La Regina Giovanna I nel 1343 ordinò al Giustiziere di Terra di Lavoro e Contado di Molise, che non procedesse ex officio contra agli uomini della Terra di Pontecorvo vassalli del monastero Cassinense negli loro delitti, eccettuatine quelli, che de jure spettano. E la Regina Giovanna II, nel 1431, creò Capitano di Pontecorvo per lo rimanente di quell'anno Niccolò di Somma di Napoli Milite.
Ancora dagli antichi Cedolarj regj si ricava, che la Terra di Pontecorvo, dalli tempi del Re Carlo I insino alla Regina Giovanna II, fu sempre tassata nelle tasse generali a pagar le collette alla Regia Corte, conforme tutte l'altre Terre del Regno, come nell'anno 1274, 1275, 1292, 1295, 1304, 1306, 1309, 1316, 1319, 1320, 1321, 1322, 1323, 1324, 1328, 1333, 1335, 1339, 1395 e 1423, li quali documenti furon tutti raccolti dal Chioccarello nel tomo 18 de' suoi M. S. Giurisdizionali.
Ma il monastero Cassinense, avendo patite varie mutazioni, e dalla Corte romana ora dato in Commenda a qualche Vescovo o Cardinale, ora restituito nel suo primiero stato, disponendone i Pontefici romani a lor talento, fu molto ben da essi estenuato con appropriarsi buona parte de' suoi dominj, tanto che Pontecorvo tolto a' Monaci, finalmente pervenne in mano della Sede Appostolica. I Papi non vollero riconoscere i nostri Re per supremi Signori della Terra, come prima gli riconoscevano gli Abati di quel monastero, ma s'usurparono sopra quella ogni diritto. Ma il Re Alfonso in tempo dell'inimicizia, che ebbe con Eugenio IV gli tolse colle armi Pontecorvo, e fin che regnò, lo tenne, e dopo la sua morte lo trasmise al Re Ferdinando suo successore. Nella guerra poi, che questo Re ebbe con Giovanni figliuol di Renato, cotanto ben descritta dal Pontano, gli fu tolto da Giovanni; ma avendo Ferdinando fatta lega col Pontefice Pio II, il quale contro Giovanni pose in piedi un fioritissimo esercito, l'esercito del Papa discacciò Giovanni da que' luoghi che avea presi, e Pontecorvo ritornò in questa guerra a Ferdinando suo vero padrone[437]. Ma i Pontefici Romani, che mai trascurano il tempo e l'occasioni di riacquistar ciò, che una volta possederono, vegghiaron sempre per riaverlo, e secondo le congiunture portarono, con non picciola trascuraggine de' Ministri de' nostri Principi, se n'impossessarono di nuovo, e con non interrotta possessione lo tennero lungamente, ed in fine giunsero, che nell'investiture del Regno se l'han riserbato, non meno che fecero di Benevento[438]; ed ultimamente, perchè il Vescovo d'Aquino dimorasse in più sicuro luogo, han mutata la sua residenza, ed in vece di farlo risiedere in Aquino antica Sede Cattedrale, oggi risiede in Pontecorvo, Terra da essi pretesa fuori del dominio de' nostri Re[439]. Anzi rinovando l'antiche contese de' confini, intrapresero estendergli sopra Rocca Guglielma, tanto che nel Ponteficato di Paolo V fu d'uopo al Vicerè D. Pietro Conte di Lemos, mandar in S. Germano il reggente Fulvio di Costanzo Marchese di Corleto, il quale coll'Arcivescovo di Chieti Commessario appostolico mandato dal Papa, composero queste differenze, ed a' 31 maggio 1762 ne fu in S. Germano stipulato istromento tra il suddetto Arcivescovo e 'l Reggente per la distinzione de' confini suddetti tra Pontecorvo e Rocca Guglielma, nel quale furono inserite le loro commissioni sopra di ciò ricevute[440].
Vindicò Alfonso da' Pontefici romani non meno Pontecorvo, che le picciole isole adiacenti ne' mari di Gaeta. Sono in questo mare quattro isolette chiamate Ponza, Summone, Palmerola e Ventotene. In alcune carte Summone e Palmerola, son dette S. Maria e le Botte. Pure sopra quest'isole i Pontefici romani tentarono dell'intraprese, ancorchè comprese nel Regno di Napoli, e fossero riputate sempre della diocesi di Gaeta, e da' nostri Re sempre dominate.
Il Re Carlo I nel 1270 ordinò a' suoi Ufficiali di Terra di Lavoro, che non facessero molestare l'Abate e Convento del monastero di S. Maria dell'isola di Ponza dell'ordine Cisterciense della diocesi di Gaeta, sopra alcuni beni che possedeva nella diocesi di Sessa; ed il nostro Re Alfonso, avendo Fr. Marcellino d'Alvana ottenuto da lui sorretiziamente un ordine, che fosse posto in possesso della Badia del monastero di S. Maria di Ponza, scoverto l'inganno, ordinò che se gli levasse tosto il possesso e la riscossione de' frutti di detta Badia.
Seguendo in ciò l'esempio d'Alfonso, li successori Re mantennero in quest'isole il lor possesso; e, regnando l'Imperador Carlo V, abbiamo, che il Conte di S. Severina Vicerè del Regno nel 1525 spedì più ordini a' Castellani di Ponza e Ventotene, che le guardassero attentamente, e con vigilanza contro i Turchi.
Ma nel Regno di Filippo II i Pontefici romani avanzarono le loro pretensioni, e oltre averne spedite concessioni al Cardinal Farnese ed al Duca di Parma, i Romani attentarono di fare alcuni Forti nell'isola di Ponza, di che avendone il Duca d'Ossuna avvisato il Re, Filippo nel 1584 gli rescrisse, che stasse in ciò con molta avvertenza, in non permettere, che alcuno usurpi la sua giurisdizione, e che perciò voleva che pienamente l'informasse di tutto con suo parere. Il Vicerè fece far consulta dalla Regia Camera, nella quale fu con molta esattezza dimostrato, che l'isola di Ponza con altre Isole convicine, cioè Summonte, Palmerola e Ventotene erano comprese nel Regno, nè il Papa poteva avervi alcun dritto, nè il Duca di Parma, il quale non era che un semplice e nudo affittatore, avendosele nel 1582 affittate per scudi 13000 per ventidue anni: onde il Re con altra sua carta de' 3 novembre del medesimo anno 1584 in vista di detta consulta gli ordinò, che continuasse a conservare le ragioni che egli vi tenea, nè permettesse che altri sopra quelle facessero innovazione alcuna.
Succeduto poi al governo del Regno il Conte di Miranda, il Cardinal Farnese mosse trattato col Re Filippo, per mezzo del Conte d'Olivares allora Ambasciadore in Roma, che queste isole si concedessero in feudo al Duca di Parma suo fratello cugino: ed inclinando il Re per le condizioni di que' tempi a farlo, scrisse al Conte nel 1587, che l'informasse con particolarità di ciò che poteva occorrere in contrario, ma che fra tanto non permettesse in dette isole vi si facesse fortificazione alcuna, nè molo nè porto nè cosa simile, insino che informata del tutto potesse risolvere quel che più conveniva al suo regal servigio. Ed avendogliene il Conte di Miranda fatta piena relazione, risolvè il Re d'infeudarle al Duca di Parma con darne avviso al Vicerè di questa sua risoluzione; ed a' 22 settembre del 1588 ne scrisse anche al Conte di Olivares suo Ambasciadore in Roma, che in conformità di quel che avea scritto al Vicerè, veniva a concedere dette isole in feudo al Duca di Parma con ergerle in Contado[441].
Accrebbe finalmente Alfonso il Regno colla sovranità, che acquistò sopra lo Stato di Piombino (posto presso il mare tra il Pisano ed il Sanese), e coll'acquisto della picciola isola del Giglio, di Castiglione della Pescara e di Gavarra. Nella guerra che Alfonso mosse in Toscana per indurre i Fiorentini alla pace, ed a richiamare le loro truppe dall'assedio di Milano, essendogli da' Senesi dato il passo, pensò, che non per altra parte potesse più utilmente muovere le sue forze contro i Fiorentini, se non per lo Stato di Piombino, nel cui Porto potesse far venire da Sicilia la sua armata di mare. Rinaldo Orsino erane allora Signore, il quale se ben prima avesse seguita la parte d'Alfonso, cominciò da poi ad aver intelligenza coi Fiorentini, co' quali finalmente si unì contro il Re. Fece per tanto che Alfonso deliberasse di fargli guerra; onde dopo aver per tutta la primavera dell'anno 1488 guerreggiato in Toscana, nel principio di luglio andò a poner il campo contro Piombino, cingendolo di stretto assedio. Rinaldo chiamò i Fiorentini che venisser tosto a soccorrerlo, i quali non furon pigri a farlo[442]; ed azzuffatesi le due armate, riuscì ad Alfonso di batter in mare i Fiorentini, ed introdurre le sue navi nel Porto di Piombino, le quali s'impadronirono ancora della vicina isola del Giglio. Fece dar l'assalto alla città per ridurla; ma sopraggiunta in quell'està una gran pestilenza nel suo esercito, fu d'uopo levar l'assedio: trattatasi poi la pace tra 'l Re ed i Fiorentini, con gli altri Potentati d'Italia, Alfonso l'accettò con queste condizioni, che rimanessero sotto il suo dominio Castiglione della Pescara, il Giglio, lo Stato di Piombino e Gavarra: ciò che gli fu accordato; ma i Fiorentini vollero, che in questa pace si includesse anche Rinaldo Orsino, e fu accordato che Rinaldo rimanesse Signore di Piombino, con riconoscere il Re per sovrano, a cui pagasse per tributo ogni anno un vaso d'oro di 500 scudi.
Era questo Stato della nobilissima famiglia Appiano, e Gherardo Lionardo Appiano ne fu l'ultimo Signore. Questi essendosi casato con Paola Colonna, dal cui matrimonio non essendone nati maschi, ma una sola femmina chiamata Catterina Appiana, ordinò che nello Stato succedesse non Catterina, ma Emmanuele suo fratello, nel caso, che Giacomo altro suo fratello morisse, come avvenne, senza figli maschi. Ma morto Gherardo, Paola sua moglie, avendo casata Catterina sua figliuola con Rinaldo Orsino, proccurò che Rinaldo suo genero si fosse reso Signore dello Stato, escludendone Emmanuele e per mezzo de' Fiorentini ottenne, che Alfonso gli lasciasse lo Stato col tributo del vaso d'oro, come si è detto.