Fra Giovanni, non pur esponendo quelle Epistole, ma disputando più giorni continui col P. Teofilo di Napoli suo competitore ed emolo, malmenandolo con motti acuti e mordaci, erasi reso sospetto già d'eresia, siccome l'evento poi chiaramente lo dimostrò; perchè alcuni anni appresso, arrestato in Roma, e convinto, fu giustiziato. Pietro Martire, assai più famoso, esponeva con molta eloquenza e dottrina l'Epistole di S. Paolo in Napoli, in S. Pietro ad Ara, dove ebbe tanto credito e concorso di gente, che chi non v'andava, era riputato mal Cristiano. Costui avea a se tirati molti, fra' quali un certo Catalano chiamato D. Giovanni Valdes ch'era anche stretto amico di Fr. Bernardino da Siena; ma la vigilanza del Vicerè, e più de' di lui emoli, che non lasciavano di fare minuto scrutinio sopra i suoi detti, frastornarono i suoi progressi; poichè un giorno, spiegando quel passo di S. Paolo[38]: Si quis autem superaedificat, etc. ancorchè con accortezza, e con molte proteste e riserve lo sponesse, diede però gran sospetto, ch'egli non ben sentisse del Purgatorio. Di che avertito il Toledo, gli fece proibire la lezione, donde avvenne, ch'egli vedendo, che in Italia non poteva promettersi gran cose; finalmente sentendo, che in Roma se gli preparavano aguati, fuggì d'Italia, e ricovrossi fra' Luterani in Argentina, ove riuscì in quella dottrina cotanto celebre, quanto il Mondo sa. Lorenzo Romano fermossi nel Regno, prima in Caserta, e disseminò occultamente gli errori di Zuinglio in quella Città e nelle Terre circostanti; da poi andò in Germania, donde maggiormente istrutto ritornò in Napoli nel 1549, e si pose quivi celatamente ad insegnare a molti gentiluomini la Logica di Melantone; sponeva i Salmi e l'Epistola di S. Paolo, ed un libro a que' tempi dato fuori, intitolato: Beneficio di Cristo. Fu però poco da poi scoverto; ed essendo stato citato dagl'Inquisitori, fuggì via; ma da poi venne nel 1512 spontaneamente a presentarsi in Roma al Cardinal Teatino, al quale confessò i suoi errori e gli palesò ancora, com'egli in Napoli e nel Regno avea molti discepoli, fra' quali erano persone eminenti e molte Dame Nobili e Titolate, le quali professavano lettere umane, ed essendo stato condennato a pubblica abjura nella Cattedrale di Napoli e di Caserta, gli fu imposto, che, fatto questo, ritornasse in Roma per ricevere altre penitenze.

In Napoli con tutto ciò, non ostante la vigilanza del Toledo e le diligenze, che s'usavano contra costoro, non cessava il timore, che non venisse contaminata da' seguaci loro, li quali con molta accortezza e con molta riserba nutrivano la lor dottrina. Non mancavano di capitarvi molti altri Predicatori, i quali tentavano ancora di seminar nel Regno li medesimi errori, abbracciati da molti, chi per ignoranza, chi per malizia; onde aveano cominciato già a far loro congregazioni e Consulte, e Capo di costoro era il Valdes Spagnuolo, il quale faceva professione di ben intendere e spiegar la Scrittura, dando a sentire d'essere in ciò illuminato dallo Spirito Santo; e ne avea per ciò tirati molti al suo partito, onde la cosa era giunta a tale, che oltre avere il veleno penetrato nei petti d'alcuni Nobili, era arrivato sino ad attaccar le Dame; e si credette, che la cotanto famosa Vittoria Colonna vedova del Marchese di Pescara e Giulia Gonzaga, per la strettezza, che tenevano col Valdes, fossero state anche contaminate da' suoi errori[39].

Stando le cose della Religione in questo stato in Napoli, verso l'anno 1541 e 42 venne nuova, che il P. Occhino erasi manifestamente svelato per la parte de' Luterani, fuggito d'Italia, e ricovrato in Genevra s'era a coloro unito: questa rebellione dell'Occhino portò così in Napoli, come in tutta Italia sommo dispiacere: perchè creduto universalmente per uomo da bene e di sana dottrina, ora che vedevano il contrario, cominciarono a dubitare; non le sue prediche avessero apportato più tosto danno, che utile: ed accrebbe il sospetto contra i suoi discepoli, che avea in Napoli ed in tutta Italia lasciati; a' quali, perchè stassero fermi nella sua dottrina, non avea tralasciato, già fatto ribelle, di scrivere alcune Omelie volgari, che per mezzo d'una sua epistola dedicò alla sua Italia, nelle quali manifestava, che per l'addietro avea predicato in Italia Cristo mascherato, ma che ora non potendolo predicare a viva voce nudo, come il Padre ce lo mandò, e come nudo stette in Croce, lo faceva per opera della penna, con quelli suoi scritti; de' quali furono veduti per Italia e Napoli correre, per le mani di molti, più esemplari.

In questo medesimo tempo uscirono in istampa, senza nome d'Autore, alcuni libri, uno de' quali avea titolo: Il Seminario della Scrittura e l'altro: Il Beneficio di Cristo; e si videro comparire ancora alcune Opere di Filippo Melantone e d'Erasmo. Nel principio, per molti mesi, non se ne tenne conto, e correvano senza proibizione per le mani di molti: ma poi fatto avvertito il Vicerè del danno che facevano, gli fece proibir tutti, ed ordinò, che fossero pubblicamente bruciati; e fattone un fascio dal P. Ambrogio da Bagnoli, furono al cospetto del Popolo fatti bruciare avanti la porta maggiore dell'Arcivescovado, con bandi tremendissimi contra coloro, che forse tenessero queste ed altre opere sospette, o che le leggessero, o in qualunque modo proccurassero. Questo rigore fece quietar le cose in maniera, che non s'intese più che simili libri fossero ritenuti, e se pure da alcuni si parlava della Scrittura, era con più modestia e rispetto di prima.

A questo fine il Vicerè Toledo fece poi ai 11 ottobre dell'anno 1544 pubblicar Prammatica, colla quale ordinò, che i libri di Teologia e di Sagra Scrittura, che si trovassero stampati da venticinque anni, non si ristampassero: e gli stampati non potessero tenersi, nè vendersi, se prima non saranno mostrati al Cappellan Maggiore, il quale dovea vedere eziandio quali potessero mandarsi alla luce. Parimente proibì tutti i libri di Teologia e di Sacra Scrittura, che fossero stampati senza nome di Autore e tutti quelli, i cui Autori non fossero stati approvati.

Questo timore, che in Napoli non penetrassero gli errori della Germania, e la vigilanza per ciò usata dal Toledo, fece aver anche per sospetta ogni erudizione; e fu la cagione, perchè, presso noi, le lettere non facessero que' progressi e quegli avanzi, che in questi tempi facevano in Francia, ed in altre parti, così per la Giurisprudenza, come per l'altre facoltà. Erano rimasi solo i vestigj dell'Accademia del Pontano, ed alcuni pochi sostenitori di quella: pure con tutto ciò non mancava il buon volere, e se per questi sospetti non fossero stati dal Toledo impediti, molti nobili spiriti non avrebbero mancato di favorire le lettere, con ergere nuove Accademie, come aveano già cominciato: poichè nell'anno 1546 i Nobili del Seggio di Nido, ad esempio di ciò che si faceva in Siena, e nell'altre città d'Italia, trattarono d'ergere in Napoli un'Accademia di Poesia latina e volgare, di Rettorica e di Filosofia e d'Astrologia, siccome in una ben ornata stanza, al piano del Cortile di S. Angelo a Nido, l'ersero sotto il nome de' Sireni, e ne fecero Principe Placido di Sangro: e gli Accademici infra gli altri, furono il Marchese della Terza, il Conte di Montella, Trojano Cavaniglia, il celebre Antonio Epicuro, Antonio Grisone, Mario Galeota, Giovan-Francesco Brancaleone famoso Medico e Filosofo ed Orator eloquentissimo, ed altri amatori delle buone lettere. Ad imitazione di Nido eresse il Seggio Capuano un altra Accademia, sotto il nome degli Ardenti. E ne fu anche istituita un'altra nel Cortile dell'Annunziata sotto il nome degli Incogniti. Ma queste, nate appena, rimasero estinte; poichè il Toledo le fece da' Reggenti del Collaterale proibire, non piacendo allora, che, sotto pretesto di studio di lettere, si facessero ragunanze e continue unioni d'uomini letterati. Accelerò la proibizione, l'istituto preso, che ciascuno degli Accademici dovesse ivi recitare una lezione, sopra la quale (ancorchè il soggetto fosse o di Filosofia, o di Rettorica) venendosi poi a disputare, sovente s'usciva dal soggetto, e si veniva alle quistioni di Teologia e di Scrittura. Furono per ciò l'Accademie proibite tutte e tolte via.

Quindi è avvenuto, che nel mezzo di questo secolo e nel suo decorso non possiamo mostrar tanti Letterati, quanti nel principio e nel fine del precedente furono da noi annoverati: de' Filosofi, e Medici un solo Agostino Nifo, ed in Calabria, Antonio e Bernardino Telisio, li quali per ciò non valsero far argine a' Scolastici e discreditar Aristotele lor Maestro: de' Poeti solamente fu veduto qualche numero, da non paragonarsi però a quello del secolo precedente.

Quindi ancora avvenne, che avendosi per sospetta ogni erudizione, i nostri Giureconsulti non poterono imitare l'esempio di Francia, dove la Giurisprudenza nelle Cattedre era insegnata con maggior purità e nettezza: ma da' nostri fu lo studio di quella proseguito nella medesima forma che prima. Ed essendosi cotanto i Tribunali innalzati, crebbe il numero de' Professori, li quali non diedero alcun sospetto, perchè tutti intesi a' guadagni del Foro, furono lontani da ogni erudizione e dallo studio delle lettere umane.

Questo era lo stato delle cose nel 1546. Pareva che colla vigilanza continua del Vicerè, per tanti provvedimenti dati, non vi fosse bisogno di altro per toglier ogni timore d'introduzione di nuova dottrina contraria alla antica Religione; ma il Vicerè per le cose precedute, come d'affare così grave e rilevante, avea dato intanto all'Imperador Carlo V relazione distinta di quanto era occorso intorno a ciò in Napoli, mostrando che bisognava seriamente provvedere d'efficaci rimedj per mali sì gravi e pericolosi. L'Imperadore, che co' suoi proprj occhi vedeva que' disordini e le revoluzioni cagionate in Germania per questa nuova dottrina, stimò necessario (per non vedere gli altri suoi Stati dipendenti dalla Monarchia di Spagna nel medesimo disordine) che si dovesse seriamente pensare ad un efficace rimedio; e reputando il più opportuno, per riparare al male, non poter esser altro, che in quelli far erigere un Tribunal d'Inquisizione all'uso di Spagna, affinchè i popoli atterriti, pensassero a vivere come prima, scrisse al Vicerè, che ponesse ogni suo studio in proccurare d'introdurre in Napoli l'Inquisizione all'uso di Spagna. Usasse però ogni industria ed accortezza d'introdurla senza alterazione de' Popoli, ma con modi soavi, covrendo con fino artificio il suo disegno. Avea Cesare fatta esperienza, quanto pericoloso fosse sforzare in ciò i Popoli; poichè avendo tentato di mettere a quell'uso l'Inquisizione in Fiandra, la vide in breve tempo tutta sconvolta e quasichè disabitata; imperciocchè molti avendo orrore di sì rigido Tribunale, lasciando le paterne case, si contentavano più tosto fuggire, ed andar altrove raminghi, tanto che fu egli obbligato levarlo e che più non se ne parlasse. Il Vicerè, prima di ricevere queste insinuazioni da Cesare, avea già da molto tempo pensato da se stesso a questo rimedio; ma sapendo, che l'Inquisizione era stata ai Napoletani sempre d'orrore ed odiosa, e che, nè Ferdinando il Cattolico, nè altri Vicerè, che più volte l'avean tentato, mai eran stati bastanti a metterlo in opera, rispose perciò all'Imperadore, che l'impresa era molto ardua, ma con tuttociò avrebbe egli usata ogni industria e poste in opera le più sottili arti, e come se nè da Cesare nè da lui procedesse, avrebbe proccurato spingere e tirar avanti il disegno nella maniera più accorta e cauta, che si potesse.

In questi medesimi tempi il Pontefice Paolo III, vedendo ancor egli, che in Italia andava serpendo il male, rinvigorì dall'altra il Tribunal dell'Inquisizione di Roma; e con intelligenza di Cesare mandò Commessarj dell'Inquisizione Romana per tutte le Province d'Italia, i quali però erano ricevuti con condizione, che dovessero procedere per via ordinaria, con manifestazione de' testimonj e, sopra tutto, senza la confiscazione de' beni.