Questo cangiamento fu veduto negli Ufficj nel nuovo Governo spagnuolo, nel quale fu introdotto ancora costume, che la collazione de' medesimi si rendesse per la maggior parte venale: e quando prima non erano conceduti se non a persone, che se gli aveano meritati per loro fatti egregi o nell'arme, o nelle lettere, furono da poi, per lo bisogno continuo, che s'avea di denaro, renduti quasi tutti vendibili; e non pure la concessione fu ristretta alla sola vita del concessionario, ma a due e tre vite, ed anche si videro perpetuati in una famiglia, e sovente erano ancora conceduti in allodio per se e loro eredi in perpetuo.

Si vide ancora nel nuovo Regno degli Spagnuoli un altro cangiamento intorno a' Titoli, li quali si videro più del solito abbondare. Quando prima il Titolo di Principe non era conceduto, che a' primi Signori ed a Reali di Napoli, si vide da poi non già colla mano, ma col paniere dispensarsi a molti, non altrimente di quel che si faceva de' Titoli di Duca, di Marchese, o di Conte; tanto che Ferdinando il Cattolico nella Tassa, che ordinò de' diritti di Cancelleria, ugualmente trattò gli emolumenti, che doveansi esigere per le investiture del Principato, che del Ducato, Marchesato e Contado, siccome uguale era il diritto per la concessione d'un nuovo Titolo di Principe, che di Duca, di Conte, o di Marchese. E poichè non meno che gli Ufficj, le Baronie ed i Titoli erano renduti venali, quindi a folla cominciarono a multiplicarsi fra noi i Titoli ed i Baroni; e negli ultimi tempi del loro Governo la cosa si ridusse a tale estremità, che fu detto, che gli Spagnuoli avean posta la Signoria fino al bordello, e creati più Duchi, e Principi a Napoli, che non eran Conti a Milano.

Furono parimente introdotte nel Regno nuove famiglie spagnuole, i Sanchez di Luna; i Cordova; i Cardoni; gli Alarconi; i Mendozza; i Leva; i Padigli; gli Erriquez e tante altre, decorate non men di Titoli, che di Stati e Signorie. S'introdussero per ciò nuovi costumi ed usanze, delle quali nel decorso di quest'Istoria, secondo l'opportunità, ci sarà data occasione di parlare.

La disposizione delle province però non fu alterata. I Presidi continuarono a governarle come prima, chiamati ancora a questi tempi Vicerè. Il numero era lo stesso, ma non corrispondeva il numero delle province a quello de' Presidi. Sovente due province, come vediamo ancor ora praticarsi nelle province di Capitanata e Contado di Molise, erano amministrate da un sol Preside; e nel Regno di Filippo II, siccome ce ne rende testimonianza Alessandro d'Andrea, che scrisse la guerra, che questo Principe ebbe a sostenere col Pontefice Paolo IV, non erano nel Regno, che sei Presidi, a' quali era commessa l'amministrazione della giustizia in tutte le dodici province; quantunque per ciò che riguardava l amministrazione delle rendite regali, il numero de' Tesorieri, ovvero Percettori corrispondeva a quello delle province. Fu per tanto il numero de' Presidi sempre vario, ora accrescendosi, ora diminuendosi, secondo le varie disposizioni ed ordinamenti de' nostri Principi. Siccome le città della loro residenza, non furon sempre le medesime, trasferendosi ora in una, ora in altra, secondo il bisogno, o la migliore loro direzione e governo richiedeva.

CAPITOLO V. Delle leggi, che Ferdinando il Cattolico ed i suoi Vicerè deputati al governo del Regno ci lasciarono.

Ferdinando ci lasciò poche leggi, ma quelle del G. Capitano, del Conte di Ripacorsa e di D. Antonio di Guevara suo Luogotenente, di D. Raimondo di Cardona e di D. Bernardino Villamarino suo Luogotenente, furono più numerose.

Merita tra le leggi di Ferdinando essere annoverata in primo luogo quella, che a richiesta della città stabilì per ristoramento dell'Università degli Studi di Napoli: erano i nostri Studi per li precedenti disordini e rivoluzioni di cose quasi che estinti, ed i pubblici Lettori, a' quali dal regio erario erano somministrati i soldi, per le tante guerre precedute, non erano pagati: pregarono per tanto i Napoletani il Re Ferdinando, ch'essendo il Regno pervenuto nelle di lui mani, ed essendo stato nella città di Napoli capo del Regno, e sede regia, da tempo antichissimo lo Studio generale in ogni facoltà e scienza, ed in quello essendo stati Cattedratici i più famosi Dottori in ogni facoltà, salariati da' Re suoi predecessori, era allora per le precedute guerre quasi che mancato ed estinto; onde lo pregarono di volerlo ristaurare, e ridurlo al primiero stato, preponendo alle letture i Dottori napoletani ed i regnicoli a' forastieri, ed ordinare il pagamento a' Lettori sopra alcuna speziale entrata di S. M. nella città di Napoli, o nella provincia di Terra di Lavoro. Il Re benignamente vi acconsentì, ed ordinò al suo Tesoriere, che delle sue più pronte e spedite rendite pagasse ogni anno agli Eletti della città per mantenimento de' Lettori ducati duemila, come dal suo diploma spedito nella città di Segovia sotto li 30 settembre del 1505.[301] Ciò che poi fu confermato dall'Imperador Carlo V nel Parlamento generale tenuto in sua presenza in Napoli nel 1536[302].

Le altre sue leggi si leggono nel volume delle nostre prammatiche. Prima di venire a Napoli ne promulgò alcune nelle città di Toro, di Segovia e di Siviglia. Venuto in Napoli ne promulgò altre, che portano la data nel Castel Nuovo. Ritornato in Ispagna insin che visse ne stabilì alcune altre, le quali secondo l'ordine de' tempi furono raccolte nella Cronologia prefissa al primo tomo delle nostre prammatiche, secondo l'ultima edizione del 1715.

Nella sua assenza i Vicerè suoi Luogotenenti, ai quali era di dovere, che per la lontananza della sua sede regia, si dasse questa potestà, ne stabilirono moltissime.

Il Gran Capitano in febbrajo ed in giugno dell'anno 1504 ne promulgò due, ed un'altra in decembre del seguente anno 1505.