Col Re Alfonso fu tutto mite e pacifico; non pur confermò quanto erasi pattuito col suo predecessore, ma per le molte spese che il Re avea sofferte nella guerra della Marca, e per altri soccorsi somministratigli pochi giorni dopo il suo ingresso al Pontificato, a' 22 marzo di quest'istesso anno gli spedì Bolla, colla quale gli restituì le Terre d'Acumulo, Cività Ducale e Lionessa nella Montagna dell'Amatrice[334], date da Alfonso ad Eugenio in iscambio della città di Benevento e di Terracina, con rimanere le suddette città ad Alfonso e suoi successori nel Regno (toltone il tributo di due sparvieri l'anno) senza pagamento di censo alcuno; assolvendolo anche nell'anno 1452 con altra particolar Bolla dal suddetto tributo di due sparvieri, che detto Re dovea alla Sede Appostolica in quell'anno, e per tutto il tempo passato, per le città suddette di Benevento e Terracina.

Confermò poi a' 14 gennajo dell'anno 1448 con altra Bolla tutte le grazie e concessioni che tanto ad Alfonso, quanto a Ferdinando suo figliuolo erano state da Eugenio concedute; ed a' 27 aprile del seguente anno con altra Bolla confermò, e di nuovo concedè la legittimazione e successione del Regno di Napoli fatta dal detto Papa Eugenio a Ferdinando Duca di Calabria, con ampliarla di più che detto D. Ferdinando potesse succedere negli altri Regni d'Alfonso suo padre.

(Oltre i suddetti privilegj e concessioni, Niccolò V spedì da Assisi nell'anno 1454 Bolla ad Alfonso, per la quale gli concede il dominio d'un'isola nell'Arcipelago, vicina all'isola di Rodi, con un castello diruto che s'apparteneva alla religione de' Cavalieri di S. Giovanni, affinchè potesse fortificarlo, empir d'abitatori l'isola e valersi del suo porto, per far argine alle incursioni de' Greci e de' Saraceni. Leggesi la Bolla presso Lunig[335]).

Così Alfonso, secondandolo la fortuna in ogni cosa, disbrigato da tutte le cure della guerra, e riposando in una placida e tranquilla pace, dopo avere scorsa la Toscana, ritornò in Napoli, dove giunto trovò che la Duchessa di Calabria sua nuora avea partorito un figliuolo che poi fu Re Alfonso II, che nel tempo del parto apparve in aria sopra il Castel Nuovo un trave di fuoco, che fu presagio della terribilità che avea da essere in lui. I Napolitani fecero molti segni d'allegrezza per lo ritorno del Re, il quale fermatosi in questa città, quivi lungamente si stette, attendendo parte a' piaceri, parte a fabbriche e parte a riordinare i Tribunali di giustizia.

CAPITOLO IV. Origine ed istituzione del Tribunale del S. C. di S. Chiara, ora detto di Capuana.

Fra i molti fregi che adornarono la persona del Re Alfonso, il più celebrato sopra ogni altro fu quello d'avere avuto in somma stima, non meno gli uomini d'arme, che quelli di lettere e di consiglio. Egli ammiratore della grandezza de' Romani, delle loro magnanime imprese e della loro saviezza e prudenza non meno civile che militare, non avea altro diletto che leggere le loro istorie; e la sua ordinaria lezione era sopra Livio, di cui fu tanto adoratore che da Padova, ove giaceano le sue ossa, proccurò da' Veneziani che in memoria di sì grande Istorico gli dassero un osso del suo braccio, il qual fece con gran religione trasferire in Napoli. Conferiva ciò che vi leggeva con uomini dottissimi, che tenne sempre appresso di se, favorendogli con molti segni di stima e di onore.

Essendo a' suoi dì caduta Costantinopoli sotto il giogo de' Turchi, ed estinto l'Imperio greco, molti grand'uomini, che fiorirono in quella città, per iscampare dalla loro barbarie, fuggirono in Italia dove portarono le lettere e la greca erudizione. Si videro perciò fiorire Gaza, Argiropilo, Fletone, Filelfo, Lascari, Poggio, Valla, Sipontino, Campano, Bessarione e tanti altri[336]: tanto che alla caduta di Costantinopoli si deve, essersi in Italia restituite l'erudizione e le lettere più culte e tolta la barbarie. Alfonso nella sua Corte n'accolse molti, in guisa che quella fioriva non meno d'eccellenti professori Latini che Greci. Tenne presso di se il famoso Trapezunzio, Crisolora, Lascari e dei Latini il celebre Lorenzo Valla, Bartolommeo Facio, Antonio da Bologna detto il Panormita, Paris de Puteo e tanti altri. Ebbe pur anche presso di se uomini di fina prudenza e consiglio, e fra gli altri il famoso Alfonso Borgia Vescovo di Valenza: questi nato in Xativa nella diocesi di Valenza, coltivò nell'Università di Lerida i suoi studj, dove avendo fatti mirabili progressi, prese il Dottorato e ne divenne eccellente Cattedratico. Fu poi eletto Canonico di quella città, e per la fama della sua dottrina entrato in somma grazia del Re Alfonso, fu da costui creato suo intimo Consigliere e Cappellano; non molto da poi fu eletto Vescovo di Valenza; e mentre reggeva questa chiesa, avendo Alfonso intrapresa l'espedizione del Regno di Napoli, lo condusse seco, della di cui opera, come si è detto, molto giovossi, quando mandato in Roma, fu impiegato nel gravissimo affare della pace col Pontefice Eugenio, la quale felicemente condusse a fine.

Quando Alfonso, dopo tanti travagli si rese pacifico possessore del Regno, e voltò i suoi pensieri a ristabilirlo, ad introdurvi miglior forma di governo e a riordinare i nostri tribunali, il suo principal Ministro e Consigliere era il Vescovo di Valenza: costui nelle deliberazioni più gravi v'avea la maggior parte, ed il Re da' suoi consigli pendea più che da qualunque altro. Diedero occasione all'erezione di questo Tribunale del S. C. gli abusi, che si vedeano introdotti in Napoli per cagion de' ricorsi, che dalle determinazioni del Tribunale della Gran Corte della Vicaria si facevano al Re. Questo Tribunale composto, come s'è detto, di quello della Gran Corte e dell'altro del Vicario, era in Napoli e nel Regno il Tribunal supremo, ed i suoi Giudici che lo componevano, erano i Magistrati ordinarj: dalle determinazioni di quello non vi era appellazione, poichè sopra di lui non si riconosceva altro Tribunale superiore ove potesse ricorrersi per via d'appellazione. Non avea la retrattazione, che ora appelliamo reclamazione, e la quale presso i Romani era solamente del Prefetto Pretorio; onde per riparare alle gravezze non vi restava che un rimedio, fuori dell'ordine de' giudizj ordinarj, e questo era ricorrere al Re per via di preghiere e di memoriali. Il Re soleva alle volte destinar certe persone, alle quali rimetteva i memoriali ad esso portati, perchè gli riconoscessero, e fattogliene informo, di sua autorità emendassero le gravezze; e queste persone erano chiamate Giudici d'appellazioni della Gran Corte, ond'è, che prima dell'erezione di questo Tribunale, nelle scritture di quei tempi spesso di questi Giudici fassi memoria. Più frequentemente però i Re, senza legarsi a certa persona, mandavano i memoriali ora ad uno ora ad un altro Giureconsulto per sapere il lor parere, i quali da poi ch'aveano inteso il lor consiglio e letto il voto, determinavano essi, e la decisione usciva sotto il nome regio[337]. Questo costume portava degli abusi e de' disordini; poichè sovente affari importantissimi erano risoluti secondo il parere d'un solo. Crescevano ancora i ricorsi, venendo non pur da' Tribunali della città di Napoli, ma ancora dalle province del Regno; onde si vedea gran disordine, che senza una particolar ragunanza di più savj, avessero da emendarsi le tante gravezze per voti di particolari Giureconsulti.

In altra guisa praticavasi nel Regno di Valenza, dove vi era particolar Consiglio assistente presso il Re, di cui egli era capo, dove i ricorsi che da tutti i Tribunali ordinarj di quel Regno erano al Re portati, s'esaminavano in quel Consiglio, da cui procedevano le ammende e le retrattazioni. A somiglianza dunque del Consiglio di Valenza, il Re Alfonso, guidando ogni cosa il Vescovo Borgia, pensò stabilirne un consimile in Napoli, il quale si componesse di più insigni Giureconsulti e di più gravi e savj uomini, che assistendo presso la sua regal persona conoscessero sopra tali ricorsi, e volle dichiararsene egli capo, siccome ne fu autore.

Il Cardinal di Luca[338] portò opinione, che il Vescovo Borgia, poi Cardinale e Papa, formasse questo Consiglio non pure secondo l'idea di quello di Valenza, ma anche essendo egli dimorato lungo tempo in Roma, molti istituti e modelli prendesse dal Tribunale della Ruota romana, che allora era in fiore e che alla formazione di questo Senato vi ebbe parte, non meno il Consiglio di Valenza, che la Ruota di Roma; ed in effetto, siccome questo Tribunale da quello di Valenza prese il nome di Consiglio, così ancora il luogo ove si tenne, prese da Roma il nome di Ruota; e siccome nella Ruota romana non v'è uso di libelli, o come ora diciamo d'istanze, ch'è de' Magistrati ordinarj, ma di preci o suppliche o memoriali, che si drizzano al Papa, il quale per mezzo del Prefetto della Signatura di giustizia, le segna e commette; così ancora in questo Tribunale non vi han luogo libelli, siccome negli altri Tribunali inferiori della città e del Regno, ma le suppliche che si drizzano al Re, il quale per mezzo del Presidente del Consiglio, le segna e commette.