Lasciò per la riportata vittoria, e per la nobiltà dell'animo, e per molte virtù regie, le quali in lui risplendevano, non solo in tutto il Regno, ma eziandio per tutta Italia grandissima opinione del suo valore; ed ancorchè non avesse regnato che un solo anno ed otto mesi, pure ci lasciò alquante leggi savie e prudenti, le quali si leggono infra le prammatiche de' Re aragonesi. Morì senza figliuoli nell'età di 28 anni, e però gli succedette D. Federico suo zio, avendo questo Reame nello spazio di soli tre anni veduti cinque Re; Ferdinando il vecchio, Alfonso suo figliuolo, Carlo VIII Re di Francia, Ferdinando il giovine, e Federico suo zio

CAPITOLO III. Regno breve di Federico d'Aragona: sue disavventure, e come cedendo a' Spagnuoli ed a Franzesi fosse stato costretto abbandonarlo, e ritirarsi in Francia.

Federico Principe cotanto savio e molto caro alle Muse, appena morto suo nipote, fu in Napoli con allegrezza di ciascuno gridato Re; e la Regina vecchia sua matrigna, ancor che molti dubitassero, non lo volesse ritenere per Ferdinando Re di Spagna suo fratello, gli consignò subito Castel Nuovo; nel quale accidente si dimostrò egregia verso Federico, non solo la volontà del Popolo di Napoli, ma eziandio de' Principi di Salerno e di Bisignano e del Conte di Capaccio, i quali furono i primi in Napoli che chiamarono il suo nome, lo salutarono Re, contenti molto più di lui che del Re morto, per la mansuetudine del suo ingegno, e perchè già era nata non picciola sospizione, che Ferdinando avesse in animo, come prima fossero stabilite meglio le cose sue, di perseguitare ardentemente tutti coloro che in modo alcuno si fossero dimostrati fautori de' Franzesi; onde Federico per riconciliarseli interamente, restituì a tutti liberamente con molta lode le loro Fortezze; e per dimostrar maggiormente questo suo animo, fece coniare una sorte di moneta, la quale da una banda avea un libro con una fiamma di fuoco, col motto: Recedant vetera, e dall'altra una Corona, col motto: A Domino datum est istud.

(Sebbene questa moneta così descritta, come la rapporta il Diario di Silvestro Guarino presso il Pellegrino, non siasi ancor veduta; nulladimanco il Vergara nel suo libro delle monete de' Re di Napoli alla Tav. XXII, num. I se non porta la stessa, ne portò una simile, la quale da una parte ha il libro tra fiamme di fuoco, col motto intorno: Recedant vetera: e dall'altra non già la Corona, il motto A. Domino etc. ma l'immagine di Federico coronato col suo nome e titolo FEDERICUS DEI GR. SI. HI. ed a ragione riprova l'interpretazione che le diede Giovanni Luchio Sylloge Nunismat. Elegant. il qual rapportando pure questa moneta, sognò che fosse fatta coniare da Federico in tempo che non avea un palmo di terra, cioè allora che scacciato e ramingo, passò in Francia appresso il Re Ludovico XII per dinotare la lealtà della sua fede; ed essersi dimenticato delle ingiurie da lui ricevute, quando fatta lega col Re Cattolico, e divise le sue spoglie, lo discacciarono dal Regno).

Fugli parimente da Alessandro VI sotto li 7 giugno del seguente anno 1497 spedita Bolla d'Investitura per la morte di suo nipote; e per mostrare la sua contentezza che ne avea, glie la mandò accompagnata con una sua lettera tutta affettuosa e cordiale. Parimente a' 9 del medesimo mese ne gli spedì un'altra, per la quale l'avvisava aver destinato il Cardinal Cesare Borgia suo figliuolo e suo Legato appostolico per coronarlo[213];[214] e poichè in questo tempo Napoli era travagliata da una mortifera pestilenza, deliberò di far la cerimonia e pompa della incoronazione nella città di Capua, alla quale Federico scrisse un'affettuosa lettera, che si legge presso il Chioccarello, dove le dava avviso dell'investitura mandatagli dal Papa e dell'incoronazione ch'egli per mano del Cardinal Borgia intendeva far seguire in quella città. Camillo Pellegrino[215] rapporta una scrittura cavata dagli atti della Cancellaria regia, ed un passo del Diario di Silvestro Guarino Aversano, non ancor impresso, che lo scrisse a que' tempi, dove si descrive la celebrità e pompa fatta di questa incoronazione. Si fece alli 10 d'agosto nella Chiesa cattedrale di Capua per mano del Borgia Legato, e v'intervennero l'Arcivescovo di Cosenza allora Segretario del Papa, con molti Arcivescovi, Vescovi ed altri Prelati, e gli Ambasciadori di vari Principi. Vi fu l'Ambasciadore del Re de' Romani, quello del Re di Spagna, di Vinezia e del Duca di Milano. Vi assisterono Prospero Colonna Duca di Trajetto, Fabrizio Colonna Duca di Tagliacozzo, Alfonso d'Aragona de' Piccolomini Duca d'Amalfi, Ferdinando Francesco Guevara Marchese di Pescara, Trojano Caracciolo Duca di Melfi, Alberigo Caraffa Duca d'Ariano, Andrea di Altavilla Duca di Termoli, Francesco de Ursinis Duca di Gravina, Petricono Caracciolo Conte di Polcino, Giovanni Tommaso Caraffa Conte di Madaloni, Trojano Cavaniglia Conte di Montella, Bellisario Acquaviva Conte di Nardò, Marcantonio Caracciolo Conte di Nicastro, Giovanni Caraffa Conte di Policastro, Vito Pisanello Segretario Regio, Antonio Grifone Regio Camerario, Roberto Bonifacio Milite, cum aliis Donnicellis Baronibus, et Militibus, etc. Ed il Guarino nel suo Diario rapporta, che sebbene fra questi Baroni in questo dì dell'incoronazione non vi fu nullo Barone di Casa Sanseverino, nulladimanco al convito che fece il Re il giorno seguente al Cardinal Legato ed a tutti i Baroni, vi si trovò il Principe di Bisignano.

Il Regno di Federico, Principe cotanto savio, sarebbe stato più lungo e placido, se la morte di Carlo VIII seguita in aprile del seguente anno 1498 non avesse ogni cosa conturbata e poste in su nuove pretensioni: poichè Carlo tornato in Francia, ancorchè alle volte pensasse al riacquistare il perduto Regno, ed incessantemente ne fosse stimolato da' suoi, nulladimeno l'età sua giovanile lo trasportava a' piaceri e sollazzi, e narra il Signor d'Argentone, che fermato nella città di Lione si diede tutto a tornei, giostre, e dopo il principio dell anno 1496, che si portò di là de' monti insino al 98, poco pensiero si prendeva delle cose d'Italia: nutriva sì bene egli desiderj grandi, ma bisognava pensare a mezzi, nel che egli non voleva fastidio, nè noia tale, che lo potessero divertire da' suoi spassi. Mostrò più premura di rappacificarsi col Re e Regina di Castiglia, i quali gli davano gran molestia per mare e per terra, e gli mandò Ambasciadori per trattare fra di loro una lega.

Sin da questo tempo in vita di Carlo si cominciarono i trattati col Re di Castiglia della divisione del Regno di Napoli a danno de' Principi d'Aragona, poichè narra il medesimo Argentone[216], essersi in nome del Re di Castiglia proposto, che dovessero insieme mover l'arme contra Italia a spese comuni, e che il Re di Spagna, insieme col Re di Francia, dovessero ambedue in persona porsi alla testa de' loro eserciti; e che gli Spagnuoli per ogni loro pretensione si contentavano, del Regno di Napoli aver quella parte ch'è più vicina alla Sicilia, cioè la Puglia e la Calabria, di cui n'aveano in potere quattro o cinque Fortezze, delle quali Cotrone n'era una città buona e forte; ed i Franzesi Napoli e tutto 'l rimanente. Ma eravi sospetto, che tutti questi trattati non si proponessero per frastornare la lega, e fossero tutte dissimulazioni del Re di Castiglia, il quale aspirava a cose maggiori, e non era verisimile, che dovessero venire nè personalmente alla guerra, nè volesse di pari portare col Re di Francia il premio e la spesa della guerra. Niente pertanto fu concluso, e toltone una brieve triegua, le cose rimasero così come erano prima. Ma l'improvvisa morte di Carlo cagionò nuovi movimenti. Nel fiore de' suoi anni, essendo in Ambuosa, mentre stava a vedere giuocare alle palle ne' fossi del castello, il settimo giorno d'aprile di quest'anno 1498 fu sorpreso da un accidente di gocciola, detta da' Fisici apoplesia, e cadendo all'indietro perdè la parola, ed in poche ore la vita. Non avendo lasciato figliuoli, il Duca di Orleans, a cui s'apparteneva, come a più vicino, succedè alla Corona di Francia e fu chiamato Luigi XII.

Ciascuno riputava, che la morte dovesse liberare Italia d'ogni timore della Francia, perchè non si credeva, che Luigi nuovo Re avesse nel principio del suo Regno ad implicarsi in guerre di qua da' monti Ma non rimasero gli animi degli uomini, consideratori delle cose future, liberi dal sospetto, che 'l mal differito non diventasse in progresso di tempo più importante e maggiore; poich'era pervenuto a tanto imperio un Re maturo d'anni, sperimentato in molte guerre, ordinato nello spendere e senza comparazione più dependente da se stesso, che non era stato l'antecessore; ed al quale non solo appartenevano, come a Re di Francia, le medesime ragioni al Regno di Napoli, ma ancora pretendeva, che per ragioni proprie se gli appartenesse il Ducato di Milano, per la successione di Madama Valentina sua avola, della quale ben a lungo scrissero il Giovio e 'l Guicciardino[217].

Divenuto pertanto Luigi Re di Francia, niun desiderio ebbe più ardente che d'acquistare, come cosa ereditaria il Ducato di Milano ed il Regno di Napoli. Però pochi dì dopo la morte del Re Carlo, con deliberazione stabilita nel suo Consiglio, s'intitolò non solamente Re di Francia, ma ancora per rispetto del Reame di Napoli, Re di Gerusalemme, e dell'una e l'altra Sicilia e Duca di Milano. E per far noto a ciascuno qual fosse l'inclinazione sua alle cose d'Italia, scrisse subito lettere congratulatorie della sua assunzione al Pontefice, a' Vineziani ed a' Fiorentini: e mandò uomini propri a dare speranza di nuove imprese, dimostrando espressamente prima d'ogni altro di voler fare l'impresa di Milano, indi quella di Napoli.

Trovò Luigi maggiori opportunità che non ebbe Carlo: poichè oltre di alcuni Principi odiosi allo Sforza, che ardentemente desideravano la sua ruina, il Pontefice Alessandro stimolato dagl'interessi propri, li quali conosceva non poter saziare stando quieta Italia, desiderava che le cose di nuovo si turbassero. E disposto di trasferir Cesare suo figliuolo dal Cardinalato a grandezze secolari, alzò l'animo a maggiori pensieri, e di stringersi perciò col Re di Francia, sperando di conseguir per mezzo suo non premj mediocri ed usitati, ma il Regno di Napoli. Non avea mancato Alessandro nella bassa fortuna de' Re aragonesi, innanzi che totalmente deliberasse d'unirsi col Re di Francia, di tentar tutti i modi per aprir la strada al Cardinal Borgia suo figliuolo al trono di Napoli; egli dimandò al Re Federico la sua figliuola per moglie del Cardinale, il quale era già apparecchiato di rinunziare alla prima occasione il Cardinalato, come già poi fece, e pretese che in dote se gli desse il Principato di Taranto, persuadendosi, che se 'l figliuolo grande d'ingegno e d'animo, s'insignorisse d'un membro tanto importante di quel Reame, potesse facilmente, avendo in matrimonio una figliuola regia, avere occasione con le forze e con le ragioni della Chiesa, spogliar del Regno il suocero debole di forze ed esausto di danari.