CAPITOLO VI. Disposizione e numero delle province del Regno sotto Alfonso, ed in che modo fossero dalla Regia Camera amministrate; e come fossero numerati i fuochi di ciascuna città e terra che lo compongono.
Io non veggio donde Marino Freccia[421] abbiasi appreso che il Re Alfonso avesse diviso questo Regno in sei province. Sin da' tempi dell'Imperador Federico II, siccome si vide nel XVII libro di quest'Istoria, era diviso in otto province. Il Principato, che per la sua estensione si divise poi in due, citra ed ultra. La Calabria, che per la sua ampiezza bisognò poi dividerla parimente in due, in Terra Giordana, che diciamo ora Calabria ultra, e Val di Crati che Calabria citra oggi s'appella. La Puglia divisa poi parimente in due, Terra d'Otranto e Terra di Bari, e l'Apruzzo, che pur fu diviso in due province; onde a queste otto aggiunte l'altre quattro, cioè Terra di Lavoro, Basilicata, Capitanata e Contado di Molise, venne il di lor numero ad arrivare a dodici, come è al presente. Ed è tanto lontano che Alfonso avesse ristretto il di lor numero, che fu costante opinione de' nostri Scrittori, ch'egli avesse diviso l'Apruzzo in due province per toglier le brighe che solevan insorgere fra' Questori per l'esazion delle tasse e dei dazj[422]. Ma niun'altra scrittura più manifestamente convince nel Regno d'Alfonso il numero di queste province essere di dodici, quanto la general Tassa delle Collette che furono nuovamente imposte per l'entrata trionfale di Alfonso, che fece in Napoli nel 1443, e per la quale fu anche tassato il popolo napoletano. Fu questa scrittura impressa de Camillo Tutini[423] nel suo libro de' sette Ufficj del Regno, ch'egli estrasse dall'Archivio maggiore della Regia Camera. Mancavi solamente la provincia di Terra d'Otranto, non sappiamo se per la voracità del tempo, ovvero perchè possedendosi questa provincia per la maggior sua parte dal Principe di Taranto, parente del Re, ne fosse stata perciò eccettuata; e nel novero delle città e terre di tutte le altre province mancano ancora le città demaniali, per le quali bisogna credere che si fosse fatta tassa separata. I registratori però commisero errore in notarne la rubrica, perchè in vece di dire: Triumphi Regis Alphonsi, dissero: Tassa Collectarum felicis Coronationis Regis Alphonsi noviter imposita ad recolligendum a Baronibus Provinciarum Regni, ultra Terras demaniales; poichè ancor che Alfonso nel 1445 avesse ottenuta Bolla da Papa Eugenio, per la quale se gli prometteva di mandargli il Cardinal di S. Lorenzo o altra persona per solennemente coronarlo; nulladimanco non fu mai questa solennità celebrata in tutto il tempo che visse. Si registrano in questa cedola, toltane Terra d'Otranto, tutte l'altre undici province, colle città e terre baronali ed i loro baroni con quest'ordine e nomi: Principato citra, et ultra: Basilicata: Terra di Lavoro e Contado di Molise: Apruzzo citra: Apruzzo ultra: Provincia Calabriae Vallis Cratis: Provincia Calabriae ultra: Capitanata: Provincia Terrae Bari.
Ecco dunque che nel Regno d'Alfonso le province del Regno non erano minori di quel che vediamo ora. Nel che si convince parimente l'errore del Guicciardino[424], il quale scrisse che Alfonso avesse variata la denominazione antica delle province, ed avendo rispetto a facilitare l'esazioni dell'entrate, avesse diviso tutto il Regno in sei province principali; cioè, in Terra di Lavoro, Principato, Basilicata, Calabria, Puglia ed Apruzzi; delle quali la Puglia era divisa in tre parti, cioè in Terra d'Otranto, Terra di Bari e Capitanata. Errore quanto degno di scusa a questo Scrittore, che come forestiere non potè averne esatta notizia, altrettanto da non condonarsi a Marino Freccia Scrittor nazionale e regio Ministro di Napoli.
Ma ciò che dovrà notarsi nel tempo di questo Re, sarà il vedere che non pure tutte le isole a queste province adjacenti, delle quali si parlerà più innanzi, ma anche l'isola di Lipari, non già alla Sicilia, ma alla Calabria era attribuita.
Accrebbe ancora questo Principe la provincia del Principato ulteriore, col nuovo acquisto della città di Benevento, e distese sopra lo Stato della Chiesa romana li confini di Terra di Lavoro più di quello che ora sono; ed aggiunse parimente al Regno la Sovranità sopra lo Stato di Piombino.
La città di Benevento, come si è potuto vedere ne' precedenti libri di quest'Istoria, per le cagioni ivi rapportate, fu lungamente posseduta da' Pontefici romani; ed ancorchè sovente fosse stata interrotta la loro possessione da Roberto Guiscardo, da Ruggiero I Re di Sicilia, da Guglielmo II, dall'Imperador Federico II e da altri Re, secondo che le congiunture della guerra o d'inimistà portarono; nulladimanco sempre poi ne' trattati di pace fu alla Chiesa restituita, riputandosi questa città come fuori del Regno; poichè quando di queste province se ne formò un Regno, si trovava già da quella divisa e separata, e sotto l'ubbidienza de' romani Pontefici; ond'è, che in tutte le investiture fu sempre quella eccettuata. Nel Regno di Carlo III di Durazzo, Urbano VI la diede in governo a Ramondello Orsino, che fu poi Principe di Taranto, per averlo liberato dalle mani di Carlo, quando lo teneva assediato in Nocera. Chiamato Alfonso alla conquista del Regno per l'adozione della Regina Giovanna II essendo insorti que' contrasti che finalmente proruppero in sanguinose guerre; Alfonso che tenne contrarj due Papi, occupò Benevento, senza che pensasse di doverla mai restituire, come avean fatto gli altri Re suoi predecessori. Ne' trattati di pace che si s'ebbero in Terracina col Legato di Papa Eugenio, fa molto dibattuto sopra la sua restituzione, la quale non fu accordata dal Re; e sol si convenne che insieme con Terracina dovesse ritenerla in nome della Chiesa per tutto il tempo di sua vita: ma che all'incontro si lasciassero sotto il governo del Papa Città Ducale, Acumoli e la Lionessa, terre importantissime della provincia d'Apruzzo ulteriore. Ma da poi essendo ad Eugenio succeduto Niccolò V, furono ad Alfonso restituite le suddette Terre della Montagna dell'Amatrice; ond'è che il Contado di Acumoli, confinando con quello di Norcia, perchè si togliesse ogni occasione di controversia di confini fu dal Conte di Miranda, nell'anno 1389, pubblicata prammatica[425], colla quale fu proibita ogni sorte d'alienazione de' territorj d'Acumoli, che sono ne' suddetti confini, a' forestieri, e specialmente a' Norcesi; e rimasero parimente Benevento e Terracina in potere del Re, assolvendolo ancora dal tributo de' due Sparvieri, che per dette due città dovea alla Sede Appostolica: onde la provincia di Principato ultra in tutto il tempo che regnò Alfonso, riconobbe, anche perciò che riguarda la politia temporale, Benevento per suo capo e metropoli. Nè dopo la morte d'Alfonso fu restituita alla Chiesa, ma Ferdinando I suo successore parimente la ritenne per lungo corso di tempo: in appresso dopo varj trattati avuti col Pontefice Pio II la restituì al medesimo; dal qual tempo in poi, con non interrotta possessione, insino ad ora si vide sotto il dominio della Sede Appostolica, e riputata città fuori del Regno. Della medesima avea a' tempi de' nostri avoli tessuta una esatta e piena istoria Alfonso di Blasio gentiluomo Beneventano; ed il quarto volume conteneva quest'ultimo stato, nel quale giacque suddita a' Papi. Secondo una sua epistola del 1650 rapportata dal Toppi[426], nella quale ci dà l'idea di quest'opera, egli v'avea travagliato trent'anni, e secondo i varj suoi stati (prima d'essere stata soggiogata da' Romani, nel tempo che fu dominata da' medesimi in forma di Colonia, sotto i suoi Duchi e Principi, e finalmente sotto i Papi) l'avea divisa in quattro volumi. Sosteneva che l'antichissima città di Sannio fosse stata Benevento, rifiutando l'opinione di Cluverio e di Salmasio che negarono la sussistenza della città di Sannio. Ma morto al piacere dell'immortal suo nome che senza dubbio per cotal opera avrebbesi acquistato, non potè vederne il fine; ed i suoi manuscritti con tanta trascuraggine non curati, giacciono ora sepolti in profonda caligine, senza che vi fosse stato chi se ne avesse presa cura o pensiere di fargli imprimere.
La provincia di Terra di Lavoro nel Regno d'Alfonso distese molto più i suoi confini sopra lo Stato della Chiesa romana che ora non tiene. Li Pontefici romani pretesero che la città di Gaeta s'appartenesse allo Stato della lor Chiesa; e fondavano questa lor pretensione, come si disse ne' precedenti libri di quest'Istoria, nella liberalità di Carlo M. quando pretese toglierla a' Greci per farne un dono alla Chiesa di Roma, siccome avea fatto di Terracina e dell'altre spoglie de' Greci. Ma essendosi in que' tempi opposto Arechi Principe di Benevento, frastornò ogni lor disegno, e proccurò che tosto questa città ritornasse sotto la dominazione degl'Imperadori d'Oriente, i quali vi mandavano i Patrizj loro Ufficiali per governarla. Ma non per ciò si astennero i Pontefici romani, quando le congiunture lo portavano, di far dell'intraprese, e quando vedevano non poterle mantenere, ne investivano un Principe più potente. Così leggiamo che Giovanni VIII la concedè a Pandolfo Conte di Capua, che morì nell'anno 882[427]; e Lione Ostiense[428] scrive, che Gaeta in que' tempi serviva al Papa; ma ritornò ben tosto sotto gl'Imperadori d'Oriente, e ne' tempi seguenti, avendo i Normanni spogliati i Greci di ciò che loro era rimaso in queste nostre province, essi se n'impadronirono; ond'è che s'intitolavano ancora Duchi di Gaeta. A' Normanni essendo succeduti i Svevi, e poi gli Angioini, ed a questi ora Alfonso, e poi gli altri Aragonesi e finalmente gli Austriaci, questa città fu con continuata e non interrotta possessione da' nostri Re ritenuta, e come una delle città di questa provincia fu sempre riputata.
Ma la medesima sorte non ebbe Terracina se non a' tempi d'Alfonso. Questa città pure come spoglia de' Greci fu da Carlo M., avendola tolta a' medesimi, donata alla Chiesa romana[429]; ma i Normanni, discacciati i Greci, in lor vece la pretesero[430]. Non l'abbandonaron con tutto ciò i Pontefici e la riebbero: tanto che con interrotta possessione ora da Papi, ora da' nostri Re fu occupata e sempre combattuta, finchè solamente Alfonso per via d'accordo e di capitolazioni avute con due Pontefici, stabilmente non la unisse a questa provincia; e per lungo tempo i confini del Regno verso quella parte si distesero sino a questa Città. Eugenio IV come si è veduto, in iscambio d'Acumoli, città Ducale e Lionessa, diede in governo ad Alfonso, Benevento e Terracina per tutto il tempo di sua vita; da poi s'ampliò la concessione a Ferdinando ed a' suoi successori perpetualmente. Niccolò V suo successore confermò quanto Eugenio avea fatto; anzi restituì ad Alfonso quelle Terre, e volle che Benevento e Terracina rimanessero a lui senz'alcuna obbligazione di censo. Fu Terracina nel Regno d'Alfonso, e ne' primi anni di Ferdinando suo figliuolo ritenuta. Ma poi Ferdinando per tenersi amico Pio II, che gli diede l'investitura, negatagli da Calisto, bisognò che la restituisse[431] insieme con Benevento; onde i romani Pontefici di nuovo l'incorporarono al loro Stato, donde mai da poi potè divellersi: sursero quindi le tante controversie ne' confini tra la Sede Appostolica ed i nostri Re, i quali conservarono sempre queste ragioni per riaverla secondo che le congiunture portassero; ed il Chioccarello nel ventesimoprimo tomo de' suoi M. S. Giurisdizionali di tutte queste ragioni ne fece particolare ed accurata raccolta[432].
Non trascurò Alfonso le sue ragioni sopra altri luoghi di quest'istessa provincia pur pretesi ed invasi da' romani Pontefici. Il Castello di Pontecorvo, non più che otto miglia lontano da Monte Cassino[433], dove ora risiede il Vescovo d'Aquino, era certamente dentro il distretto di questa provincia di Terra di Lavoro. Fu edificato nel tenimento d'Aquino presso un ponte curvo, onde prese il nome, da Rodoaldo Castaldo, ne' tempi dell'Imperador Lodovico, siccome narra Lione Ostiense[434]. Il monastero Cassinense, a cui fu poi nel 1105 conceduto da Riccardo Principe di Benevento, per lungo tempo lo tenne[435]: ma gli Abati di questo monastero eran in que' tempi entrati in pretensione di posseder tutte le terre del loro monastero, come Signori assoluti, senza dipender da altro Principe, nè riconoscere altro supremo ed eminente dominio: perciò independentemente ne infeudavano gli altri con farsi prestare il giuramento di fedeltà e di ligio omaggio, de' quali giuramenti l'Abate della Noce[436] ne porta due formole. Porta ancora questo Autore l'investitura, che l'Abate Oderisio fece della metà di questo castello a Giordano Pinzzast durante la sua vita solamente, ma che dopo la sua morte tornasse al monastero. Questa pretensione certamente in que' tempi se la fecero valere, poichè eran entrati in tanta alterigia, che poser eserciti armati in campagna, e mosser guerre in que' tempi turbolentissimi, difendendosi i loro castelli con mano armata. Ma in decorso di tempo, sterminati da queste province tanti piccioli Signori e ridotte quelle in forma di Regno sotto il famoso Ruggiero I Re di Sicilia, le Terre di questo Monastero furono trattate da' Re normanni, da' Svevi ed Angioini non meno che l'altre Terre degli altri Baroni, delle quali i Re aveano il supremo ed eminente dominio ed alta giurisdizione. Quindi noi leggiamo, che gli Abati di Monte Cassino nel Regno di Carlo I d'Angiò, volendo tornar all'antiche pretensioni fur ripressi da questo Principe, il quale nell'anno 1275 scrisse a' suoi Ufficiali, dicendo loro, che le Terre che possedeva il monastero Cassinense erano soggette al Re, come tutte l'altre Terre e vassalli del Regno, e che quel monastero e suo Abate non v'aveano altro che il vassallaggio: onde ordina ad essi, che non facciano aggravare i suddetti vassalli dall'Abate. Carlo II suo successore, nel 1292, mentre questo Monastero era amministrato nel temporale e spirituale dal Vescovo di Tripoli, mandò due Commessari a distinguere i confini de' Territori tra le Terre di Rocca Guglielma e Pontecorvo, e porvi i termini: e nel 1307 scrisse al Giustiziere di Terra di Lavoro e Contado di Molise, che rendesse giustizia all'Abate e monastero suddetto di non fargli molestare nella possessione d'alcuni beni stabili, ragioni e vassalli, che tenevano nel distretto di Pontecorvo, spettanti al suddetto monastero, ma che gli mantenesse nella possessione, nella quale si trovavano.
Il Re Roberto nel 1311 ordinò all'abate Cassinense che tenesse ben guardate le fortezze e luoghi di detta Badia esposti all'offesa de' suoi nemici, e spezialmente S. Germano e Pontecorvo; e nel 1324 essendo di nuovo insorta lite de' confini tra Rocca Guglielma e Pontecorvo, commise al Giustiziere di Terra di Lavoro e Contado di Molise, che dividesse i confini dei territorj delle Terre suddette e vi ponesse i termini.