In questi tempi, quattro o cinque mesi prima di questa sua partenza dalla Corte, gli fu fatto l'invito, che nel precedente libro si è narrato, dal Papa e dai Baroni ribelli per la conquista del Regno, del quale se egli se ne avesse saputo ben servire, s'avrebbe potuto mettere in mano il Regno di Napoli; ma la sua lentezza e tardanza fa tale che il Papa ed i Baroni resi già stanchi e fuori di speranza, per averlo sì lungamente aspettato, s'accordarono con Ferdinando: onde il Duca con molto rossore ritornossene al suo paese, nè da poi ebbe egli mai alcuna autorità appresso il Re.

Intanto crescendo il Re Carlo negli anni, vieppiù cresceva nel desiderio di passare in Italia alla impresa del Regno; nè mancavano i suoi Consultori tutto dì stimolarlo, dicendogli, che il Regno di Napoli s'apparteneva a lui. In questo mentre capitò a Parigi il Principe di Salerno, il quale non fidandosi delle parole di Ferdinando, uscì, come si disse, dal Regno, e prima con tre suoi nepoti, figliuoli del Principe di Bisignano, andò a Vinegia, dove egli avea molte amicizie. Quivi prese consiglio da quella Signoria, dove le paresse meglio ch'eglino si ricoverassero o dal Duca di Lorena, o dal Re di Francia, o da quello di Spagna. Filippo di Comines, che mostra nelle sue Memorie aver tenuta grande amicizia col Principe di Salerno, narra che avendo di ciò tenuto discorso col Principe, gli disse che i Viniziani lo consigliavano che ricorresse al Re di Francia; poichè dal Duca di Lorena, come uomo morto, non era da sperarne cos'alcuna. Il Re di Spagna non bisognava allettarlo a quella impresa, ma doveasene guardare, poichè se egli avesse il Regno di Napoli con la Sicilia e gli altri luoghi nel golfo di Vinegia, essendo già molto potente in mare, in breve porrebbe in servitù tutta Italia: onde non vi restava che il Re di Francia, dal quale, e dall'amicizia ch'essi v'aveano, s'avrebbero potuto promettere un Regno placido e soave. Così fecero, e giunti in Francia furono con lieto viso ricevuti, ma poveramente trattati. Penarono per due anni interi, assiduamente insistendo che si facesse l'impresa del Regno; ma poichè il partito di coloro che dissuadevano il Re, era de' più prudenti e solamente alcuni favoriti che vedendo la sua inclinazione, per adularlo, l'instigavano al contrario, perciò erano menati in lungo, un giorno con isperanza e l'altro senza.

Quello che poi gli fè dar tracollo fu, come s'è detto, l'invito di Lodovico Sforza, il quale vedendo che non in altra guisa avrebbe potuto rapire al nipote il Ducato di Milano, se non con porre sossopra il Regno ad Alfonso, che s'opponeva a' suoi disegni per gli continui ricordi che ne avea dalla Duchessa di Milano moglie del Duca e sua figliuola, trattò efficacemente questa venuta, ed inviandovi Ambasciadori per affrettarla, finalmente rotto ogni indugio, si dispose Carlo al passaggio d'Italia.

(Le convenzioni ed articoli accordati tra Carlo e Ludovico Sforza, si leggono presso Lunig[204]).

Partì il Re da Vienna nel Delfinato a 23 agosto del 1494, tirando diritto verso Asti: passò a Torino, indi a Pisa, donde partitosi venne a Fiorenza, per passare a Roma[205].

(Giunto in Fiorenza il Re Carlo, diede fuori un Manifesto, nel quale dichiarava a tutti ch'egli veniva per conquistar il Regno di Napoli, non solo per far valere le sue ragioni che vi avea: ma perchè conquistato avesse più facile e pronto passaggio per invadere gli Stati del Turco, e vendicare le devastazioni e le stragi che sopra il sangue Cristiano facevano que' crudeli e perfidi Maomettani; cercando perciò a tutti passaggi, ajuti e vettovaglie per le sue truppe, per le quali avrebbe soddisfatto i loro prezzi. Leggesi il manifesto presso Lunig[206]).

Intanto Re Alfonso intesa questa mossa avea disposto un esercito in campagna nella Romagna verso Ferrara, condotto da Ferrandino Duca di Calabria suo figliuolo, ed un'armata per mare a Livorno e Pisa, di cui ne fece Generale D. Federico suo fratello; ma quando intese che Re Carlo a grandi giornate con tanta prosperità, secondandogli ogni cosa, s'approssimava a Roma, mandò ivi Ferrandino a trattar col Papa per la salute del Regno. Ma non erano minori l'angustie nelle quali, approssimandosi l'esercito di Carlo alle mura di Roma, si trovava Papa Alessandro, poichè vedendolo accompagnato dal Cardinal di S. Pietro in Vincoli, e da molti altri Cardinali suoi nemici, temeva che il Re, per le persuasioni de' medesimi, non volgesse l'animo a riformare, come già cominciava a divulgarsi, le cose della Chiesa: pensiero a lui sopra modo terribile che si ricordava con quai modi fosse asceso al Pontificato, e con quai costumi ed arti l'avesse poi continuamente amministrato[207]. Ma il Re che sopra ogni altra cosa non desiderava altro più ardentemente che l'andata sua al Regno di Napoli, lo alleggerì di questo sospetto, mandandogli Ambasciadori a persuadergli, non essere l'intenzione del Re mescolarsi in quello che apparteneva all'autorità pontificale, nè dimandargli se non quanto fosse necessario alla sicurtà di passare innanzi; onde fecero istanza che potesse il Re entrare col suo esercito in Roma, perchè entrato che fosse, le dissensioni state fra loro si convertirebbero in sincerissima benivolenza. Il Papa giudicando che di tutti i pericoli questi fosse il minore, acconsentì a questa dimanda; onde fece partire di Roma il Duca di Calabria col suo esercito, il quale se n'uscì per la porta di S. Sebastiano l'ultimo di decembre di questo medesimo anno 1494, nell'istesso tempo, che per la porta di S. Maria del Popolo v'entrava coll'esercito franzese il Re armato.

Dimorò Carlo in Roma da un mese, non avendo intanto cessato di mandar gente a' confini del Regno, nel quale già ogni cosa tumultuava, in modo, che l'Aquila e quasi tutto l'Apruzzo avea, prima che 'l Re partisse di Roma, alzate le di lui bandiere: nè era molto più quieto il resto del Reame, perchè subito che Ferdinando fu partito da Roma, cominciarono ad apparire i frutti dell'odio, che i popoli portavano ad Alfonso: laonde esclamando con grandissimo ardore della crudeltà e superbia d'Alfonso, palesemente dimostravano il desiderio della venuta de' Francesi[208].

Alfonso, intesa ch'ebbe la partita del figliuolo da Roma, entrò in tanto terrore, che dimenticatosi della fama e gloria grande, la quale con lunga esperienza avea acquietata in molte guerre d'Italia, e disperato di poter resistere a questa fatale tempesta, deliberò di abbandonare il Regno, e dettando l'istromento della rinunzia Giovanni Pontano, coll'intervento di Federico suo fratello, e de' primi Signori del Regno[209], rinunziò il nome e l'autorità reale a Ferdinando suo figliuolo, con qualche speranza, che rimosso con lui l'odio sì smisurato, e fatto Re un giovane di somma espettazione, il quale non avea offeso alcuno, e quanto a se era in assai grazia appresso a ciascuno, allenterebbe peravventura ne' sudditi il desiderio de' Franzesi. Questo consiglio, pondera il Guicciardino, che se si fosse anticipato, forse avrebbe fatto qualche frutto, ma differito a tempo che le cose non solo erano in troppo gran movimento, ma già cominciate a precipitare, non ebbe più forza di fermar tanta rovina.

Ceduta ch'ebbe Alfonso al figliuolo Ferdinando (il quale non passava l'età di 24 anni) la possessione del Regno, e fattolo coronare e cavalcare per la città di Napoli, non trovando nè giorno, nè notte requie nell'animo, entrò in sì fatto timore, che gli pareva udir che tutte le cose gridassero Francia, Francia; onde deliberò partir subito da Napoli e ritirarsi in Sicilia, e conferito quel ch'avea deliberato solamente con la Regina sua matrigna, nè voluto a' prieghi suoi comunicarlo, nè col fratello, nè col figliuolo, nè soprastare pur due o tre giorni solo per finir l'anno intero del suo Regno, si partì con quattro galee sottili cariche di molte robe preziose, dimostrando nel partire tanto spavento, che pareva fosse già circondato da' Franzesi. Si fuggì por tanto a Mazara Terra in Sicilia della Regina sua matrigna, stata a lei prima donata da Ferdinando Re di Spagna suo fratello, la quale volle anch'ella accompagnarlo.