§. II. Inquisizione nuovamente tentata nel Regno di Filippo II ma pure costantemente rifiutata.

L'ordine del tempo richiederebbe, che si dovesse finir qui di parlare d'Inquisizione, e passare avanti nel racconto degli anni dell'Imperio di Cesare e del governo del Toledo; ma io stimo serbar miglior ordine proseguendo questa materia insino agl'ultimi nostri tempi, affinchè per non interrompere il filo, e per non venire di nuovo a trattarla, tutta intera, quanta ella è, sia collocata sotto gli occhi d'ogni uno: affinchè in uno sguardo tutta ravvisandola, possano i nostri con esattezza vedere i suoi orrori, e con quanta ragione i nostri maggiori l'abbian sempre abborrita, e si conosca con ciò, quanto siano grandi le grazie che debbonsi rendere al nostro Augustissimo Principe, che ce ne ha ora affatto resi liberi, ed esenti.

L'abborrimento, che i nostri maggiori concepirono all'Inquisizione, si è veduto, che procedè dall'orribil modo di procedere dell'Inquisizione di Spagna contra i Mori e gli Ebrei, a tempo di Ferdinando il Cattolico: ora quest'avversione la vedremo assai più crescere per li nuovi e più terribili modi del Tribunal dell'Inquisizione di Roma, sotto il Pontificato di Paolo IV nostro napoletano. Questo Pontefice, assunto che fu al Papato, quando gli altri suoi predecessori s'affaticavano, o almeno lo fingevano, che per estirpar tanti novelli errori surti nella Germania non vi fosse mezzo più proprio, che la convocazione d'un Concilio generale; egli all'incontro reputava, che l'Inquisizione fosse il vero ariete contra l'eresia e la più valida difesa della Sede Appostolica; onde fu tutto rivolto a porre con rigorose Costituzioni in maggior terrore quel Tribunale[47]. Egli a' 15 febbrajo 1558 pubblicò una nuova Costituzione, la quale fece sottoscrivere da tutti i Cardinali, in cui rinovando qualunque censura, e pene pronunziate da' suoi predecessori, qualunque statuto de' Canoni, Concilj, e Padri in qualsivoglia tempo pubblicati contra gli Eretici, ordinò che fossero rimessi in uso gli andati in desuetudine, dichiarò, che tutti i Prelati e Principi, eziandio Re ed Imperadori caduti in eresia, fossero e s'intendessero privati de' Beneficj, Stati, Regni ed Imperj, senz'altra dichiarazione, ed inabili a poter essere restituiti a quelli, eziandio dalla Sede Appostolica: e li Beni, Stati, Regni, ed Imperj, s'intendano pubblicati e siano de' Cattolici, che gli occuperanno. E narra il Presidente Tuano[48], che, quando il Papa pochi anni prima di sua morte, si vide libero della cura della guerra, tutto si diede a render più vigorosa l'Inquisizione, ch'e' chiamava Ufficio Santissimo, volendo, che si esercitasse con la maggiore severità del mondo, come la sperimentò (per tacer d'altri) Pompeo Algieri da Nola, che come eretico lo fece bruciar vivo[49]. A questo fine vi prepose Michele Gisleri Domenicano, fatto da lui Cardinale per l'austerità, ed asprezza de' suoi costumi, acciò l'esercitasse con maggior rigore, siccome fece; non solo in questo tempo, ch'era Inquisitor generale, ma anche da poi fatto Papa col nome di Pio V, il quale durante il suo Pontificato usò tali severità contro i sospetti d'eresia, che il Presidente Tuano[50] non ebbe difficoltà di dire, che non senza orrore veniva a rapportarle. Volle ancora Paolo IV che a questo Tribunale si riportassero non solo le cause d'eresia, ma ancora altri delitti, li quali prima solevansi diffinire da altri Ordinari Giudici[51].

Erano surti fra noi a questi tempi li Teatini, li quali seguitando i vestigi del loro Istitutore, furono perciò tutti intesi ad invigilar sopra i Napoletani, e credevano non potere far cosa più grata al Pontefice, che andar a denunziare all'Inquisizione tutti coloro, ch'eglino credevano sospetti, ancorchè con debolissimi indizi, onde sovente di gravi disordini e tumulti nella città e nelle famiglie erano cagione; e se i Gesuiti surti nel medesimo tempo, loro emoli e competitori, non si fossero sovente opposti, di mali maggiori sarebbero stati cagione. Quindi l'abbominazione di questo Tribunale, non pur in Napoli, ma anche in Roma crebbe tanto, che morto il Pontefice Paolo a' 8 agosto del 1559, anzi ancora spirante, per l'odio concepito dal Popolo e Plebe Romana, gli ruppero la di lui Statua in Campidoglio, furono rotte le carceri ed estratti li prigioni, fu posto fuoco al luogo dell'Inquisizione, ed abbruciarono tutti i processi e scritture, che ivi si guardavano; e mancò poco, che il Convento della Minerva, dove i Frati soprastanti a quell'Ufficio abitavano, non fosse dal Popolo bruciato[52].

Ma in questi tempi s'accrebbe lo spavento non solo per lo terrore, che dava l'Inquisizione di Roma, ma molto più per quello, che per opera del Re Filippo II diede in quest'anno 1559 l'Inquisizione di Spagna per l'occasione che racconteremo.

Avendo Filippo, dopo la morte della Regina Maria d'Inghilterra sua seconda moglie, deliberato lasciar la Fiandra, e ritirarsi in Ispagna, viaggiando per mare, patì sì gran tempesta, che perduta quasi tutta l'armata, con una suppellettile preziosa, che seco portava, appena ne uscì salvo. Giunto che fu nel Porto di Cales, diceva d'essersi liberato per singolar provvidenza Divina, acciò s'adoperasse ad estirpare il Luteranesmo; al che diede presto principio, poichè come narra il Tuano[53], giunto appena in Ispagna, diede subito ordine, che si facesse diligente inquisizione contra tutti i Settarj, e sospetti d'eresie, per volergli egli severamente punire; e quando prima, secondo il caso portava, condennato uno, o più per le prave opinioni di Religione, tosto dopo la condanna si davano al carnefice per giustiziarli; furono, dopo quest'ordine del Re, i condennati per tutta la Spagna riserbati al suo arrivo, e condotti in Siviglia ed in Vagliadolid, dove con pompa teatrale doveano essere giustiziati. Il primo atto di questa spaventosa tragedia fu celebrato in Siviglia a' 27 settembre di quest'anno 1559, dove per dar un grand'esempio negli auspicj del suo governo, e per levar ad ogni uno la speranza di perdono e di clemenza, fece prima di tutti trarre dalla Torre Giovanni Ponzio Conte di Baileno, dove come Luterano era stato imprigionato, e portato come in trionfo nel teatro, ove fu bruciato dalle voraci fiamme: e con lui fu bruciato anche Giovanni Consalvo Predicatore. A costoro seguirono quattro nobili donne, Isabella Venia, Maria Viroesia, Cornelia e Bohorquia; e quel che accrebbe il funesto spettacolo di maggior misericordia e commiserazione, fu la tenera età e la intrepidezza di Bohorquia, la quale appena toccati i 21 anni, sofferse morte sì crudele con somma costanza. Le Case d'Isabella Venia, come quelle, nelle quali i Settarj ridotti a truppe aveano fatte le loro preci, furono da' fondamenti buttate a terra.

Dopo costoro furono bruciati Ferdinando di Fano, Giovanni Giuliano Ferdinando, detto volgarmente dalla picciolezza del suo corpo il Piccolo e Giovanni di Lione, il quale avendo ne' suoi primi anni nella nuova Spagna al Messico, esercitata l'arte di Sartore, da poi ritornato alla Patria, erasi fatto del Collegio di S. Isidoro, ove era occultamente professata la nuova religione. Accrebbe il lor numero Francesca Chaves Vergine a Dio sacrata nel Convento di S. Elisabetta, la quale da Giovanni Egidio Predicatore di Siviglia era stata istrutta, e Cristoforo Losado Medico. Del Collegio istesso di S. Isidoro furon arsi Cristofaro Arellanio e finalmente Garzia Arias, il quale, per essere stato il primo ad introdurre in quel Collegio i semi di questa nuova dottrina, fugli per ciò apparecchiato un rogo più grande e quivi vivo bruciato. Fu posto ancora fuoco al Collegio, onde tutto arse, e con esso buona parte della Città.

Rimaneano, per finir la tragedia, Egidio Predicatore di Siviglia e Costantino Ponzio: Egidio presso l'Imperador Carlo V per la sua pietà ed erudizione era entrato in tanta sua grazia, che Carlo l'avea disegnato Vescovo, ma poi accusato all'Inquisizione, sia per sua astuzia, sia per le persuasioni di Domenico Soto, avendo pubblicamente abjurato l'errore, fu liberato, e solamente a tempo gli aveano gl'Inquisitori interdetto l'ufficio di predicare, e delle altre cose sagre, e poco prima di questa tragedia si trovava già morto. Ma ora gl'Inquisitori, reputando avere allora con Egidio con troppa mitezza proceduto, ritrattarono la sua causa, chiamando in giudicio il suo cadavere, ed ancorchè morto, lo condannarono a morte. Non potendo bruciarlo vivo, fanno una sua effigie, e la buttano ad ardere nelle fiamme in quello spaventoso teatro. L'altro, Costantino Ponzio: fu egli Confessore di Carlo V nella sua solitudine, lo servì in quel ministero sino alla fine, e raccolse, nelle sue braccia l'Imperadore spirante; ma morto Cesare, imputato d'eresia, fu posto immediatamente in prigione, nella quale morì poco tempo prima di questa funebre pompa. Fu dagl'Inquisitori trattata la sua causa, e condennato, ancorchè morto, ad ardere nelle fiamme; gli fu tosto fatta la statua rappresentante la sua effigie in atto di predicare, spettacolo, che agli astanti mosse in alcuni in prima le lagrime, in altri il riso, ma in fine a tutti indignazione, vedendo, che se contra una statua inanimata si procedeva con questi modi, ben si conosceva non esser da sperare nè connivenza, nè misericordia da chi non riputava degno di rispetto colui, che infamato disonorava maggiormente la memoria dell'Imperadore suo padre.

Passò poi Filippo in ottobre a Vagliadolid, dove usando la stessa severità, fece in sua presenza, con simili lugubri apparati, bruciare ventotto della principal Nobiltà del paese, e ritener prigione Fr. Bartolommeo Caranza cotanto celebre nella prima reduzione del Concilio a Trento, fatto poi Arcivescovo di Toledo, principal prelato di Spagna, al quale furono eziandio tolte tutte l'entrate[54].

Queste crudeli ed orribili esecuzioni pervenute all'orecchie de' Napoletani, può ognuno immaginare di quanto orrore e spavento fossero cagione. Ma pochi anni appresso due occorrenze apportarono ad essi maggiori timori, e gli riempirono di continue agitazioni e tormentosi sospetti.