Nel Ducato di Milano, dalla Francia per la strada di Savoja, era di qua de' Monti passata la nuova dottrina, e cominciava già a serpeggiare la contagione delle nuove opinioni di Religione. Il Duca di Savoja, non venendogli permesso, per le congiunture de' tempi, di potere far altro, tollerava ne' suoi Stati alcuni occulti Protestanti[55]; ma gli Spagnuoli, vedendo questo veleno insinuarsi nel Milanese, riputarono, per estirpare il male nello spuntare, di dover usare della loro severità. Il Re Filippo II istantemente chiedeva al Pontefice Pio IV, che in Milano s'ergesse per sua autorità il Tribunal dell'Inquisizione, siccome era in Ispagna. Ma il Papa, avendo portato l'affare in consulta nel Concistoro, molti Cardinali glie lo dissuasero; ed egli, per non esser molesto a cittadini di Milano, donde traeva l'origine, con dispiacere veniva a farlo, con tutto ciò, costretto dalle forti premure del Re, glie lo concedette, e ne gli spedì in quest'anno 1563 diploma. Quando i Milanesi furono di ciò avvisati, non avendo essi meno che i Napoletani quel Tribunale in orrore, s'esasperarono in maniera, che se non fosse stata presta la somma prudenza del Duca di Sessa lor Governadore ad occorrervi sarebber accadute in Milano le medesime rivoluzioni e tumulti, che avvennero in Napoli nel governo di D. Pietro di Toledo. Ferdinando Consalvo di Cordova Duca di Sessa, che allora era succeduto al Marchese di Pescara, per non vedere nel principio del suo governo questi moti, stimò mandar tosto più Cittadini al Re ed al Pontefice, per distoglierli dall'impresa: ed egli con suoi ufficj insinuò al Re, che istituire in Milano il Tribunale dell'Inquisizione, come in Ispagna, era lo stesso, che turbar tutto lo Stato, e porlo in iscompiglio e disordine. Il Re si quietò, e molto più il Pontefice, onde non si parlò più d'Inquisizione.
Questi medesimi timori sopraggiunsero poco da poi in Napoli, per un'occasione, che da più alto saremo ora a narrare. Quando sotto l'Imperio di Federico II per via d'eserciti armati, e non altrimenti di quello, che si faceva contra Saraceni, con crociate, si proccurava estirpar gli eretici di que' tempi, e particolarmente i Valdesi, ovvero Albigesi; questi rotti e fugati, e spogliati delle dignità e beni, si dissiparono in molte parti, e nella loro credenza ostinati, non potendo colle armi più difendersi, proccurarono di ricovrarsi in luoghi oscuri, dove da niuno osservati, così negletti mantennero la loro credenza. Alcuni si ricovrarono nella Provenza, in quel tratto de' Monti, che congiungono le Alpi con i Pirenei, dove lungamente se ne conservarono le reliquie sino al Pontificato di Giulio II, e più ancora. Altri si ricovrarono nella Germania, ed in alcuni Cantoni di Boemia, di Polonia e di Livonia fecero residenza, li quali da' Boemi erano chiamati Piccardi. Ed alcuni altri, secondo che narrano gravissimi Scrittori, fra' quali è il Presidente Tuano[56], si ricovrarono (chi il crederebbe)? presso di Noi in Calabria, ed in questa Provincia lungamente vissero, sino al Pontificato di Pio IV e 'l Regno di Filippo II, nel qual tempo governando il Regno il Duca d'Alcalà furono intieramente sterminati ed estinti[57].
Viveano costoro nella Provincia di Calabria citeriore in alcune Terre presso Cosenza, nominate la Guardia, Baccarizzo e S. Sisto, da loro medesimi fondate; anzi la Guardia fu detta perciò de' Lombardi, perchè essi che vennero ad abitarla, da oltre i monti e dalle parti di Lombardia ci vennero[58]. Quivi, come in luoghi oscuri e negletti, vissero lungamente non osservati, nè curati. Fu prima in loro tanta semplicità ed ignoranza di buone lettere, che non vi era alcun timore, che potessero comunicar la loro dottrina ad altri: non era in alcuna considerazione il lor picciol numero; e mancando di qualunque erudizione, nè si curavano disseminar la loro dottrina, nè che altri fossero curiosi d'intenderla. Ma surta da poi in Germania l'eresia di Lutero, e quella, come si è veduto, arrivata sino a' Cantoni de' Svizzeri, e penetrata nei Piemontesi ed in alcuni Lombardi abitanti lungo il Pò, dond'essi traevano l'origine, e co' quali aveano continua corrispondenza, furono i primi appo noi, ch'ebbero le prime notizie della pretesa Riforma, e per esserne più distintamente informati, mandarono in Genevra, invitando alcuni di costoro a venire nelle loro Terre ad istruirli meglio di quella dottrina. Vennero con effetto da Genevra due Ministri seguaci di Lutero, i quali pubblicamente predicando la pretesa Riforma, ed insegnandola con particolari istruzioni e catechismi, non solo la disseminarono in quelle Terre della Calabria, ma la insinuarono nelle circostanti; e da quella Provincia già cominciava ad esserne attaccata l'altra vicina: poichè Faito, la Castelluccia e le Celle, Terre della Basilicata, eran già state contaminate. Chi prima si fosse accorto di questa infezione, narra il P. Fiore Capuccino[59], che fu un Prete nomato Gio. Antonio Anania da Taverna, fratello di Gio. Lorenzo famoso per l'opera data alle stampe De Natura Daemonum[60]. Costui si trovava in quel tempo nella Casa del Marchese di Fuscaldo Spinelli, di cui era la Guardia, in qualità di Cappellano: onde per la vicinanza, e forse anche per la pratica, che teneva con quelle genti, s'accorse, che il male, se non si dava pronto rimedio, era per spandersi assai più; onde nel 1561 ne scrisse in Roma al Cardinal Alessandrino Inquisitor Generale, poi Papa Pio V. Il Cardinale commise al suo zelo di far sì, che facesse ravvedere quella gente degli errori, e la riducesse alla sana dottrina. Anania, tralasciato ogni altro impiego, avendo chiamati per compagni all'opra alcuni Gesuiti, i quali poco dianzi erano venuti in Calabria, si posero con molto vigore ad esortarli e predicar loro la verità; ma per molto che si travagliassero, pochissimo era il frutto de' loro sudori; poichè ostinati nei loro errori, non temendo nè minacce, nè la severità di qualunque castigo, vie più insolentivano e moltiplicavano. Bisognò per tanto ricorrere ad un più forte ed efficace rimedio: s'ebbe perciò ricorso al Duca d'Alcalà, il quale si trovava allora Vicerè del Regno: costui ne' principj credette bastare, che si procedesse contra di essi con un poco più di attenzione e vigilanza; onde scrisse al Vicario di Cosenza (come si vede dalla sua lettera rapportata dal Chioccarelli[61]) che nelle cause de' carcerati, che egli teneva, della Guardia Lombarda inquisiti d'eresia, procedesse con voto e parere del Dottor Bernardino Santa Croce, che si ritrovava in quelle parti, siccome ne scrisse parimente al Santa Croce, che v'invigilasse; ma vedutosi poi che alla gravità del male non eran sufficienti questi rimedi ordinari, ed essendogli stato rappresentato, che gli Eretici in Calabria vie più si moltiplicavano e non temendo castighi nè minacce, erano per cagionare gravissimi disordini, il Vicerè, per reprimere la loro temerità, vi mandò un Giudice di Vicaria, Annibale Moles, con buon numero di soldati, parte condotti da Napoli, e parte raccolti da' paesi contorni: ma fu il Ministro mal ricevuto, perchè coloro sottrattisi dall'ubbidienza di qualunque Magistrato, si posero in campagna, e ragunato un sufficiente numero, con apparenza di formato esercito, vigorosamente gli resisterono, fermi di morire più tosto, che lasciar gli errori; anzi, come suole avvenire nelle guerre di Religione, niente paurosi, ma tutti festanti andavano giulivi ad incontrar la morte, persuasi, che così morendo, salivano in Cielo io compagnia degli Angeli a godersi il Signore. Il Duca d'Alcalà pensò valersi in quest'occasione di Scipione Spinelli Signore della Guardia, e fur rinforzate le sue genti, tanto che bisognò venire ad una battaglia campale per dissiparli: si combattè in fine vigorosamente, e con tutto che rimanessero sul campo molti di quelli morti, non perciò i rimasti s'arresero; ma pieni di coraggio, vedendo che per lo poco numero mal potevano resistere in campagna aperta, si ritirarono dentro le mura della Guardia, la quale, oltre la qualità del sito acconcia a resistere ad ogni nemico assalto, munirono così egregiamente, che ridottala in forma di un sicuro asilo, non temevano di niuno. Lo Spinelli, disperando dell'impresa, veggendo non poter loro resistere con aperta forza, si rivolse agli inganni, e riuscitogli d'introdurre nel Castello gente valorosa ed armata, fingendo di mandargli ivi prigioni, costoro scovrendosi poi, e menando con molto valor le mani, sbaragliarono li Capi, e fecero degli altri molta strage, altri fuggirono, ma molti rimasero prigioni: furono confiscati tutti i loro beni e gli ostinati, condennati alle fiamme, nell'istesso tempo, che Lodovico Pascale Piemontese lor Capo, era stato dalla Inquisizione fatto bruciare in Roma[62]. In cotal guisa furono finalmente sterminati, e sopra questo argomento avea scritto in versi latini un giusto volume l'Anania; ma (siccome narra il P. Fiore) non permise l'autore stesso, che si desse alle stampe, onde ora siamo privi di quest'opera. Sterminati che in questo modo furono la maggior parte, per alcuni che v'erano sopravanzati non si trascurò di far ogni opera per ridurli in via: si proccurò con rigorosi catechismi e continue predicazioni sradicar gli errori; e dall'altra parte il Duca d'Alcalà prese con severità a castigarli; ordinando per ciò alla Regia Camera, che procedesse alla vendita de' beni confiscati a coloro, ch'erano stati condennati alla pena di morte naturale, nelle Terre della Guardia e di S. Sisto[63]; si vietò con loro ogni commercio, e furon proibiti fra loro i matrimoni, sinchè spiantata affatto ogni radice di falsa dottrina, ripullulò in que' luoghi l'antica Fede; ed oggi gli abitatori, multiplicati in gran numero, vivono come gli altri, purissimi nella universal credenza.
Non meno in Calabria, che in Napoli fu duopo al Duca d'Alcalà usare il medesimo rigore. Erano ancor quivi rimasi molti semi di falsa dottrina. Le conversazioni, che si tennero a tempo del Toledo in Casa di Vittoria Colonna, e di Giulia Gonzaga sospette d'eresia, aveano contaminati molti: con tal occasione invigilandosi assai più, che non erasi prima fatto, se ne scoversero molti, che ne davano sospetto; onde furono con severissimi editti citati a comparire fra breve termine avanti il Vicario dell'Arcivescovo di Napoli sotto pena della confiscazione de' beni; ma sopra due cadde più severo castigo. Questi furono Giovan Francesco d'Alois della città di Caserta e Giovan Bernardino Gargano d'Aversa, i quali incarcerati, e come eretici condannati a morte, furono a' 24 di marzo del 1564 pubblicamente nel Mercato decapitati, ed al cospetto di tutta la città furon poi abbruciati[64]. Si procedè alla confiscazione de' loro beni, ma non senza contrasto; poichè i Napoletani volevano far valere la Bolla di Giulio III accordata loro da Cesare, per la quale, come s'è detto, non poteva nel Regno farsi confiscazione de' beni degli Eretici; ciò che diede occasione a quelle dispute, che leggiamo presso i Reggenti Salernitano, e Revertera nella causa d'Alois[65].
Per questi rigorosi castighi, e dal vedersi andare d'accordo le Corti Ecclesiastica e Secolare, i Napoletani, oltre lo spavento che n'ebbero, concepirono timore, non fosse questo un concerto di mettere con tal pretesto in Napoli il Tribunal dell'Inquisizione cotanto da essi abborrito: ond'essendosi per la città di volgata fama, che il Duca d'Alcalà trattava di voler poner nel Regno l'Inquisizione secondo l'uso di Spagna, e sbigottita da tante citazioni, che si facevano dal Vicario sotto pena di confiscazione de' beni, molte famiglie colle loro robe se n'uscirono da Napoli, e per le decapitazioni e bruciamento seguito al Mercato di Alois e Gargano, postasi la città in bisbiglio, dubitandosi non si venisse alle armi, tutta la piazza della Rua Catalana e suo quartiere fu disabitato[66]. Stette la Città in rivolta per molti dì e mesi, nel cui tempo furono tenute molte Assemblee dalle Piazze, le quali finalmente deputarono alcune persone, perchè andassero a parlar al Vicerè, ed a esporgli liberamente i loro sensi intorno a non voler permettere, seguendo l'esempio de' loro maggiori, Tribunale alcuno d'Inquisizione. Il Duca, come dotato di somma bontà e prudenza, conoscendo quanto a' Napoletani fosse odiosa tal novità, e quanto grandi le difficoltà che si sarebbero incontrate d'introdurla, e le fastidiose conseguenze, che partorì sotto il governo del Toledo, vi pose prudentemente silenzio e se n'astenne.
Ma la città non contenta di ciò, volle spedire al Re in Ispagna un suo Legato, a pregarlo, che in Napoli e nel Regno non si ponesse mai Inquisizione, nè, secondo il Concordato fatto nel Pontificato di Giulio III, potessero confiscarsi i beni degli Eretici. Si trascelse il famoso Paolo d'Arezzo, prima splendore nel nostro Consiglio di S. Chiara, poi della Religione Teatina, e finalmente Arcivescovo di Napoli e Cardinale. Ancorch'egli ritiratosi dal Foro ne' Chiostri, ne rifiutasse il peso, a' conforti del Cardinal Carlo Borromeo e del Papa istesso, accettò finalmente l'ambasceria[67]. La città oltre alle sue lettere al Re drizzate, diegli istruzioni bastanti, e la Bolla di Giulio III, donde costava del Concordato suddetto[68]. Partito egli in quest'anno 1564, e giunto nella Corte di Madrid, fu dal Re caramente accolto, ed avendogli esposti i desiderj della città, con presentargli le sue lettere, il Re liberalmente concedè a' Napoletani quanto chiedettero, ordinando, che nel Regno non si ponesse giammai Inquisizione, nè si dovesse praticare altra maniera di giudicio nelle cause di Religione, che l'ordinaria. Scrisse per ciò in questi sensi tre lettere, due alla città sotto li 10 marzo del 1565, ed un'altra sotto la medesima data al Duca d'Alcalà Vicerè, contenente la medesima dichiarazione, amendue rapportate dal Chioccarelli[69], nelle quali fra l'altre parole si leggono queste: Por tenor de la presente decimos, y declaramos, no aviendo ne ser nuestra intention, que en la dicha Ciudad, y Reyno se ponga la Inquisicion en la forma de Espanna; si no que se proceda por la via ordenaria; como asta a qui, y que assi se observerà, y complirà con efecto con lo de adelante, sin que en ella aya falda: ed altrove: De manera que los Ordinarios agan bien su ofìcio, como se deve.
II P. Arezzo, tornato dalla sua ambasceria, fermossi in Roma, donde mandò alla città di Napoli relazione di quanto felicemente avea adoperato a Madrid e del buon successo di quell'affare: onde cessò ogni sospetto d'Inquisizione, restando i Napoletani contentissimi della benignità e clemenza del Re.
Ma in questi tempi con tutto ciò non eransi tolti gli abusi dell'Inquisizione di Roma. In vigor di queste Carte Regali gli Ordinari solamente potevan procedere con ordinarie maniere ne' delitti di Religione contra i loro sudditi: ma Roma proseguiva a procedere come prima, inchiedendo le persone del Regno, e sovente con assicurarsene, e far trasmettere insino a Roma i processi ed i carcerati. Egli è vero, che niente si faceva senza provvisione del Vicerè; e le commessioni, che venivano da Roma non s'eseguivano senza che prima non fossesi a quelle interposto l'Exequatur Regium, nel che il Duca d'Alcalà vi fu vigilantissimo. Ma quanto s'usava rigore ne' casi, che si fosse eseguita qualche commessione di Roma senza il Regio Exequatur, con ordinarsi la cassazione di tutti gli atti, e la scarcerazione de' carcerati, di che alcuni esempj si leggono del Duca d'Alcalà presso il Chioccarello[70]; altrettanto, conceduto che s'era il Placito Regio, con facilità si davano alle richieste degl'Inquisitori di Roma favori ed ajuti, permettendo, che da' loro Commessari si fabbricassero come Delegati i processi, si carcerassero gl'indiziati, e si vendessero le loro robe per la rifazione delle spese; insino a permettere, che i carcerati si portassero in Roma, di qualunque condizione e qualità quelli si fossero.
È assai celebre l'inquisizione fatta dal S. Ufficio di Roma contra il Marchese di Vico, contra il quale fin dall'anno 1560 fu destinato un Commessario Appostolico, il quale nella città di Benevento ne prese informazione, citando per edictum testimoni de' luoghi circostanti, con esaminarli contra di quello. E mandato il processo in Roma, risoluta da quella Congregazione del S. Ufficio, tenuta dinanzi al Papa, la carcerazione del Marchese, il Cardinale Alessandrino a dì primo novembre del 1564 scrisse una lettera al Duca d'Alcalà, pregandolo, che gli mandasse carcerato nel S. Ufficio il Marchese di Vico con buona guardia, o che gli facesse dare grossa sicurtà di presentarsi in quello, essendogli stato così ordinato dai Cardinali suoi Colleghi in presenza del Papa; ed il Vicerè non ebbe riparo d'ordinare alla Vicaria, che facesse dar malleveria al Marchese di ducati diecimila di presentarsi al S. Ufficio di Roma[71].
Degli avvenimenti di Galeazzo Caracciolo Marchese di Vico, come a questi tempi in Europa assai divolgati, non si dimenticò favellarne in due luoghi delle sue Istorie l. 9 et 84 il Presidente Tuano: e poichè da' medesimi si dimostra quanto ne' petti umani possa la forza della Religione, e sono in gran parte ignoti a' Napoletani, poichè niuno de' loro Scrittori no fece motto, ed il libricciuolo della di lui vita stampato nel 1681 in Ginevra nell'idioma Franzese, è si raro e a molti ignoto, che non è così facile averne copia, sarà bene qui distintamente rapportarli. Galeazzo Caracciolo nacque in Napoli nel mese di gennaio dell'anno 1517 da Nicol'Antonio, ovvero secondo il linguaggio de' Napoletani, da Colantonio Caracciolo Marchese di Vico: sua madre fu una Dama di pari nobiltà dell'illustre famiglia Caraffa; la quale ebbe per zio materno Gio. Pietro Caraffa figliuolo del Conte di Montorio, assunto poi al Pontificato sotto nome di Paolo IV. Non ebbe altri figliuoli maschi, che Galeazzo, il quale appena giunto all'età di venti anni fu dal Padre maritato con D. Vittoria figliuola del Duca di Nocera, che gli portò scudi ventimila di dote, dalla quale in processo di tempo ebbe sei figliuoli, quattro maschi e due femmine, ma non tutti sopravvissero al Padre. Fu impiegato fin dalla giovanezza a' servigi dell'Imperatore Carlo V, il quale avendolo creato Gentiluomo della chiave di oro, lo ritenne per qualche tempo presso di se nella Imperial sua Corte, ma tornato poi in Napoli in tempo che la dottrina delli nuovi Riformatori era in quella Città occultamente insegnata da Pietro Martire Vermiglio, prese amicizia con Giovanni Valdes Gentiluomo spagnuolo, il quale, siccome di sopra fu detto, era il principal Ministro, di cui il Vermiglio si valeva, come più istrutto della nuova dottrina, spezialmente intorno alla giustificazione, e che avea fatto molto studio sopra l'Epistole di S. Paolo; ma sopra tutto perchè avea gran dimestichezza e famigliarità con molti Nobili napoletani. Questi trasse molti alla sua credenza, con farli accorti di alcune vane superstizioni e dell'errore della propria giustificazione dell'uomo per li meriti proprj, e fra gli altri Galeazzo; ma colui che diede l'ultima spinta per farlo crollare, fu un Gentiluomo chiamato Gio. Franceso Caserta, suo parente, il quale lo strinse co' suoi discorsi ad assentire alla dottrina della giustificazione per i meriti di Gesù Cristo e l'indusse ad ascoltare i Sermoni di Pietro Martire, che faceva in S. Pietro ad Ara sopra l'Epistole di S. Paolo, i quali maggiormente lo confermarono. Ciò avvenne nell'anno 1541 quando Galeazzo non avea che 24 anni.