di cui era in possesso prima della sua adozione. Lo convincon ancora le parole della Bolla dell'investitura, conceduta pro Regno Siciliae, et tota terra ipsius, quae est citra Pharum, usque ad confinia terrarum ipsius Ecclesiae. Ciò che si conosce più chiaramente dal giuramento di ligio omaggio, che Alfonso poi nell'anno 1445 diede ad Eugenio con queste parole: Ego Alphonsus dei gratia Rex Siciliae plenum homagium, ligium, et vassallagium faciens vobis Domino meo Eugenio Papae IV et Ecclesiae Romanae, pro Regno Siciliae, et tota terra ipsius, quae est citra Pharum[331].

Mette poi la cosa in maggior evidenza, e non lascia punto da dubitare la data di questo giuramento, dove per lo Regno di Sicilia, et tota terra citra pharum, non si denota, che questo solo Regno di Napoli. Ecco ciò che ivi leggiamo: Datum Neapoli per manus nostri praedicti Regis Alphons, anno a Nativitate Domini 1445, die vero secundo mensis Junii octavae Indictionis. Regnum nostrorum trigesimo; hujus vero SICILIAE, ET TERRAE CITRA PHARUM anno Regni XI. Non è dunque da dubitare, che questa investitura fu del solo Regno di Napoli, siccome per cosa fuor di dubbio scrissero il Costanzo, il Summonte, il Chioccarelli, e tutti i più rinomati e gravi nostri Autori.

Oltre di questa investitura, nel medesimo anno furono da Eugenio spedite altre Bolle in favor d'Alfonso; nel dì 4 di settembre ne diè una per la quale gli rimette e dona il pagamento di non picciole somme di marche sterline, che era tenuto pagare alla Camera Appostolica per cagion della concessione, ed investitura del Regno di Napoli. E nel dì 29 del medesimo mese con altra Bolla gli rimise tutta la somma di denari, che gli dovea per li censi passati del Regno di Napoli; e tutta la somma, che il Re, e suoi Ufficiali e Ministri in suo nome aveano esatta insino al detto dì, da qualunque ragioni, e crediti della Camera Appostolica, ovvero da prelature e dignità, beneficj e persone ecclesiastiche di qualsivoglia modo. Parimente nel medesimo giorno ne spedì un'altra, colla quale promette al Re di mandargli il Cardinal di S. Lorenzo in Damaso, o altra persona per coronarlo solennemente quando e dove il Re vorrà; ma questa coronazione poi non si fece, non essendo stato Alfonso mai coronato[332].

Poi in un medesimo giorno de' 13 decembre del suddetto anno furono spedite nove altre Bolle in favor del medesimo. Per la prima, si concede che la pena della privazione del Regno in caso di contravenzione alli patti dell'investitura, possa permutarsi in pena pecuniaria di ducati 50 mila da pagarsi dal Re alla Camera Appostolica; durante però la vita d'Alfonso. La seconda, gli proroga per due altri anni il tempo di dare il giuramento alla Sede Appostolica per l'investitura del Regno, non ostante, che in quella si dica, doversi dare fra sei mesi, se il Papa sarà in Italia ed essendo fuori d'Italia, fra un anno. La terza, gli rimette le 8 mila once d'oro l'anno, che gli doveva per lo censo, durante però la vita d'Alfonso. La quarta gli dà facoltà di non ricevere i suoi ribelli nel Regno, e di cacciargli, con confiscare i loro beni, non ostante il giuramento dato dal Re per osservanza dell'investitura fattagli, di ricevere detti ribelli nel Regno e di restituire a' medesimi i loro beni, assolvendolo dal detto giuramento. Per la quinta, se gli concede, che se bene nell'investitura vi sia patto, che non possa imponere taglie e collette alle chiese, monasterj, luoghi pii e religiosi, cherici e persone ecclesiastiche, e loro beni, eccetto che ne' casi permessi de jure, ovvero per antica consuetudine di detto Regno, tuttavia che possa il suddetto Re per tutto il tempo della sua vita imponere taglie e collette a detti luoghi e persone ecclesiastiche, essendovi necessità, non ostante li patti di detta investitura. Nella sesta, si dice, che essendosi dal Re Alfonso esposto, che per antica consuetudine del Regno poteva imponer taglie e collette alle chiese, monasterj, Luoghi pii, religiosi, cherici e persone ecclesiastiche e loro beni, e che non era tenuto ricevere, nè ammettere Prelati eletti, nominati e provisti in detto Regno, se probabilissimamente gli eran sospetti di Stato: il Papa gli concede, che possa imporre dette taglie e collette, e non ricevere detti Prelati, se per consuetudine del Regno gli era lecito, non ostante li patti apposti in detta Investitura. Per la settima, ad istanza del detto Re se gli concede e dispensa, che possano anche succedere nel Regno i trasversali, non ostante li patti di detta Investitura, che chiamava solo li mascoli nati e nascituri, legittimamente discendenti per linea retta dal detto Re. Per l'ottava, se gli conferma l'adozione, ovvero arrogazione per figlio e successore nel Regno di Napoli fattagli dalla Regina Giovanna II. L'ultima, rimette al Re li 300 soldati armati, che avea da tenere in campagna, e che avea promesso alla Sede Appostolica a sue spese per tre mesi per cagione dell'Investitura concessagli.

Da poi nel seguente anno 1444 a' 14 Luglio in esecuzione de' capitoli accordati col Cardinal Legato in Terracina, spedì Eugenio la Bolla della legittimazione a favor di Ferdinando Duca di Calabria, per la quale lo legittimò e l'abilitò a succedere nel Regno di Napoli; ed a primo Aprile dell'anno seguente con altra Bolla si commette a Don Giovanni Abate del monastero di S. Paolo di Roma, a ricercare dal Re Alfonso in nome della Sede Appostolica il giuramento ch'era tenuto dare per cagion dell'Investitura, il quale fu dato in mano del medesimo con quelle parole di sopra riferito.

(La formola del giuramento di fedeltà prestato da Alfonso, siccome i Brevi, ed altre Bolle d'investitura e sua estensione a' collaterali, di remission di debiti alla Camera Appostolica, di riunione nel Regno dei Beni distratti e di conferma dell'adozione fatta dalla Regina Giovanna II in favor d'Alfonso, sono rapportate anche da Lunig[333], il quale trascrive eziandio una bolla d'Eugenio, spedita in Roma nel mese d'Ottobre del 1443 per la quale gli concede facoltà di potere per tutto il futuro anno 1444 impor taglie e collette, ed esigere sopra tutti i frutti de' Beni degli Ecclesiastici de' suoi Regni la somma di ducentomila fiorini d'oro di Camera; cioè da' Regni d'Aragona, Valenza, Catalogna, Majorica e Minorica fiorini cento quarantamila; dal Regno di Napoli trentamila e da quello di Sardegna diecimila. Comanda, che niun Ordine regolare o secolare sia da ciò esente; ma tutti gli Ecclesiastici, ospedali ed altri luoghi pii debbano contribuire, eccettuandone i soli Cardinali, per quella ragione che Eugenio esprime nella suddetta sua Bolla, dicendo: Venerabilibus Fratribus nostris S. R. E. Cardinalibus, qui in partem nostrae sollicitudinis, divina miseratione vocali, grandia ad eorum statum decenter tenendum expensarum onera quotidie subire noscuntur dumtaxat exceptis).

CAPITOLO III. Nozze tra Ferdinando Duca di Calabria con Isabella di Chiaramonte nipote del Principe di Taranto. Morte di Papa Eugenio, ed elezione in suo luogo del Cardinal di Bologna chiamato Niccolò V, che conferma ad Alfonso quanto gli aveva conceduto il suo predecessore Eugenio.

Re Alfonso dopo aver stabilita la pace col Pontefice Eugenio, fu tutto inteso non meno ad assicurare la successione del Regno nella persona del Duca di Calabria, che a soddisfare il Papa di quanto ne' capitoli della pace erasi convenuto. In adempimento del primo capitolo fece prestargli ubbidienza da tutti i Sudditi e Prelati; e poichè il famoso Canonista Panormitano avea assistito al Concilio di Basilea, ed avea avuta gran parte a quanto ivi fu fatto contro il Pontefice Eugenio, in ricompensa di che era stato nominato Cardinale da Felice V Antipapa, lo fece richiamare e l'obbligò a cedere il Cardinalato, e a ritornare nel suo Arcivescovado di Palermo, dove morì di peste l'anno 1445. Ma vedendo che D. Ferdinando non era molto amato da' suoi vassalli, per essere di natura dissimile a lui, siccome colui che s'era scoverto superbo, avaro, doppio e poco osservatore della fede, cominciò a dubitare non il Regno dopo la sua morte venisse in mano aliena; onde trovandosi averlo destinato per successore, cercò di fortificarlo di parentadi, ed inteso che il Principe di Taranto teneva in Lecce una figlia della Contessa di Copertina sua sorella carnale, giovane di molta virtù e da lui amata come figlia, mandò a dimandarla per moglie del Duca di Calabria; ed il Principe ne fu contentissimo, e la condusse molto splendidamente in Napoli. Parve al Re di avergli con ciò acquistato l'ajuto del Principe di Taranto; e per maggiormente fortificarlo, cercò di stringerlo anche di parentado col Duca di Sessa che era pari di potenza al Principe: e diede a Martino di Marzano, unico figliuolo del Duca, D. Lionora sua figlia naturale, assegnandogli per dote il Principato di Rossano con una parte di Calabria.

Ma mentre Alfonso è tutto inteso a stabilire la successione del Regno per suo figliuolo, a soddisfare il Papa di quanto ne' capitoli della pace erasi convenuto: ecco che Eugenio, infermatosi gravemente, venne a morte il dì 23 di febbraio di quest'anno 1447. Per questa morte si levarono in Roma grandi tumulti, perchè gli Orsini dall'una banda ed i Colonnesi dall'altra, sforzavano i Cardinali che avessero creato Papa a volontà loro; ma ritrovandosi il Re a Tivoli, spedì tosto suoi Ambasciadori al Collegio de' Cardinali ad esortargli che nell'elezione non s'usasse alcun maneggio, perch'egli non avrebbe fatta usare alcuna violenza, ma che procedessero a farla con tutta la libertà senza passione o timore. Assicurati i Cardinali da Alfonso, tosto con gran conformità elessero il dì 6 marzo il Cardinal di Bologna uomo mite e pacifico, il quale si può porre per uno de' rari esempj della fortuna, perch'essendo figliuolo d'un povero medico di Sarzana, castello piccolo posto ne' confini di Toscana e di Lunigiana, in un anno fu fatto Vescovo, Cardinale e Papa che nomossi Niccolò V. Il Re di questa elezione restò molto contento, e mandò quattro Ambasciadori che si trovassero alla coronazione, e gli dassero da parte di lui ubbidienza.

Mutossi in un tratto lo stato delle cose d'Italia; poichè ad un Papa di spiriti bellicosi essendone succeduto un altro tutto amante di quiete e di pace, in breve tempo si vide il riposo d'Italia e della Chiesa di Roma; poichè subito cominciò a trattare la pace tra' Veneziani, Fiorentini ed il Duca di Milano. Estinse tosto ogni reliquia di Scisma, che eravi rimasa, poichè ascoltò volentieri le proposizioni d'accordo che gli furono fatte da' Principi cristiani. L'Antipapa Felice ed i suoi aderenti, trovandosi parimenti disposti alla pace, facilitarono l'accordo, il qual fu fatto con condizioni vantaggiose per amendue i partiti, cioè che Felice avrebbe rinunziato alla pontifical dignità; ma che sarebbe il primo fra i Cardinali, e Legato perpetuo della Santa Sede in Alemagna: che sarebbero rivocate dall'una e dall'altra parte tutte le scomuniche e l'altre pene fulminate da' Concilj o dai Papi contendenti contro quelli del partito opposto: che i Cardinali, i Vescovi, gli Abati, i Beneficiati e gli Ufficiali delle due ubbidienze, sarebbero mantenuti ne' loro posti: che le dispense, indulgenze e l'altre grazie concesse da' Concilj, ovvero da' Papi delle due ubbidienze, come pure i decreti, le disposizioni ed i regolamenti che avessero fatti, avrebbero sussistenza: in fine che Niccolò V adunerebbe un Concilio generale in Francia sette mesi dopo l'accordo: e tutte queste condizioni, alla riserva dell'ultima, furono eseguite. Felice rinunziò il Pontificato, e Niccolò fu da tutti riconosciuto per Papa, il quale impiegò il rimanente del suo Pontificato ad acquietare le turbulenze d'Italia, e da questo tempo, fino alla fine del secolo, si vide in pace la Chiesa di Roma.