Federico intanto sentendo l'apparato di tanta guerra minacciata da Lodovico sopra il suo Regno, si vide posto in gravissime angustie; ma con tutto ciò, ancorchè grave gli fosse l'alienarsi dal Papa, ricusò sempre ostinatamente queste nozze; e benchè il Duca di Milano, a cui parimente dispiaceva la congiunzione del Papa col Re di Francia, avesse proccurato con ragioni efficaci persuaderlo a consentirvi; nondimeno Federico ricusò sempre, confessando, che l'alienazione dal Papa era per mettere in pericolo il suo Reame; ma che conosceva anche che 'l dare la figliuola col Principato di Taranto al Cardinal di Valenza, lo metteva parimenti in pericolo; e però de' due pericoli, volere più presto sottoporsi a quello, nel quale s'incorrerebbe più onorevolmente, e che non nascesse dà alcuna sua azione.
Intanto il Re di Francia, calato in Italia con felicissimi progressi, discacciò il Duca di Milano dalla sua sede; fecelo prigione, e nell'anno del giubileo 1500 fine del decimoquinto secolo s'impadronì interamente di quel Ducato.
Ma molto più importanti mutazioni si videro per noi nell'entrar del nuovo secolo; poichè Federico sgomentato della prigionia del Duca di Milano e della sua ruina, temendo non sopra di lui, Principe senza appoggio, debole di forze, ed esausto di denaro, cadessero le medesime sciagure, non sapeva ove volgersi per aiuti. Avea egli sì bene pensato di ricorrere agli aiuti del Turco, al quale avea con grandissima istanza dimandato soccorso, dimostrandogli, dalla vittoria del Re di Francia presente nascere quel medesimo, anzi maggior pericolo di quello, che avea temuto dalla vittoria del Re passato; ma i ricorsi riusciron vani e gli aiuti sperati mancarono: del Re di Spagna era entrato in gravissimi sospetti, poichè gli erano note le sue pretensioni sopra il Reame ed i suoi ardenti desiderj, che copriva con pazienza e simulazione spagnuola. Con tutto ciò la dura necessità lo costrinse a ricorrere agli aiuti di costui, il quale con incredibile celerità e contento rimandò tosto il Gran Capitano in Sicilia, perchè eseguisse i suoi disegni. Ma tuttavia temendone, si narra ancora, che nell'istesso tempo mandasse il Bernaudo al Re di Francia ad offerirgli, pur che lo lasciasse regnare, di render il Regno a lui tributario, ed egli far suo uom ligio.
Ma Lodovico avendo voltato tutti i suoi pensieri all'impresa del Regno, alla quale temeva non se gli opponesse il Re di Spagna, riputò meglio di rinovare con Ferdinando quelle stesse pratiche cominciate a tempo del Re Carlo della divisione del Regno. Ferdinando Re di Spagna, come si è veduto nei precedenti libri, non meno che suo padre Giovanni, pretendeva il Regno di Napoli a se appartenere, non altrimenti che il Regno di Sicilia, di cui era in possesso; poichè se bene Alfonso I Re d'Aragona l'avesse acquistato per ragioni separate dalla Corona d'Aragona, e però come di cosa propria ne avesse disposto in Ferdinando suo figliuolo naturale, nondimeno in Giovanni suo fratello, che gli succedette nel Regno d'Aragona, ed in Ferdinando figliuolo di Giovanni, era stata insino allora querela tacita, che avendolo Alfonso conquistato con l'arme e co' danari del Reame d'Aragona, apparteneva legittimamente a quella Corona. Questa querela avea Ferdinando lungo tempo tenuta coperta con astuzia e flemma spagnuola, non solo non pretermettendo con Ferdinando I, e poi con gli altri che succederono a lui, gli uffici debiti tra parenti, ma eziandio augumentandoli con vincolo di nuova affinità; poichè a Ferdinando I dette per moglie Giovanna sua sorella, e consentì poi, che Giovanna figliuola di costei si maritasse a Ferdinando II, ma con tutto ciò non avea conseguito, che la cupidità sua non fosse stata molto tempo prima nota a questi Principi. Concorrendo adunque in Ferdinando, e nel Re di Francia la medesima inclinazione, l'uno per rimoversi gli ostacoli e le difficoltà, l'altro per acquistare parte di quello, che lungamente avea desiderato, poichè a conseguire il tutto non appariva per allora alcuna occasione, facilmente convennero per la divisione. Il Giovio[218] aggiunge, che Ferdinando venne ancora a tal partito, perchè ebbe molto a male, che Federico pensasse di farsi uom ligio e tributario de' Franzesi a lui cotanto nemici. Fu per tanto infra di lor conchiuso e pattuito.
Che da amendue si dovesse assaltare in un tempo medesimo il Reame di Napoli, il quale tra loro si dividesse in questo modo.
Che al Re di Francia toccasse la città di Napoli, la città di Gaeta e tutte le altre città e terre di tutta la provincia di Terra di Lavoro: tutto l'Apruzzo e la metà dell'entrate della dogana delle pecore di Puglia: avesse i titoli regj, in guisa che oltre di nominarsi Re di Francia e Duca di Milano, si chiamasse ancora Re di Napoli e di Gerusalemme.
Che al Re di Spagna Ferdinando si dasse il Ducato di Calabria e tutta la Puglia, e l'altra metà delle entrate della dogana, col titolo ancora di Duca di Calabria e di Puglia.
Che ciascuno si conquistasse da se stesso la sua parte, non essendo l'altro obbligato ad aiutarlo, ma solamente non impedirlo; e sopra tutto convennero, che questa concordia si tenesse segretissima sin a tanto che l'esercito, che 'l Re di Francia mandava a quell'impresa, fosse arrivato a Roma, al qual tempo gli Ambasciadori d'amendue, allegando essersi fatta per beneficio della cristianità questa convenzione, e per assaltare gl'Infedeli, unitamente ricercassero il Pontefice, che concedesse l'investitura secondo la divisione convenuta, investendo Ferdinando sotto il titolo di Duca di Puglia e di Calabria, ed il Re di Francia sotto titolo non più di Sicilia, ma di Re di Gerusalemme e di Napoli. L'intero trattato di questa pace e confederazione tra Luigi XII Re di Francia, e Ferdinando ed Isabella Re di Spagna che porta la data in Granata de' 11 novembre del 1500 si legge nel primo tomo della raccolta di tutti i trattati delle paci, tregue ec. fatte da' Re di Francia con altri Principi di Federico Lionard, impresso a Parigi l'anno 1693, ed alcuni capitoli di quello si leggono parimente presso Camillo Tutini[219] nel trattato degli Ammiranti del Regno; dove è degno da notare, che questi due Re, oltre delle loro pretensioni, che dicono avere ciascuno sopra il Reame, e che a niun altro poteva appartenere se non ad uno di essi, allegano ancora un'altra cagione, onde furono mossi a tal divisione, ed a discacciare Federico dal Regno, che fu, perchè era a tutto il Mondo notissimo, Regem Fredericum saepe Turcarum Principem christiani nominis hostem acerrimum, Literis, Nunciis, ac Legatis ad arma contra populum Christianum capessenda sollicitasse, ac in praesentiarum sollicitare, qui ad ejus maximam instantiam cum ingenti classe, ac validissimo terrestri exercitu ad christianorum terras invadendas, vastandasque jam movisse intelligitur: igitur tam imminenti periculo, ac damno Christianae Reipublicae obviari volentes etc.
Così i Principi quando loro veniva in acconcio proccuravano coprire la loro immoderata sete di dominare col manto della religione, per coonestare al Mondo, e rendere meno biasimevoli le loro intraprese. Pure Carlo VIII dipinse l'impresa di Napoli col colore di religione, protestando che i suoi sforzi erano per conquistar quel Regno, non ad altro fine che per passare in Macedonia contra al Turco. Nel che Ferdinando il Cattolico fu eccellentissimo sopra tutti gli altri, il quale s'ingegnava coprire quasi tutte le sue cupidità sotto colore d'onesto zelo della religione, per la qual cosa ne acquistò il soprannome di Cattolico, e n'avrebbe anche dal Papa ottenuto quello di Cristianissimo, se non si fossero opposti i Cardinali franzesi per non soffrire il torto che si sarebbe fatto al loro Re[220]. E narra Bacone di Verulamio nell'istoria dei Regno d'Errico VII Re d'Inghilterra, che Ferdinando quando ricuperò Granata, da molti secoli posseduta da' Mori, ne diede con sue lettere avviso a quel Re con tanta affettazione di zelo di religione, che sino gli scrisse le solennità sagre che si celebrarono nel dì, ch'egli prese il possesso di quella città.
Fermata che fu da' due Re questa capitolazione, il Re di Francia cominciò scopertamente a preparare l'esercito, e destinò il Generale Obignì con mille lance e diecemila fanti all'impresa di Napoli, il quale già a gran giornate s'incamminava a questa volta. L'infelice Principe Federico, che per essersi la capitolazione tenuta segretissima, niente ne sapeva, sentendo questi movimenti de' Franzesi, sollecitava il G. Capitano (il quale colla sua armata era fermato in Sicilia sotto simulazione di dargli aiuto) che tosto venisse a Gaeta; ed intanto niente sapendo, che le armi Spagnuole sotto spezie d'amicizia fossero preparate contra lui, gli avea messe in mano alcune terre di Calabria, che Consalvo, sotto colore di volerle per sicurtà delle sue genti, gli avea dimandate; ma la verità era, che le richiese per farsi più facile l'acquisto della sua parte. Sperava per ciò Federico, che congiunto che fosse Consalvo con l'esercito suo, e coll'aiuto de' Colonnesi, con tutto che gli mancassero gli aiuti del Turco, di potere in campagna resistere all'esercito franzese, e per ciò avendo prima mandato Ferdinando suo primogenito ancora fanciullo a Taranto, più per sicurtà del medesimo, se caso avverso succedesse, che per difesa di quella città, si fermò egli con l'esercito suo a S. Germano, ove aspettando gli aiuti degli Spagnuoli, e le genti che conducevano i Colonnesi, sperava con più felice successo d'aver egli a difendere l'entrata del Regno, che non avea nella venuta di Carlo fatto Ferdinando suo nipote. Ciascuno riputava che questa impresa avesse ad essere principio di grandissime calamità in Italia per la contenzione acerbissima che vi dovea nascere fra Principi sì potenti; ma si dileguò ogni timore, subito che l'esercito franzese fu giunto in Terra di Roma, perchè gli Oratori franzesi e spagnuoli entrati insieme nel Concistoro, notificarono al Pontefice ed a' Cardinali la lega e la divisione del Regno fatta tra loro Re, per potere attendere (come dicevano) all'espedizione contra i nemici della Religion cristiana, e gli dimandarono per ciò l'investitura secondo il tenor della convenzione ch'erasi fatta.