Ancorchè in questi tempi i libri de' Dottori non fossero cresciuti in quell'infinito numero che si vede ora; e non si vedessero tanti volumi di Trattati, di Consiglj, di Controversie, di Allegazioni, di Discettazioni, di Resoluzioni e di Decisioni; nulladimanco, perchè per l'uso della stampa cominciavano ad apparire più del solito, quindi nacque la massima, che i Giudici, quando le leggi mancassero dovessero seguire o l'autorità delle cose giudicate o la opinione più comune de' Dottori, e più i loro Commentarj che i Consiglj; onde mancando le leggi, le consuetudini, i riti e lo stile di giudicare, non si rimetteva al loro arbitrio e prudenza il decidere, ma che dovessero seguire il più comune insegnamento de' Dottori. Ed in ciò pure si prescrissero molte regole e cautele. I se gli Interpreti saranno fra' loro varj e discordanti, il Giudice dovrà seguire quella parte dove sia maggior numero, ed il detto di costoro dovrà riputare la più comune opinione. II dovranno i Giudici attenersi più tosto alla sentenza di coloro, li quali di proposito e profondamente avranno discussa ed esaminata la materia che di quelli, che di passaggio senza punto esaminarla, vanno dietro agli altri. III che debbiano più tosto seguire i loro commentarj ed i trattati, che i consiglj o i loro responsi ed allegazioni. IV ove si tratti di cause appartenenti al Foro ecclesiastico, debbano seguitare i canonisti, siccome i legisti in quelle del Foro secolare. V invecchiando non meno, che tutte l'altre cose umane, le opinioni; ed il corso del tempo, il lungo uso e la nuova esperienza delle cose, ammaestrando gli uomini in maniera, che sovente fanno loro abbandonare gli antichi dettami; quindi è dovere, che i Giudici debbiano seguire più tosto le nuove, che le vecchie opinioni degli Interpreti. Moltissime altre regole vengono da' nostri Autori prescritte intorno a ciò, delle quali lungamente scrissero, per tralasciar altri, Dionigi Gotofredo[198], ed il savissimo Arturo Duck[199].

Ecco in fine lo stato nel quale Ferdinando I di Aragona lasciò questo Regno, per quel che riguarda la sua politia e governo: lo vedremo ora nel seguente libro tutto sconvolto e disordinato, in maniera che in pochissimi anni vide sette Re che lo dominarono; nella revoluzione delle quali cose rimase cotanto sbattuto, fin che poi non riposasse sotto la Monarchia dell'inclito Re Ferdinando il Cattolico.

FINE DEL LIBRO VENTESIMOTTAVO.

STORIA CIVILE
DEL
REGNO DI NAPOLI

LIBRO VENTESIMONONO

La guerra, che per invito di Lodovico Sforza mosse Carlo VIII Re di Francia, ad Alfonso II, il quale, morto suo padre, fu subito in Napoli con grande celebrità incoronato Re per mano del Cardinal Borgia[200], è stata cotanto bene scritta da Filippo Comines Signor d'Argentone, Scrittor contemporaneo e che fu da Carlo adoperato ne' maneggi più gravi di quella spedizione, da Francesco Guicciardino e da Monsignor Giovio, che a ragione potremmo rimetterci alle Istorie loro: ma poichè non fu da Principe savio mossa guerra alcuna, che insieme non si proccurasse farla apparire giusta, non avendo i nostri Scrittori palesate le ragioni, onde i Franzesi per tale la dipinsero al loro Re; perciò non ci dee rincrescere di scoprirle ora, che ce ne vien somministrata l'occasione. Prima di muoverla, e dopo gl'inviti del Moro, furono esaminate le pretensioni del Re con solenne scrutinio, e trovatele a lor credere, sussistenti, persuasero al Re esser dal suo canto somma giustizia di poter unire alla Corona di Francia il Regno di Napoli. Essi appoggiavano la pretensione sopra questi fondamenti. Renato d'Angiò, che, come si è veduto ne' precedenti libri, perduto il Regno avea lasciato a Giovanni suo figliuolo la speranza di ricuperarlo dalle mani di Ferdinando I d'Aragona, mentre visse Giovanni, non potè vedere alcun buon esito di quella guerra; poichè Ferdinando, sebbene dopo la morte del padre Alfonso fosse stato assaltato e da lui e da' principali Baroni del Regno, nondimeno con la felicità e virtù sua, non solamente si difese, ma afflisse in modo gli avversari, che mai più, nè in vita di Giovanni, nè di Renato, che sopravvisse più anni al figliuolo, ebbe nè da contendere, nè da temere degli Angioini. Morì finalmente Renato, e non lasciando di se figliuoli maschi, ma solamente una figliuola femmina, da chi nacque il Duca di Lorena, fece erede in tutti i suoi Stati e ragioni Carlo figliuolo del Conte di Maine suo fratello[201].

(Questa figlia era Violante, la quale si maritò con Ferry II di Lorena Conte di Vaudemont, dal qual matrimonio nacque Renato Duca di Lorena, che fu invitato da Innocenzio VIII all'impresa del Regno. Lasciò sì bene Renato padre di Violante un'altra figliuola femmina, Margherita vedova del Re d'Inghilterra, alla quale nel suo testamento lasciò le rendite del Ducato di Bar; ma a Renato figliuolo di Violante lasciò il Ducato stesso di Bar, siccome si legge nel suo Testamento, fatto in Marsiglia nell'anno 1474, che dettò in lingua franzese, trascritto da Lunig Tom 2 p. 1278. Anzi in questo istesso suo Codice Diplomatico pag 1291 si legge ancora un Istromento di donazione che fece la vedova Regina d'Inghilterra Margherita al suddetto Renato suo Padre, di tutte le sue ragioni, che avea nel Ducato di Bar, le quali furono trasferite a Renato di Lorena suo nipote in virtù dei detto suo testamento, e poichè allegava, che suo avo non potesse negli altri suoi Stati posporlo a Carlo Conte di Maine, ch'era collaterale, come figlio di suo fratello, quando era egli nella linea discendente, essendo figliuolo di sua figlia: perciò pretendeva appartenersegli non meno il Ducato d'Angiò, ed il Contado di Provenza, che il Regno stesso di Napoli e di Gerusalemme. E per questa pretensione i Duchi di Lorena discendenti da Renato fra gli altri loro titoli presero ancor quello di Duchi di Calabria, e nelle loro arme inquartarono eziandio quelle di Sicilia e di Gerusalemme; siccome può osservarsi dalle lor monete impresse da Baleicourt nel Traité Historique et Critique sur l'origine, et Généalogie de la Maison de Lorraine. Il qual Autore notò assai a proposito p. 28 Explication des Monnoies, che i Duchi di Lorena prima di questo maritaggio di Violante con Ferry di Lorena Conte di Vaudemont, non inquartavano le armi di Sicilia e di Gerusalemme, nè s'intitolavano Duchi di Calabria, siccome fecero da poi i suoi discendenti, e proseguono tuttavia fino al presente a fare; senza che mai i Re di Spagna glielo avesser contraddetto; anzi a' tempi nostri, essendo accaduta nel mese di marzo del 1729 la morte del Duca di Lorena Leopoldo padre del presente Duca Francesco regnante, nelle pompose esequie, che l'Imperadore Carlo VI fecegli celebrare nell'Imperial Chiesa di Corte degli Agostiniani in Vienna, nel Mausoleo e nelle iscrizioni fra le sue armi, si vedevano inquartate quelle di Sicilia e di Gerusalemme, e fra i suoi titoli si leggeva anche a lettere cubitali quello di DUX CALABRIAE).

Non fu già questo Carlo figliuolo di Giovanni, come con errore scrissero alcuni moderni[202], fu sì bene nipote di Renato, ma di fratello, non di figliuolo. Carlo morì poco da poi parimente senza lasciar figliuoli, e lasciò per testamento la sua eredità a Lodovico XI Re di Francia, ch'era figliuolo d'una sorella di Renato[203]. Molte clausole di questo testamento, che fu fatto da Carlo in Marsiglia a' 10 decembre del 1481, si leggono nel primo tomo della Raccolta dei Trattati delle Paci tra' Re di Francia con altri Principi, di Federico Lionard, stampato in Parigi l'anno 1693, dove istituisce suo erede universale Lodovico, che chiama perciò suo consobrino, e dopo lui Carlo il Delfino di Francia figliuolo di Luigi, al quale non solo ricadde, come a supremo Signore, il Ducato di Angiò, nel quale, per esser membro della Corona, non succedono le femmine, ma entrò nel possesso della Provenza, e per vigore di questo testamento potea pretendere essergli trasferite le ragioni, che gli Angioini aveano sopra il Reame di Napoli. Ma Luigi fu sempre avverso alle cose d'Italia e, contento della Provenza, non inquietò il Regno. Morto Luigi, essendo continuate queste ragioni in Carlo VIII suo figliuolo, giovane avido di gloria, entrò, a' conforti d'alcuni che gli proponevano questa essere occasione d'avanzar la gloria de' suoi predecessori, nella speranza d'acquistar coll'arme il Regno di Napoli.

Ma in questi principi surse il Duca di Lorena per suo competitore; poichè essendo il Re per coronarsi nell'età di 14 o 15 anni, venne da lui il Duca a dimandare il Ducato di Bar ed il Contado di Provenza. Appoggiava la sua pretensione per essere egli nato da una figliuola di Renato, e per conseguenza non aver potuto Renato preporre Carlo ch'era nato da suo fratello a lui, ch'era nato d'una sua propria figliuola. Ma replicandosi in contrario, che nella Provenza non potevan succeder le femmine, gli fu renduto il Ducato di Bar, ed intorno alla pretensione della Provenza, fu stabilito che fra quattro anni si avesse a conoscere per giustizia delle ragioni d'amendue sopra quel Contado. Narra Filippo di Comines che fu uno del Consiglio destinato all'esame di queste ragioni, che non erano ancora passati i quattro anni che si fecero avanti alcuni Avvocati provenzali, cavando fuori certi testamenti del Re Carlo I fratello di S. Lodovico e d'altri Re di Sicilia della Casa di Francia, in vigor de' quali diceano, non solo appartenersi al Re Carlo il Contado di Provenza, ma il Regno ancora di Sicilia, e tutto ciò che fu posseduto dalla Casa d'Angiò; e che il Duca di Lorena non vi potea pretendere cos'alcuna, non solo perchè Carlo ultimamente morto Conte di Provenza figliuolo di Carlo d'Angiò Conte di Maine e nipote di Renato, avea per suo testamento istituito erede Lodovico XI, ma ancora perchè Renato l'avea preferito al Duca di Lorena, ancorchè nato di sua figliuola, per eseguire le disposizioni de' suddetti testamenti fatti da Carlo I d'Angiò e dalla Contessa di Provenza sua moglie. Aggiungevano parimente che il Regno di Sicilia ed il Contado di Provenza, non potevano esser separati: nè potevano in quelli succeder le donne, quando v'erano maschi della discendenza. E per ultimo che oltre Re Carlo I, coloro che a lui successero nel suddetto Regno, fecero consimili testamenti, come fra gli altri Carlo II d'Angiò suo figliuolo.

Per questi ricorsi de' Provenzali, e per avere il Re Carlo insinuato a que' del Consiglio, che s'adoperassero in modo ch'egli non perdesse la Provenza, finiti i quattro anni, il Consiglio portava in lungo la deliberazione per istancare il Duca, e non potendolo più trattenere, finalmente il Duca, scoverta la volontà del Re e di coloro del suo Consiglio, si partì dalla Corte mal soddisfatto e molto adirato con loro.