CAPITOLO I. Morte di Massimiliano Cesare, ed elezione nella persona di Carlo suo nipote in Imperadore. Discordie indi seguite tra lui, e 'l Re di Francia, che poi proruppero in aperte e sanguinose guerre.
Mentre le cose d'Italia e del Regno si stavano in quiete, Massimiliano in questo medesimo anno 1517, desideroso di stabilire la successione dell'Imperio romano, dopo la sua morte, in uno de' nipoti, trattava con gli Elettori di farne eleggere uno in Re de' Romani. E benchè Cesare avesse prima desiderato, che questa dignità fosse conferita a Ferdinando suo nipote secondogenito, parendogli conveniente, che poichè al fratello maggiore erano venuti tanti Stati e tanta grandezza, si sostentasse l'altro con questo grado, giudicando, che per mantenere più illustre la Casa sua, e per tutti i casi sinistri, che nella persona del maggiore potessero succedere, essere meglio avervi due persone grandi, che una sola, nondimeno stimolato in contrario da molti de' suoi e dal Cardinal Sedunense e da tutti quelli, i quali temevano ed odiavano la potenza de' Franzesi, rifiutato il primo consiglio, voltò l'animo a far opera, che a questa dignità fosse assunto il Re di Spagna: dimostrandogli questi tali, essere molto più utile all'esaltazione della Casa d'Austria, accumulare tutta la potenza in un solo, che dividendola in più parti, fargli meno potenti a conseguire i disegni loro: essere tanti e tali i fondamenti della grandezza di Carlo, che aggiungendosegli la dignità imperiale, si poteva sperare, che avesse a ridurre l'Italia tutta, e gran parte della Cristianità in una Monarchia, cosa non solo appartenente alla grandezza dei suoi discendenti, ma ancora alla quiete de' sudditi, e per rispetto delle cose degl'Infedeli, a beneficio di tutta la Repubblica cristiana: ed essere ufficio e debito suo pensare all'augumento ed all'esaltazione della dignità imperiale, stata tant'anni nella persona sua e nella famiglia d'Austria, la quale non si poteva sperare aversi a sollevare, nè ritornare al pristino splendore, se non trasferendosi nella persona di Carlo, e congiugnendosi alla sua potenza: vedersi per gli esempi degli antichi Imperadori, Cesare Augusto e molti dei suoi successori, che mancando di figliuoli e di persone della medesima stirpe, gelosi che non s'ispegnesse o diminuisse la dignità riseduta nella persona loro, aver cercato successori remoti di congiunzione, o non attenenti eziandio in parte alcuna, per mezzo delle adozioni; ed esser fresco l'esempio del Re Cattolico, il quale amando come figliuolo Ferdinando, allevato continuamente appresso a lui, nè avendo, non che altro, mai veduto Carlo, anzi provatolo nella sua ultima età poco ubbidiente a' precetti suoi; nondimeno senza aver compassione della povertà di quello, non gli avea fatta parte alcuna di tanti suoi Stati, nè di quelli eziandio che per essere acquistati da lui proprio, era in facoltà sua di disporne; anzi aver lasciato tutto a colui, che quasi non si conosceva, se non per uno strano.
A questa istanza di Cesare si opponeva con ogni arte ed industria il Re di Francia, essendogli molestissimo, che a tanti Regni e Stati del Re di Spagna s'aggiugnesse ancora la dignità imperiale, la quale, ripigliando vigore da tanta potenza, diventerebbe formidabile a ciascuno; però cercava di disturbarla occultamente appresso agli Elettori ed al Pontefice; ed ai Vineziani aveva mandato Ambasciadore, perchè si unissero seco a fare l'opposizione, ammonendo e il Pontefice e loro del pericolo porterebbono di tanta grandezza. Ma gli Elettori erano in gran parte tirati nella sentenza di Cesare, e già quasi assicurati de' denari, che per questa elezione si promettevano loro dal Re di Spagna, il quale aveva mandato per questo in Alemagna ducentomila ducati. Nè si credeva, che il Pontefice, ancorchè gli fosse molestissimo, ricusasse di concedere, che per mano de' Legati appostolici Massimiliano ricevesse in Germania in suo nome la Corona dell'Imperio; poichè l'andare ad incoronarsi a Roma, sebbene con maggiore autorità della Sede appostolica, era riputato più presto cerimonia, che substanzialità[315].
(Intanto fu ciò proposto, perchè sembrava cosa nuova, che non essendo stato ancora Massimiliano coronato dal Pontefice, si potesse venire alla elezione del Re de' Romani, siccome narra Gerardo a Roo[316], il quale parlando di Massimiliano scrisse: Is aetate jam provectum se considerans, sive mortem haud procul abesse animo praesagiens, cum Septemviris Imperii Electoribus, qui praeter Bohemiae Regem, Augustam omnes venerant, de Carolo Nepote, in Romanorum Regem eligendo, agere coepit; cumque novi exempli res esset, Caesare nondum a Pontefice coronato, Regem eligi, in Concilio propositum fuit, eo inducendum esse Leonem, uti Coronam, et alia Imperatoriae Dignitatis insignia, per Legatum conferenda, in Germaniam mittat).
Con suddetti pensieri e con suddette azioni si consumò l'anno 1518, non essendo ancora fatta la deliberazione dagli Elettori, la quale diventò più dubbia e più difficile per la morte di Massimiliano succeduta a Lintz nel primi giorni dell'anno 1519.
Morto Massimiliano, cominciarono ad aspirare all'Imperio apertamente il Re di Francia ed il Re di Spagna, la quale controversia, benchè fosse di cosa sì importante, e tra Principi di tanta grandezza, nondimeno fu esercitata tra loro destramente, non procedendo nè a contumelie di parole, nè a minacce d'armi, ma ingegnandosi ciascuno con l'autorità e mezzi suoi, tirare a se gli animi degli Elettori: anzi il Re di Francia molto laudabilmente parlando sopra questa elezione con gli Ambasciadori del Re di Spagna, diceva essere commendabile, che ciascuno di loro cercasse onestamente di ornarsi dello splendore di tanta dignità, la quale in diversi tempi era stata nelle Case degli antecessori loro; ma non per questo dover l'uno di loro ripigliarlo dall'altro per ingiuria, nè diminuirsi per questo la benivolenza e congiunzione già stabilita.
Pareva al Re di Spagna appartenersegli l'Imperio debitamente, per essere continuato molti anni nella Casa d'Austria, nè essere stato costume degli Elettori privarne i discendenti del morto senza evidente cagione della inabilità loro. Non essere alcuno in Germania di tanta autorità o potenza, che potesse competere seco in questa elezione; nè gli pareva giusto o verisimile, che gli Elettori avessero a trasferire in un Principe forestiero tanta dignità continuata già molti secoli nella Nazione germanica; e quando alcuno, corrotto con denari o per altra cagione, fosse d'intenzione diversa, sperava, o di spaventarlo con le armi preparate in tempo opportuno e che gli altri Elettori se gli opporrebbero, o almeno, che tutti gli altri Principi e l'altre Terre franche di Germania non comporterebbono tanta infamia ed ignominia di tutti, e massimamente trattandosi di trasferirla la nella persona di un Re di Francia, con accrescere la potenza di un Re nemico alla loro Nazione, e donde si poteva tenere per certo, che quella dignità non ritornerebbe mai più in Germania. Stimava facile ottenere la perfezione di quello che era già stato trattato con l'avolo, essendo già convenuto de' premj e de' donativi con ciascuno degli Elettori.
Dall'altra parte non era minore, nè la cupidità, nè la speranza del Re di Francia, fondata principalmente su la credenza dell'acquistare con grandissima somma di denari li voti degli Elettori, alcuni de' quali mostrandogli la facilità della cosa, lo incitavano a farne impresa: la quale speranza nudriva con ragioni più presto apparenti che vere, perchè sapeva, che ordinariamente a' Principi di Germania era molesto, che gli Imperadori fossero molto potenti per il sospetto, che non volessero in tutto, o in qualche parte riconoscere le giurisdizioni ed autorità imperiali occupate da molti, e però si persuadeva, che in modo alcuno non fossero per consentire alla elezione del Re di Spagna. Eragli noto ancora essere molestissimo a molte Case illustri in Germania, che pretendevano essere capaci di quella dignità, che l'Imperio fosse continuato tanti anni in una casa medesima, e che quello, che oggi all'una, domani all'altra dovevano dare per elezione, fosse cominciato quasi per successione a perpetuarsi in una stirpe medesima; e potersi chiamare successione quella elezione, che non permette discostarsi da' più prossimi della stirpe degl'Imperadori morti; così da Alberto d'Austria essere passato l'Imperio in Federico suo fratello, da Federico in Massimiliano suo figliuolo, ed ora trattarsi di trasferirlo da Massimiliano nella persona di Carlo suo nipote. Però, oltre questo, sperava il Re di Francia nel favore del Pontefice; così per la congiunzione e benivolenza, che gli pareva aver contratta seco, come perchè non credeva, che a lui potesse piacere, che Carlo Principe di tanta potenza, e che contiguo col Regno di Napoli allo Stato della Chiesa, avea per l'aderenze de' Baroni Ghibellini aperto il passo insino alle porte di Roma, conseguisse anche la Corona dell'Imperio; non considerando, che questa ragione verissima contro Carlo, militava ancora contro lui; nondimeno non conoscendo in se quello, che facilmente considerava in altri, ricorse al Pontefice, supplicandolo volesse dargli favore, perchè di se e dei Regni suoi si potrebbe valere, come di proprio figliuolo.
Premeva grandissimamente al Pontefice la causa di questa elezione, essendogli molestissimo per la sicurezza della Sede Appostolica qualunque de' due Re fosse assunto all'Imperio. Nè essendo tale l'autorità sua appresso agli Elettori, che sperasse con quella poter giovare molto, giudicò essere necessario adoperare in cosa di tanto momento la prudenza e le arti. Persuadevasi, che il Re di Francia, ingannato facilmente da qualcuno degli Elettori non fosse per avere parte alcuna in questa elezione, nè avere, benchè in uomini venali, a poter tanto le corruttele, che avessero disonestamente a trasferire l'Imperio dalla Nazione germanica nel Re di Francia. Parevagli che al Re di Spagna per essere della medesima nazione per le pratiche cominciate da Massimiliano, e per molti altri rispetti, fosse molto facile conseguire l'intento suo, se non gli si faceva opposizione molto potente; la quale giudicava non potere farsi in altro modo, se non che il Re di Francia si disponesse a voltare in uno degli Elettori que' medesimi favori e denari che usava per eleggere se. Parevagli impossibile indurre il Re a questo, mentre che era nel fervore delle speranze vane; però sperava, che quanto più ardentemente, e con più speranza s'ingolfasse in questa pratica, tanto più facilmente, quando cominciasse ad accorgersi riuscirgli vani i pensieri suoi e trovandosi irritato e su la gara, aversi a precipitare a favorire l'elezione di un terzo, con non minore ardore: e quindi poter similmente accadere, favorendosi gagliardamente ne' principj le cose del Re di Francia, che l'altro Re veduto difficultarsi il desiderio suo, e dubitando, che il Re avversario non vi avesse qualche parte, si precipitasse medesimamente ad un terzo. Per queste cagioni, non solo dimostrò al Re di Francia di avere sommo desiderio, che in lui pervenisse l'Imperio, ma lo confortò con molte ragioni a procedere vivamente in questa impresa, promettendogli amplissimamente di favorirlo con tutta l'autorità del Pontificato.
(Se dee prestarsi fede a Goldasto, Papa Lione mandò un suo Legato nel congresso degli Elettori, dimandando, ut Regem Neapolitanum cujus Regni proprietas ad Ecclesiam Romanam spectat, nullo pacto in Romanorum Regem eligant, obstante sibi defectu inhabilitatis et ineligibilitatis, ex Constitutione Clementis Quarti. E che gli Elettori poco di ciò curando, gli rispondessero, ch'essi non dovean aver altro riguardo, che d'elegger colui, che riputassero il più savio ed il più degno. Goldasto, Tomo uno Constit. Imp. p. 429 rapporta non men la dimanda del Legato, che la risposta degli Elettori).