Il Toledo reputando, che col fare apparire non da lui, ma da Roma, venir tentata l'impresa, e che sotto questo manto avrebbe coperto il suo disegno, proccurò col Cardinal Borgia, uno degl'Inquisitori di Roma suo parente, che, siccome erasi fatto nell'altre Province d'Italia, si mandasse in Napoli un Commessario, con Breve del Papa, dove si comandasse, che per via d'Inquisizione dovesse procedersi contra i Chierici, Claustrali e Secolari; siccome in effetto venne il Breve, ed al Vicerè fu comunicato, il quale però si pose in grande angustia per trovar il modo di poterlo far eseguire.

Narrasi, che 'l Pontefice di buona voglia, a' prieghi del Cardinal Borgia, avesse conceduto il Breve, non perchè egli si curasse molto di porre l'Inquisizione in Napoli, avendo scoperto i disegni di Cesare e del Toledo, che volevano porla all'uso di Spagna e non già di Roma (tanto che questa competenza giovò molto a' Napoletani) ma perchè tenendo odio occulto contra l'Imperatore, sapendo quanto fosse d'orrore a' Napoletani l'Inquisizione, giudicava, che col tentar di metterla in Napoli, si dovessero cagionare in questa città alterazioni, tumulti e sedizioni.

Uberto Foglietta genovese[40], seguito dal Presidente Tuano[41], scrive, che il Toledo a' Commessarj dell'Inquisizione venuti da Roma, che lo richiedevano secondo il costume, dell'Exequatur Regium al Breve, avesse risposto, che in ciò non s'affrettassero tanto, ma tenessero presso di loro il Breve, perchè, quantunque per non insospettire i Napoletani odiosissimi all'Inquisizione, non poteva allora darlo, stessero però di buon animo, con tener sotto silenzio il tutto, perch'egli avrebbe oprato in modo, che il Breve s'eseguisse.

Però i nostri Scrittori napoletani, contemporanei non men che il Foglietta, a questi successi, i quali, siccome devon cedere all'eleganza e maestà del suo stile, così è di dovere, che, come forastiero, egli ceda per la verità e più minuta e distinta narrazione di questa istoria a costoro che trovaronsi presenti, e furono in mezzo di quegli affari, e li trattarono con pericolo della vita e perdita delle loro robe. Narrano questi, che il Vicerè, dopo alquanti giorni, dal Consiglio Collaterale fece dar l'Exequatur al Breve; ma che non volle farlo pubblicare per la Città a suon di trombe, nè con prediche, per timor di qualche sollevamento; ma volle che solamente per cartone affisso nella porta dell'Arcivescovato si palesasse; nell'istesso tempo, ritiratosi egli a Pozzuoli, ove l'inverno soleva dimorare, ordinò a Domenico Terracina, quanto al Popolo odioso, altrettanto suo dependente, avendo a questo fine, (oltre averselo fatto compare) quattro mesi prima proccurato di farlo elegger di nuovo Eletto del Popolo, ed agli altri Ufficiali della città, de' quali egli si fidava, che insinuassero con dolci maniere alle lor Piazze, che non bisognava di quell'editto d'Inquisizione far tanto rumore, nè sgomentarsi tanto, poichè quello non era ad uso di Spagna, ma veniva per provisione del Papa, Giudice competente in quella causa, di che la città non avea occasione di dolersi del Vicerè, di cui non era volontà, nè dell'Imperadore di metter l'Inquisizione; ma che il Papa per moto proprio lo faceva, acciò, se la città fosse in qualche parte contaminata d'eresia, se ne avesse da purgare; e non essendo, se ne fosse con questa paura preservata.

Dall'altra parte i Napoletani, a' quali essendo noti gli artificj del Vicerè, erano entrati in sommo sospetto, aveano eletti perciò Deputati, li quali essendo più volte ricorsi al Vicerè per questi rumori, che si sentivano d'Inquisizione, furono altrettante volte assicurati dal medesimo, ch'egli non avrebbe permessa novità alcuna. Tuttavolta la fama essendo continua e grande, che l'Inquisizione sarebbe stata fra poco tempo posta, non cessavano i timori ed i sospetti; ma quando poi in un dì di Quaresima di questo nuovo anno 1547 coi propri loro occhi videro l'Editto affisso nella porta della Chiesa Cattedrale, il quale da molti letto, era esagerato molto più di quel che conteneva, cominciarono molti a sollevarsi e farne rumore, e corsi al Vicario dell'Arcivescovado (il qual udito il tumulto per timore s'era nascosto) fecero stracciare l'Editto. Il Vicerè inteso il tumulto, la Domenica delle Palme fece tosto chiamar a se il Terracina e gli altri Ufficiali della città, a' quali niente parlando d'Inquisizione, ma solo esagerando l'eccesso, persuadeva di doversi procedere contra i tumultuanti ad un severo castigo; e se bene quasi tutti erano per acconsentirgli, nulladimeno per tema del Popolo, già insospettito e sollevato, non risposero risoluti, ma diedero buone parole, con riserva di farlo intendere alle loro Piazze: perlochè congregati gli Eletti, così nobili, come popolari nelle loro Piazze, e proposto il negozio per arduo, conchiusero di dover andare dal Vicerè a Pozzuoli, e creati scelti uomini, e di qualità per Deputati, se n'andarono giuntamente a Pozzuoli, dove avanti il Vicerè, Antonio Grisone gentiluomo del Seggio di Nido parlò con molto vigore ed energia, mostrandogli quanto fosse stato sempre alla città e Regno odioso ed insoffribile il nome dell'Inquisizione, e sopra tutto, che trovandosi con facilità uomini ribaldi, che per denari e per odio facilmente s'inducono a far testimonianze false (il che molto bene poteva egli aver conosciuto, che per estirpar le scuole de' testimonj falsi, era stato costretto di far pubblicar contra d'essi un rigoroso bando a pena della vita) in breve tempo si sarebbe veduto il Regno e la città tutta sconvolta e rovinata; lo pregava per tanto, in nome di tutti, a non voler permettere, che a tempo suo, quando ne aveano ricevuti tanti beneficj, Napoli restasse di tanto obbrobrio e vergogna macchiata, e da così intollerabil giogo oppressa.

Il Vicerè gli rispose con molta umanità, dicendogli, che non era di mestieri, che per ciò si fossero incomodati di venir sino a Pozzuoli: che egli amava molto più di quel, che credevano, la loro città, la quale poteva chiamarla anche sua patria, non meno per avervi abitato tanti anni, che per aver maritata una sua figliuola ad uno de' suoi Nobili; che non era stata mai intenzione nè di sua Maestà, nè sua, d'imporre Inquisizione; anzi che più tosto avrebbe egli deposto il governo del regno, che soffrire questa novità in tempo suo: restassero per tanto sicuri, che d'Inquisizione non si parlerebbe mai. Soggiunse però, che sapendo essi, che molti, benchè ignoranti e di poco conto, parlavano troppo licenziosamente, e che perciò davano qualche sospetto d'infezione, non giudicava fuor di proposito, nè la città lo dovea tener per male, che se alcuni ve ne fossero, siano per la via ordinaria e secondo i Canoni inquisiti e castigati; acciocchè le persone infette non abbiano ad attaccar la loro contagione agli altri sani; e che per questo fine e non per altro, e credeva, che fossero stati affissi quegli Editti. I Deputati udita questa risposta, gli resero grazie infinite e tutti allegri tornati a Napoli, la riferirono alle Piazze, la quale sebbene avesse universalmente apportata somma allegrezza, nulladimeno molti da quelle ultime parole, di castigare i colpevoli per via di Canoni, non lasciarono il sospetto, interpetrando la mente del Vicerè non essere in tutto aliena dall'Inquisizione, ma di volerla cominciare con apparenza giusta, acciò col tempo ella passasse a termini più ardui, tanto che finalmente restasse poi da senno Inquisizione all'uso di Spagna.

Crebbe poi il sospetto dal vedere, che il Terracina co' suoi partigiani non tralasciava d'andar insinuando a' popolari di non doversi di ciò curar molto, e farne tanti schiamazzi; ma ciò da che più se ne resero certi fu, quando a' 21 di maggio dell'istesso anno 1547 videro nella porta dell'Arcivescovado affisso un altro editto assai più del precedente chiaro e formidabile, parlando alla scoverta d'Inquisizione. Allora la città si sollevò, e con grande strepito per le piazze di Napoli si gridò arme, arme: fu immantinente l'editto lacerato, il Popolo tumultuosamente corse dal Terracina, dicendogli che convocasse tosto la Piazza, acciò s'amovessero i Deputati vecchi sospetti d'intelligenza col Vicerè e si creassero i nuovi. Il Terracina, con mostrarsene renitente, accrebbe il sospetto; onde entrati in fretta dentro S. Agostino, congregata la Piazza, ed ivi esposto l'arduità dell'affare, ed il pericolo grande e la poca corrispondenza de' fatti alle buone parole del Vicerè, parve a tutti espediente di privare il Terracina del suo ufficio d'Eletto, ed i suoi compagni dell'ufficio di Consultori (perchè in quel tempo il Popolo li creava) e rifecero in suo luogo per Eletto Giovanni Pascale da Sessa uomo audace e di fazione popolare, e per Consultori altri poco amici del Terracina e zelantissimi delle cose pubbliche.

Da queste forti resoluzioni del Popolo si mossero anche i Nobili, i quali avidamente ricevettero sì opportuna occasione per vendicarsi del Toledo, da loro in secreto odiato, i quali, non meno che i popolari abbominando l'Inquisizione, s'unirono con quelli, dando loro titolo di fratelli, avvertendoli sempre, che stessero vigilanti, atteso senza dubbio il Vicerè voleva l'Inquisizione, nè punto si fidassero delle sue parole, al quale, per togliere ogni ambiguità, bisognava resister apertamente, con dirgli, ch'essi non volevano Inquisizione nè all'usanza di Spagna, nè di Roma, e che insino alla morte, salva la riverenza al loro Principe, l'avrebbero contrastata. Il Terracina, e' suoi compagni rimasero in grandissimo odio col Popolo, ed il volgo, insino a' fanciulli, li chiamavano per le strade Traditori della Patria. Odiavano ancora, come dipendenti del Vicerè, il Marchese di Vico vecchio, il Conte di S. Valentino vecchio, Scipione di Somma, Federigo Caraffa padre di Ferrante, Paolo Poderico, Cesare di Gennaro e molti altri d'ogni Seggio.

Il Vicerè, udita la sollevazione del Popolo, il tumulto seguito, e come senza sua licenza erano stati imperiosamente privati de' loro ufficj il Terracina e gli altri, e che il Popolo alle sue parole e promesse, non dava alcuna credenza, fieramente sdegnato, minacciando, che avrebbe severamente castigati gli Autori di questi tumulti, se ne venne in Napoli; ed ancorchè da' Deputati si proccurasse raddolcire tanto sdegno, egli diede rigorosi ordini al Tribunal della Vicaria, che procedesse contra gli Autori, non men del tumulto, che della nuova elezione dell'Eletto, e Consultori: fra gli altri, che furono da quel Tribunale portati per Autori più principali, fu un tal Tommaso Anello Sorrentino della Piazza del Mercato, uno dei primi Compagnoni di Napoli, e di gran sequela, il quale, così nell'elezione, come nella sollevazione, si era sopra gli altri distinto, ed era stato colui, che avea tolto il nuovo Editto dalla porta della Cattedrale e laceratolo. Costui, essendo stato citato dal Fisco, dopo molta discussione, se dovea presentarsi o no, alla fine vi andò accompagnato da infinita moltitudine, che postasi attorno al palazzo della Vicaria, ondeggiando aspettava, che il suo Cittadino licenziato se ne tornasse. Il Reggente della Vicaria Girolamo Fonseca, quando vide tanta moltitudine, giudicò meglio per allora licenziarlo dopo breve esame, che di ritenerlo: il quale tolto in groppa del suo cavallo da Ferrante Caraffa Marchese di S. Lucido, al Popolo assai caro, a cui fu dal Reggente consegnato, bisognò portarlo per molte piazze di Napoli per acquetare i tumulti nati tra' Popolari, che temevano della vita di quel loro cittadino. Il Vicerè, dopo questo, vedendo riuscir vani i suoi disegni, pien di cruccio se ne tornò a Pozzuoli; e poco da poi fu, per l'istessa cagione del tumulto, citato Cesare Mormile Nobile di Portanova, ed al Popolo assai caro, il quale vi andò con molta riserva, e ben accompagnato; onde il Reggente riputò anche lasciarlo andare per l'istessa cagione, che avea lasciato andar l'altro. Questo fatto assai dispiacque al Vicerè; ma dissimulandolo, avea rivolto l'animo al castigo ed alla vendetta, aspettando sol il tempo di poterlo fare.

Ma nuovo accidente accrebbe vie più i tumulti e disordini. Aveva il Vicerè, fra questo mezzo, da' presidj di fuora fatte venire in Napoli alcune compagnie di soldati spagnuoli al numero di 3000, alloggiandogli dentro il Castel Nuovo: un giorno, qual si fosse la cagione, all'improvviso fur veduti questi soldati spagnuoli uscir fuori de' fossi del Castello; a questo avviso, il Popolo insospettito, corse a pigliar l'arme, si chiusero le botteghe e le case e tutti armati corsero verso il Castello. Gli Spagnuoli cominciarono a tirar dell'archibugiate, e corsi sino alla Rua Catalana, saccheggiavano le case, uccidevan uomini e donne e fanciulli. I Napoletani corsi al campanile di S. Lorenzo fecero sonare quella Campana alle armi: al suono di questa Campana, siccome ivi accorsero molti cittadini, così si svegliarono i Regj Castelli, cominciando a tirar cannonate contra la Città, ancorchè con pochissimo danno. Dentro la città e sovente nelle osterie, ove erano trovati Spagnuoli, erano uccisi e tagliati a pezzi. I Tribunali si chiusero; tutto era disordine e rivoluzione; sin che, sopraggiunta la notte, fu sopito alquanto il tumulto.